sabato, dicembre 31, 2005

Dal 2005 al 2006. Da Bush a Bush.

Il 2005 (20 gennaio) si è aperto con l'insediamento di Bush e si è chiuso con le elezioni irachene (15 dicembre).
Si tratta di due avvenimenti emblematici. Perché?
La seconda presidenza Bush indica, e conferma, il disegno interventista statunitense, soprattutto verso il mondo arabo e islamico: la rielezione di Bush porta con sé la promessa di nuovi conflitti, o comunque dell'inasprimento di quelli che sono in corso.
Le elezioni irachene, alle quali sembra abbia partecipato il 70 per cento della popolazione, indicano per alcuni osservatori una speranza di pace e convivenza; per altri una seria possibilità di ulteriori divisioni, conflitti civili, religiosi ed etnici.
Ma tra i due avvenimenti va collocato un terzo evento, particolarmente significativo: quello del dramma degli attentati terroristici di Londra e Sharm. Attentati che indicano, una oggettiva estensione del conflitto mediorientale, alle città europee, o comunque alle località "lambite" dal turismo di massa dell'Occidente.
Quali previsioni allora per il 2006?
Il terrorismo è collegato all'interventismo americano. Da questo punto di vista, il fatto che una parte della popolazione irachena, quella privilegiata da Washington (Sciiti e Curdi) aspiri alla pace significa poco, dal momento che dal processo di "pacificazione nazionale" finora sono stati esclusi i Sunniti (che per alcuni osservatori si sono autoesclusi; ma gli stessi osservatori dovrebbe spiegare perché ...) , in precedenza privilegiati da Saddam.
Quindi c'è un fortissimo scontento che può alimentare il terrorismo interno ed esterno, e c'è da parte dell'amministrazione Bush l'assoluta incapacità politica di affrontare, in termini non puramente militari, il recupero dei Sunniti.
Dispiace, ma nel 2006, il quadro politico internazionale potrebbe peggiorare, o comunque, sicuramente, non migliorare. L'incapacità americana è da un lato dettata dalla volontà (basta dare uno sguardo alla nuova costituzione irachena) di frammentare politicamente l'Iraq, mettendo gli uni contro gli altri; e dall'altro lato dalla cieca credenza nella propria superiorità militare e tecnologica.
Una miscela esplosiva.
Della cui pericolosità gli americani, a cominciare da Bush, che in questo senso chiude il 2005 e apre il 2006 come il famoso pilota-cowboy del Dottor Stranamore a cavalcioni di un missile, non si rendono minimamente conto.

venerdì, dicembre 30, 2005

Mario Draghi. Una nomina "al contrario"

La nomina di Mario Draghi a Governatore della Banca d'Italia è una tipica nomina "al contrario". Infatti il nuovo Governatore è l' anti-Fazio per eccellenza: Fazio era cattolico e legato ad ambienti vaticani, Draghi, non lo è almeno pubblicamente, ed è legato alla cosiddetta finanza laica; Fazio era al di sopra delle fazioni politiche ( in modo molto particolare, ovviamente: nel senso che ha "aiutato" sia Fiorani che Consorte), Draghi è sbilanciato a sinistra (nel 2001 dopo la vittoria di Berlusconi si dimise da Direttore Generale del Tesoro); Fazio era dalla parte delle banche italiane (probabilmente troppo), Draghi è dalla parte di quelle straniere, e favorevole a una spiccata globalizzazione creditizia e finanziaria; Fazio temeva Wall Street e gli Stati Uniti, Draghi considera l'America, come scrive "Repubblica" di ieri, "la sua seconda patria".
Questo significa che Draghi farà l'esatto contrario di quel ha fatto Fazio. In particolare, Draghi, che tra l'altro è stato cinque anni alla Banca Mondiale (1984-1989), "aprirà", per quello che gli sarà istituzionalmente possibile, alle banche straniere, e probabilmente, a quelle inglesi e Usa.
Ci sono infatti due episodi, sui quali i giornali di ieri hanno sorvolato, che permettono di fare una previsione del genere.
In primo luogo, Draghi, come Direttore Generale del Ministero del Tesoro (1991-2001), partecipò al famosa riunione (2 giugno 1992) del panfilo Britannia, dove per sua stessa ammissione tenne una relazione sulle privatizzazioni italiane, allo scopo di mettere in contatto gli esperti italiani con i rappresentanti delle principali banche d'affari inglesi, ovviamente presenti. Niente di male, ma in seguito, come è noto, le banche d'affari della City si assicurarono, a danno delle banche italiane, ghiotte commissioni come consulenti ben pagate dei gruppi da privatizzare...
In secondo luogo, Draghi dal 2002 è vice presidente per l'Europa della banca d'affari, , statunitense Goldman Sachs, che insieme alla Merril Linch, è stata advisor del Banco di Bilbao nell'Ops per l'acquisto della Bnl. Carica alla quale ora dovrà rinunciare. Tuttavia come Governatore della Banca d'Italia Draghi si troverà nella condizione di vigilare e soprattutto decidere sull' offerta degli spagnoli, da lui in precedenza patrocinata...
Va pure detto che Draghi, quando vuole, sa essere conciliante. Ai tempi del Mit, come ricorda Modigliani nelle sue memorie (Avventure di un economista, Laterza 1999, pp. 224-229), Draghi, suo studente, firmò con lui e con i giovani colleghi Baldassarri e Bruni, un articolo sull' "Espresso" (3-febbraio 1974) in cui si criticava la politica delle svalutazioni competitive di Carli, allora Governatore dell Banca d'Italia. Ma diciotto anni dopo (estate 1992), Draghi come Direttore Generale del Tesoro, non avrà nulla da eccepire, prima sulla dissennata difesa di Ciampi della Lira e poi sulla successiva svalutazione, che favorirà chi aveva in precedenza puntato contro la Lira, e soprattutto, le multinazionali straniere, che così potranno acquisire a prezzi stracciati le azioni delle imprese pubbliche privatizzate.
E si rischia che non finisca qui. Dal momento che fra sei o dodici anni, Draghi potrebbe essere il candidato ideale per la presidenza di una Banca Europea, ancor più condizionata di oggi, dagli Stati Uniti e dal capitale bancario e finanziario euro-americano.
Con Fazio, certo, uomo dai mille difetti, si è estinta una specie: quella del Banchiere Centrale che "serve" gli interessi nazionali. Il futuro, può piacere o meno, è rappresentato da uomini come Mario Draghi: pochissima Italia, poca Europa, tanta, forse troppa America.

mercoledì, dicembre 28, 2005

Il libro della settimana: Eric Voegelin, Hitler e i tedeschi, pref. di Riccardo De Benedetti, Edizioni Medusa, Milano 2005, pp. 264, Euro 24,00

Eric Voegelin è probabilmente il filosofo politico più complesso e affascinante del XX secolo. Nasce a Colonia (1901), studia a Vienna, esule dal 1938 negli Stati Uniti, torna in Germania nel 1958, muore negli Stati Uniti nel 1985, dove era ritornato nel 1969, Nei suoi numerosi scritti la storia delle idee politiche e sociali è studiata alla luce di tre concetti fondamentali (ovviamente si semplifica): trascendenza, rappresentanza ed esistenza. Tre forme idealtipiche ( non però nel senso della sociologia "operativa" weberiana) che esprimono, e riassumono, l'esperienza simbolica dell'uomo, come interiorizzazione e pratica di vita. Pertanto questo libro appena pubblicato dalle Edizioni Medusa (edizionimedusa@tiscalinet.it), che riprende integralmente il 31° volume delle sue Opere complete (University of Missouri Press, Columbia 1999) si rivela utilissimo, per due motivi.
Il primo, perché offre un'interpretazione filosofica, della tragedia tedesca, che sulla scia di Hannah Arendt, riconduce la cosidetta "banalità del male" in cui si esaurì il totalitarismo bruno, nell'alveo più generale del rifiuto di ogni forma di trascendenza da parte dei moderni.
Il secondo, perché permette di capire da vicino, come "funzionano" sul piano dell'indagine filosofica concreta, le categorie interpretative di Voegelin. In questo senso Hitler e i tedeschi è una buona introduzione alla filosofia politica voegeliniana.
Perché, nella Germania nazionalsocialista, si chiede Voegelin, si giunge a praticare il "male", come un elemento di pura amministrazione burocratica? Per due ragioni.
In primo luogo, perché come per tutto l'immanentismo moderno, anche Hitler si colloca tra coloro che rifiutano la trascendenza come riconoscimento nell'uomo di un elemento divino-umano-divino, che in termini di "imago Dei", lo accomuna ai suoi simili
In secondo luogo, perché il rifiuto della trascendenza, visto che l'uomo non può vivere (in termini di valori "rappresentati simbolicamente" e "vissuti esistenzialmente" ) senza "credere", favorisce la sostituzione della religione trascendente con la "religione immanente" o politica fondata su pseudo-valori come razza, stato, ideologia, che invece di unire (in nome di una comune umanità) dividono gli uomini. Di qui l'automaticità, la normalità, la "credibilità" (con tutto quello che ne consegue sul piano pratico-burocratico) dell'idea di una necessaria divisione tra gli uomini, ma anche della paradossale necessità di sopprimerla, una volta per tutte, eliminando non le divisioni, in nome della comune umanità, ma sopprimendo quegli uomini che "rappresentano", solo con la propria "esistenza" (il semplice "esistere"), idee contrarie, a quella pseudo-religiose dominanti.
Merita una lettura attenta anche l'ottima introduzione di Riccardo De Benedetti, che oltre a restituire il vero spirito dell'opera voegeliniana, ne evidenzia tutta l'attualità. Che consiste nella necessità di tornare a credere nella trascendenza vera, e non in quella mascherata, ieri rappresentata dalle religioni politiche, e oggi da quella economica, incarnatasi nel culto efficientistico del mercato.

martedì, dicembre 27, 2005

I cattolici tradizionalisti italiani e gli Stati Uniti. Una polemica da seguire

Sicuramente a molti è sfuggita la dura polemica che infuria all'interno delll'universo cattolico-tradizionalista italiano. Si tratta di una "guerra culturale" (e non solo), tuttora in corso tra i cattolici tradizionalisti, che volenti o nolenti, in nome del realismo politico si sono schierati con Bush, e i cattolici tradizionalisti che non condividono tale scelta, e vedono invece nell'Islam (e ovviamente non nelle sue componenti terroristiche), un prezioso interlocutore, culturalmente e geopoliticamente meno lontano del pensiero neoconservatore e degli Stati Uniti. Le due posizioni rispecchiano sul versante mediatico e culturale le scelte di una serie di riviste e gruppi intellettuali, e possono essere riassunte, sul piano delle persone, da due note figure di intellettuali cattolici come Roberto de Mattei, fondatore e presidente del Centro Lepanto, e Franco Cardini, già presidente dell'Associazione Culturale Identità Europea. A grandi linee, e facendo torto ad entrambi, si può dire, che il primo è su posizioni filoamericane, il secondo filoislamiche.
Per comprendere la durezza della polemica si consiglia però di leggere l'ultimo fascicolo della rivista "Alfa e Omega" (n.4, maggio-agosto 2005, pp. 103-134, < rivista-alfaeomega@tiscali.it), diretta dal bravo Siro Mazza, dove è riportato un vero e proprio "botta e risposta" tra Francesco Mario Agnoli, attuale presidente di "Identità Europea", Luigi Copertino, valente studioso dello gnosticismo filosofico-politico da un lato, e Claudio Bernabei del Centro Culturale Lepanto dall'altro.
Sul piano della storia e della cultura, le tesi di Agnoli e Copertino sono sicuramente più convincenti. Dal momento che è giusto sostenere che il rapporto tra cristianesimo e Islam è di lunga data, e che proprio per questo, ha garantito una migliore conoscenza, e di riflesso, pur tra alti e bassi, una buona convivenza tra i due mondi, grazie soprattutto alla comune visione non materialistica. Meno convincenti le tesi di Bernabei, che oltre a sopravvalutare il ruolo storico giocato attualmente dagli Usa, poca cosa rispetto a quello giocato in passato dall' Europa cattolica e dall' Islam, non tengono conto, di quel pragmatismo, a sfondo materialistico e gnostico, che anima la cultura conservatrice americana, che oggi si dichiara erede di quella cristiana ed europea, e che invece può finire per corrompere tutto quello che tocca, come osserva puntalmente Copertino
Tuttavia, sul versante "politico" immediato (e dunque non storico e culturale) potrebbe aver ragione Bernabei, dal momento che ai cattolici tradizionalisti anti-necon, in effetti, manca una sponda politica "forte", sia in Italia e in Europa che nel mondo Islamico. Di qui la necessità di una scelta "prudenziale", come scrive Bernabei, in favore degli Stati Uniti di Bush. Scelta che tuttavia, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi pericolosa, proprio per la difficoltà di liberarsi dalla morsa del pragmatismo materalistico di cui sopra.
E' una situazione molto complicata, e questo spiega anche la durezza della polemica, che vede le ragioni culturali e storiche (di lungo periodo) essere dalla parte dei tradizionalisti anti-Bush, e quelle politiche immediate (di breve periodo), dalla parte dei tradizionalisti pro-Bush.
I primi sperano nella ragioni della storia, i secondi in quelle della politica.
E tutti insieme si appellano a Dio.
Siamo lieti di pubblicare, come replica al commento del gentile lettore LeggendaNera, una densa nota di Luigi Copertino.
Ci auguriamo ne nasca un dibattito chiarificatore e soprattutto dirimente sotto il profilo metapolitico . (C.G.)
Caro Gambescia,
noi non ci conosciamo personalmente ma siamo stati entrambi collaboratori della rivista, ora defunta, “Pagine Libere”. Ho sempre letto i suoi interventi con interesse. Scopro solo ora il suo blog, molto interessante, ed è per questo che Le scrivo soltanto a distanza di quasi due anni dal suo ottimo commento, del 27 dicembre 2005, circa la polemica intercorsa, sulle pagine di Alfa e Omega, tra i cattolici filobushisti ed i cattolici antineocons. Lei ha capito perfettamente, nel merito, quel contenzioso. Non altrettanto posso dire di LeggendaNera. Essendo stato in ballo dal nostro interlocutore, ed additato come un pericoloso “eretico” infiltratosi in ambito cattolico, mi consenta un piccolo intervento chiarificatore. Mi è già capitato, in passato, di essere trasversalmente, da destra e da sinistra, oggetto di fuorvianti aggettivazioni e del contrario. Stando alla ristrettezza spirituale di certi detrattori il sottoscritto sarebbe ad un tempo fascista e comunista, filosemita ed antisemita, integralista cattolico e pericoloso sovversivo che se la intende con interlocutori di sinistra. Cristianamente, accetto e sopporto tutto ma non posso accettare l’accusa, infondata, di “marcionismo” e gnosticismo che mi si muove da parte di Leggenda Nera. Non per la mia persona ma per il solo puro amore di verità La prego di pubblicare quanto segue.
Non ho soci ma solo amici. Blondet è tra questi amici ma non è mio “socio”. Così come non sono miei “soci”, ma cari amici, gli aderenti ad Identità Europea, l’associazione culturale, fondata da Franco Cardini, assolutamente laicale ma cattolica, e della quale sono in Abruzzo il responsabile. Nessuno di noi svolge attività lucrative quando si fa cultura.
Con buona pace di LeggendaNera, non ho nessuna difficoltà ad ammettere la mia provenienza giovanile dalla destra radicale. Ma, al tempo stesso, non ho difficoltà ad ammettere che le mie letture giovanili di Evola e Guénon si sono limitate ai soli testi più “politici” o più utilizzabili politicamente come “Orientamenti”, “Gli uomini e le rovine”, “Rivolta contro il mondo moderno” e “La crisi del mondo moderno”. Tutto qui! E tutto in forma molto ma molto blanda, pur avendo respirato l’aria dell’ambiente della destra giovanile durante la militanza liceale. Il mio è in fondo, e non lo dico per piaggeria ma solo perché è oggettivamente vero, un percorso esistenziale, culturale e spirituale molto simile, salvo l’esito accademico che per me non c’è stato, a quello che Franco Cardini ha descritto ne “L’intellettuale disorganico” (Aragno, 2001), la sua “autobiografia” che invito LeggendaNera a leggere per capire. Qualche anno fa recensendo, sulla rivista Avallon (n. 50/2002), un libro dedicato ai contenuti cristiani dell’opera di Tolkien, scrivevo, onde descrivere l’itinerario della mia generazione, che è quella della destra giovanile a cavallo degli anni ’70 ed ’80, quella, per intenderci, dei “Campo Hobbit”, quanto segue: “… vent’anni fa, coinvolti nella generosa confusione adolescenziale, che ci spingeva a mettere insieme le idealità del fascismo socialista e di sinistra (il defeliciano fascismo/movimento opposto al fascismo regime) alle pulsioni tradizionaliste e reazionarie di Evola e Guénon di cui più tardi molti di noi scoprirono l’origine gnostica … non potevamo intenderne (dell’opera di Tolkien) il senso altamente cristiano”. Ecco, questa è stata la mia giovanile frequentazione della destra radicale ed esoterica: vi sono entrato da “sinistra”, dalla “sinistra fascista”, alla scoperta del sacro, sebbene un sacro (ma allora non lo capivo) del tutto ambiguo. Un percorso che sarebbe sfociato nel nichilismo, prometeico esoterico o produttivista poco importa, se, dopo l’abbandono della “confusione adolescenziale”, in una terribile notte di oscurità spirituale, non mi fossi ritrovato ad invocare ed ottenere, immeritatamente, dalla Vergine Maria (“per Mariam ad Iesus), la grazia della Luce e dell’incontro con Cristo. Si tratta di un evento personale sul quale non mi dilungo. Ma, in seguito a quell’evento, è iniziato un percorso che, dopo avermi fatto transitare attraverso la provvidenziale opera di Attilio Mordini (so bene che in Mordini, ed anche questo lo capito mano a mano che quell’Incontro invocato ed ottenuto si consolidava, sussiste una qualche influenza del tradizionalismo esoterico, anche se non bisogna esagerarla fino, come fanno alcuni, a “scomunicarlo”: rimane il fatto che comunque non si può dubitare della provvidenzialità dell’opera mordiniana per molti, come me, provenienti dalla destra radicale), mi ha portato ad un’adesione totale al Cattolicesimo. Un’adesione, ripeto, totale e non inquinata da marcionismo. Onde convincerlo, invito Leggenda Nera a leggere in proposito due miei articoli (“La teologia cristiano-sionista del cardinale Kasper”, in http://www.effedieffe.com/, e “Fratelli maggiori e fratelli minori”, in http://www.jerusalem-holy-land.org/,) dei quali trascrivo in nota alcuni passi, del tutto allineati con la prospettiva paolina (1). Da parte dello scrivente, non c’è nessuna negazione, marcionita, della continuità ed unità tra Antico e Nuovo Testamento ma solo evidenziazione, oggi troppo codardamente taciuta anche all’interno della Chiesa, della discontinuità tra la Fede di Abramo, che era il Cristianesimo ante litteram (“Prima che Abramo fosse, Io sono” Gv. 8,58), ed il giudaismo post-biblico, che è un’altra religione rispetto alla fede veterotestamentaria adempiutasi in Cristo. Nessun marcionismo, dunque, ma solo un “caveat” lanciato a quei cattolici che, anche sulla scorta di Alain Bensacon, credono che la religione giudaica post-biblica sia la stessa fede abramitica che è, essa e non il giudaismo post-biblico, la paolina “radice santa”.
Per quanto poi riguarda, più in generale, lo gnosticismo invito LeggendaNera a leggere quanto da me scritto (“La gnosi spuria smascherata – la ricerca filosofica e teologica di Ennio Innocenti) nel volume collettaneo “Ennio Innocenti – in septuagesimo quinto aetatis suae amici et sodales – fraternitas aurigarum in Urbe 2007” (scritti in onore di don Ennio Innocenti, purtroppo non reperibile in rete ma scrivendo direttamente a don Ennio Innocenti è via Capitan Bavastro 136 - 00154 Roma). In tale saggio faccio mia la definizione di gnosi spuria che l’insigne teologo romano, di formazione schiettamente tomista, ha formulato, nella sua opera “La gnosi spuria”, in termini assolutamente espliciti, anch’essa riportati in nota (2). Sulla scorta della migliore tradizione teologica cattolica, lo scrivente distingue senza riserve tra trascendenza ed immanenza, armonizzate sulla base dell’analogia entis, e senza cadere in alcun panteismo ad un tempo prometeico (non accettazione della dipendenza creaturale dall’Essere trascendente) e negatore della bontà del reale ossia nichilista (negazione degli enti creati come illusione – maya – della manifestazione apparente del pleroma cosmico che sarebbe l’unico reale nella sua essenza di “Tutto/Nulla”). Un panteismo, per l’appunto, gnostico.
Infine, veniamo alla questione Massignon ed Islam. Di Massignon, che era un grande esegeta e teologo cattolico nonché sacerdote di Santa Romana Chiesa, lo dico subito, ho notizie solo indirette, ma ho letto alcune opere di un suo grande allievo, il teologo ed esegeta francescano, docente in diverse Università pontificie, recentemente scomparso, padre Giulio Basetti Sani.
L’affiliazione abramitica della stirpe di Ismaele non è affermata da Massignon ma dal Genesi, nel capitolo 16, 11-12, laddove Dio, a mezzo del suo angelo, dice ad Agar, la schiava con cui Abramo aveva generato Ismaele e poi cacciata a causa della gelosia di Sara, e che è prossima alla morte nel deserto: "Ecco sei incinta, partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele, perché Dio ha ascoltato la tua afflizione. Egli sarà come un ònagro; con la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro lui e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli". E poi poco più in là, in Genesi 21,18, è aggiunto, con riferimento ad Ismaele, "ne farò una grande nazione". Orbene, un cattolico non può non chiedersi che senso abbiano queste promesse di Dio, senza però nulla concedere alla pretesa islamica di essere “il sigillo della Rivelazione” e fermo rimanendo l’assoluta centralità dell’Unica Mediazione Universale che è solo quella di Cristo. La risposta che Massignon, e sulla sua scorta, padre Basetti Sani danno è la seguente: i tempi di Dio non sono i nostri tempi sicché ciò che per noi storicamente viene dopo (l’Islam) nel Piano di Dio è semplicemente l’adempimento di una promessa veterotestamentaria in vista di avvenimenti escatologici futuri nei quali popoli, al momento non ancora giunti alla Pienezza della Rivelazione, ossia a Cristo, dovranno svolgere un qualche ruolo escatologico (nell’escatologia islamica, l’Impostore, il Dajjal, l’Anticristo, è ucciso da Isa, figlio di Maryam Vergine, ossia dal Gesù della Parusia: sarà pure un caso ma – si rifletta - ciò che attualmente impedisce ai fondamentalisti giudaici di ricostruire il tempio di Gerusalemme è il fatto che sulla spianata dove esso sorgeva sono state erette le due moschee di Omar e di Al Aqsa. Se non fosse per questo i rabbini fondamentalisti avrebbero già imposto al governo sionista israeliano di ricostruire il tempio per ripetere il sacrificio arcaico dello sgozzamento dell’agnello e “costringere” Dio – puro prometeismo! - a ricordarsi e rispettare il Patto stretto con Israele, “messia collettivo”, e consegnare a quest’ultimo la gloria sul mondo nel regno messianico promesso. Si tenga conto che l’eventuale ricostruzione del tempio da un punto di vista cristiano è un atto blasfemo: il Vero Tempio, distrutto e risorto in tre giorni, ed il Vero Agnello di Dio, sacrificato definitivamente per la salvezza del mondo, è Cristo Dio-Uomo, del quale l’antico ed abolito rito ebraico dell’agnello pasquale e l’antico tempio di Gerusalemme erano solo prefigurazioni. Quel tempio, ricostruito al ritorno dalla cattività babilonese e distrutto nell’anno 70 dopo Cristo, secondo le profezie veterotestamentarie avrebbe visto il Messia e non avrebbe potuto essere distrutto prima che il Messia fosse giunto: proclamando l’intenzione di ricostruirlo i fondamentalisti giudaici altro non fanno che affermare la “non-messianicità” di Cristo). In tal senso, ossia ipotizzando un ruolo escatologico ma Cristo-centrico e Cristo-direzionale dell’Islam, Maometto altro non sarebbe che un profeta veterotestamentario, storicamente post-litteram ma escatologicamente ante-litteram, mandato da Dio a preparare ai discendenti di Ismaele la futura piena conoscenza ed accettazione della Divino-Umanità di Cristo, che essi, gli islamici, come gli ebrei, comprenderanno solo alla fine dei tempi. Si prenda, ad esempio, la Sura III versetto 45 del Corano:"E quando gli angeli dissero a Maria: 'O Maria, Iddio ti annunzia la buona novella di un Verbo che viene da Lui, e il cui nome è: il Messia, Gesù, figlio di Maria, eminente in questo mondo e nella vita immediata ed ultima; egli è tra i vicini a Dio". Orbene, questo non è l'unico passo coranico in cui si proclama Cristo Messia e Verbo di Dio nonché la Perpetua Verginità della Madonna. Dico questo in via assolutamente ipotetica e soprattutto senza fare del facile ed ingenuo irenismo perché è indubitabile che l'Islam non riconosce (o almeno non ancora riconosce) la Divino-Umanità di Cristo. Tuttavia che questa, la Divino-Umanità di Cristo, sia adombrata nel testo coranico è argomento che non si può, neanche da parte mussulmana, respingere facilmente. Il ruolo dell’Islam, nel Piano Divino della Salvezza Universale, è certamente un ruolo che, comunque, lo vogliano o meno gli islamici, passa inevitabilmente, in un modo per il momento ancora non perfettamente comprensibile né storicamente evidente, per l’Unico Mediatore e Salvatore Universale Gesù Cristo, Dio-Uomo. Questo diceva Massignon, e dopo di Lui Basetti Sani. Quest’ultimo, ad esempio, ricorda che lo stesso Profeta Muhammad, più volte, ha confessato che il Mistero Divino per eccellenza, l’al-Ghayb della sura 7, non gli era stato rivelato. Padre Giulio Basetti Sani ritiene che l’al-Ghayb riguardi il Logos, la Parola, il Verbo di Dio. Quel Logos che, nell’incipit del suo Vangelo, san Giovanni, l’apostolo che Gesù amava, afferma essere in Principio, ossia all’inizio di ogni cosa, in quanto da sempre presso Dio, perché è Dio, ed afferma essersi incarnato, nel cuore verginale ed immacolato di Maria, in Cristo Gesù.
Come si vede, esiste un approccio cristiano all’Islam che riconduce del tutto quest’ultimo nell’alveo cristiano alla stregua di una rivelazione parziale e propedeutica, per i popoli germinati da Ismaele, all’accoglimento futuro ed escatologico della Pienezza della Rivelazione ossia Gesù Cristo, Dio-Uomo, il Verbo di Dio Incarnato. Se tutto questo è marcionismo e gnosticismo, allora credo di essere in ottima compagnia dal momento che quel grande scrittore cattolico che è Vittorio Messori, l’intervistatore di ben due Papi (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, quest’ultimo lo ha anche citato nel suo ultimo libro “Gesù di Nazareth”), ha avuto modo di scrivere (“Appunti sull’Islam” in Il Timone, n. 57, anno VIII, novembre 2006): “ (Massignon) Fu uno dei pochi che rifletté sull’enigma che sta dietro alla scelta di Maria – tanto venerata nel Corano – di apparire in un villaggio portoghese che porta il nome della figlia prediletta di Maometto, Fatima. Da Massignon ho imparato a riflettere sull’Islam non come fastidioso incidente, una sorta di errore della storia, ma come mistero da cui tentare di ricavare gli insegnamenti che, attraverso di esso, ha voluto darci il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. C’è una pista di pensiero indicata dall’islamista francese che mi ha sempre colpito ed è ancora tutta da approfondire. Osserva, infatti, Massignon che c’è un tempo storico e un tempo teologico. C’è, dunque, un calendario umano e c’è un calendario divino, per il quale non valgono le nostre categorie di ‘prima’ e di ‘dopo’, di ‘presente, passato, futuro’. Forse il sorgere dell’Islam va letto in questa dimensione che sfugge alle nostre categorie. Muhammad ‘dopo’ Gesù? Certo, secondo il nostro calendario: ma che ne sappiamo dei programmi divini, per i quali il Corano potrebbe essere una preparazione all’accettazione di un Vangelo per il quale ancora molti popoli non erano pronti?”. Permette LeggendaNera che si possa da, un punto di vista strettamente e fedelmente cattolico, indagare su questa – ripeto – (pura) ipotesi piuttosto che arruolarsi nelle schiere dello “scontro di civiltà”, parodia anticristica dell’“iter aut passagium ad Ierusalem” ossia di quel che noi ci ostiniamo a chiamare “crociata” e che tale non fu essendosi trattato di un “pellegrinaggio armato”? Non solo, poi, Messori è tra gli estimatori di Massignon ma anche un Pio XI, Papa pre-conciliare, il quale ebbe modo di incoraggiare gli studi islamisti del teologo e sacerdote cattolico con parole davvero lusinghiere. Ricevendo in udienza Massignon nel 1934, Pio XI definì la sua vicenda "una vocazione" e "un'elezione" che rimandavano a "una predilezione". I Papi pre-conciliari erano evidentemente molto più aperti di cuore che non i loro presunti nostalgici odierni. A questi ultimi basta l'immaginetta che essi si sono fatti di quei Papi e della Tradizione.
Per quanto riguarda, infine, Solov’ev, voglio ricordare a LeggedaNera che il grande scrittore russo, del quale comunque ammiro sinceramente la capacità “profetica” dimostrata nel suo “Racconto dell’Anticristo”, non sembra aver completamente superato le sue giovanili esperienze teosofiche che, in qualche modo, continuano a riverberare persino nell’importantissima opera testé citata, laddove, in chiusura del suo romanzo, il nostro fa seguire alla conversione di Israele l’apertura del millennio inteso come regno messianico sulla terra. Un cedimento al millenarismo, da sempre riprovato dalla Chiesa Cattolica ed anche da quella Ortodossa, che non può spiegarsi senza l’influenza della gnosi teosofica frequentata, prima della conversione, da Solov’ev. Sia detto, naturalmente, senza nulla togliere né alla grandezza dello scrittore né alla sincerità della sua conversione.
Chiedo scusa, caro Gambescia, per questa lunga invasione di campo, ma l’assurdità dei sospetti paventati da LeggendaNera mi ha costretto a tanto.
La saluto con stima e con cordialità
LUIGI COPERTINO


NOTE
1) (Prima citazione) “… la neo-teologia di cui si fa portavoce il cardinale Kasper è fondata su una palese falsificazione ermeneutica della dottrina di san Paolo. Infatti, l’Apostolo delle genti nel capitolo 11, 16-24 della ‘Lettera ai Romani’ chiama ‘Olivo Santo’ la Fede di Abramo intendendo per tale, né poteva essere diversamente date le stesse parole di Cristo in Gv. 8,58 (‘Prima che Abramo fosse, Io sono’), il Cristianesimo ante litteram. Quindi, l’Apostolo passa ad affermare che da questo ‘Olivo’ l’Israele post-biblico, a causa – lo abbiamo già ricordato – del suo ‘indurimento di cuore’, è stato ‘reciso’. Gli israeliti che non hanno riconosciuto Cristo sono, per san Paolo, ‘rami tagliati’ per far posto ad altri ‘rami’, agli ‘oleastri’, ossia ai gentili, che così sono chiamati anch’essi da Dio alla salvezza. L’esegesi paolina deve essere letta, per essere interpretata nel suo vero senso, alla luce delle parole di Cristo in Gv. 15, 5-6 ‘Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e Io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi li raccolgono e li gettano nel fuoco e li bruciano’. Per san Paolo, dunque, la caduta di Israele ha permesso la salvezza dei pagani e ciò, con tutta evidenza, significa che Israele, sebbene soltanto temporaneamente, in attesa della fine dei tempi, è fuori dall’ ‘Alleanza non revocata’, ossia dalla Rivelazione di Dio ad Abramo compiutasi in Cristo. Alleanza che, intesa come complesso unitario di Vecchio e Nuovo Testamento, è detta ‘non revocata’ non nel senso che essa coincida, attualmente, con il giudaismo talmudico-cabalista post-biblico, come sostengono i neo-teologi alla Walter Kasper, ma nel senso, per l’appunto insegnato da san Paolo, che tale Alleanza, inizialmente pattuita nella sua forma Antica, è stata definitivamente adempiuta nella, e superata dalla, Nuova Alleanza stabilita da Cristo e che pertanto solo in Cristo, e non nell’Israele post-templare, essa ha trovato la sua continuazione e, quindi, la sua ‘irrevocabilità’. Al modo, cioè, del contratto definitivo che, includendolo, perfeziona e prende il posto del preliminare nell’Unico Patto tra i contraenti, ossia, fuor di metafora, Dio e l’umanità. Nella Lettera ai Romani, san Paolo non usa mai, come forzando il senso del testo pretende di sostenere Kasper, l’espressione ‘Alleanza non revocata’ attribuendola agli ebrei post-biblici ma sempre e solo alla Fede di Abramo, all’Olivo Santo, dal quale l’Apostolo afferma chiaramente che l’antico Israele ha in pratica apostatato. A riguardo degli ebrei post-biblici, san Paolo afferma chiaramente che essi, essendo stati un tempo eletti, ossia scelti, da Dio, ‘sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’ (Romani 11,28-29). Con ciò l’Apostolo intende dire che il popolo ebreo, chiamato per primo da Dio, non sarà dimenticato nella sua attuale caduta perché, appunto, amato non per l’attuale sua apostasia ma per la fede dei suoi padri, fede che con il rifiuto di Cristo è stata dal popolo ebraico stesso rinnegata, e che pertanto esso alla fine dei tempi, e solo alla fine dei tempi, in virtù di quell’antica elezione che Dio non ha dimenticato, in quanto Dio mantiene sempre le sue promesse, sarà reinnestato nell’Olivo Santo della Rivelazione, nell’Albero della Vita che è la Croce di Cristo, il Logos fattosi Uomo.”. Ed ancora (seconda citazione):“... in tale passo (Rm. 11,28) l’Apostolo (san Paolo) non parla, come con sibillina ma significativa alterazione terminologica sostengono i giudaizzanti, di ‘Alleanza non revocata’, la quale comunque se, appunto, non è stata revocata non lo è stata nel senso, come ricordò Giovanni Paolo II a Colonia nell’anno 2000, che Essa, l’Antica Alleanza, ha trovato il suo adempimento definitivo e la sua continuazione nella Nuova Alleanza, ma soltanto di ‘chiamata, ossia elezione, irrevocabile’ a significare quel che lo stesso Apostolo, nella medesima Lettera, aveva affermato poco prima ossia che i suoi fratelli nella carne, per la durezza del loro cuore, sono ormai rami recisi dall’Olivo santo, essendosi allontanati per loro volontà dalla Fede dei Padri veterotestamentari, e che in tale condizione essi resteranno finché, alla fine dei tempi, non riconosceranno la divinità e la messianicità di Cristo per essere reinnestati di nuovo nel tronco vitale della Rivelazione. Reinnesto che sarà reso possibile dalla grande misericordia di Dio il quale, nonostante la loro abiura, non ha dimenticato di averli chiamati per primi alla Fede. L’esegesi paolina poggia, del resto, sulle stesse parole pronunciate da Gesù e rivolte alla Città Santa: ‘Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte:Benedetto colui che viene nel nome del Signore!’ (Mt. 23,37-39).”.
2) Da E. Innocenti “La gnosi spuria” Vol. I :“Nell’interpretare la realtà, due soltanto sono i giudizi sull’essere: l’essere, infatti, o è dall’intelligenza umana interpretato come partecipazione oppure è interpretato come caduta. Sia nel primo che nel secondo giudizio le conseguenze sono di grande importanza e tali da influenzare tutto il vivere umano. L’essere è ‘partecipato’ da una fonte sapiente, libera ed amante: l’Infinito Iddio. Egli, pienezza di coscienza bontà e bellezza, partecipa il suo essere amando gli esseri che crea, ordinandoli in una collaborazione che rispecchia la sua perfezione, cui tutti – e l’uomo consapevolmente e liberamente – tendono. L’essere, invece, ‘cade’, primordialmente e necessariamente, da un’oscurità inconscia innominabile informe ed indeterminata, e tale caduta, che comporta la degradazione e la differenziazione degli esseri, dev’esser riassorbita nell’unità indifferenziata del tutto. Nella prima interpretazione l’uomo si innalza per dono divino. Nella seconda, invece, l’uomo s’illude d’erigersi immedesimandosi nel tutto. Vi sono altre caratteristiche che differenziano inconfondibilmente questi due tipi di gnosi: la ‘prima’ suppone la irriducibilità fra essere e non essere, Dio e gli esseri creati, lo spirito e la materia, la verità e l’errore, il bene e il male; la ‘seconda’ no. Inoltre: ‘nella prima’ ordine, gerarchia, obbedienza sono le direttive che discendono dai presupposti; ‘nella seconda’ il caos, l’anarchia, l’individuo eslege sono armonici con le premesse. Ancora: ‘la prima’ progredisce aprendosi al dono e all’influsso divino; ‘la seconda’ maturando la consapevolezza di sé e della propria fonte (or ora indicata: caduta e degradazione). La prima gnosi la chiamiamo ‘pura’, la seconda ‘spuria' ".

sabato, dicembre 24, 2005

Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale!

Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale!
Buon Natale a chi ti cerca una volta, e non ti cerca più...
Buon Natale a chi ti aveva cercato, ma...
Buon Natale a chi non ti cerca proprio...
Buon Natale a chi ti cerca perché è costretto a cercarti...
Buon Natale a chi ti cerca perché non è costretto a cercarti...
Buon Natale a chi ti cerca perché ti vuole fregare...
Buon Natale a chi ti cerca e non ti trova...
Buon Natale a chi ti cerca e ti trova...
Buon Natale a chi cerca se stesso...
Buon Natale a chi non cerca se stesso...
Buon Natale a chi non vuole essere trovato...
Buon Natale a chi ti cerca perché ti vuole bene...
Buon Natale! Buon Natale! Buon Natale!

venerdì, dicembre 23, 2005

Democrazie e denaro

Ha fatto rumore la notizia che Gerhard Schroder, ex cancelliere tedesco, intascherà "un milione di euro l'anno" come alto consulente del consorzio russo-tedesco (Gazprom-Basf-E.On) che costruirà il gasdotto tra Russia e Germania. Particolare non secondario: Schroder, da cancelliere si era battuto "come un leone per mandare a buon fine" il progetto, come scrive il "Corriere della Sera Magazine" (n.51 -22 dicembre 2005, p.12).
Ecco, la notizia ha fatto rumore, ma non scandalo vero e proprio... Perché?
In certa misura l'opinione pubblica tedesca ed europea è assuefatta agli "scandali". Ciclicamente, uomini politici, funzionari, imprenditori, vengono arrestati, processati, spesso condannati, per reati di corruzione, ma nulla sembra cambiare. Raramente l'indignazione, si trasforma, in autentico movimento di protesta collettiva. Dal momento che i partiti si guardano bene dal favorire processi che potrebbero delegittimarli. A meno che non si tratti di mettere fuori gioco l'avversario diretto. Ad esempio, in Italia, l'inchiesta "Mani Pulite" fu intenzionalmente usata da una parte politica contro l'altra.
Si teme, insomma, a livello di ceti politici, economici e intellettuali, che la critica dei partiti possa trasformarsi in critica della democrazia parlamentare, e infine della democrazia pura e semplice. In effetti, il rischio, già valutato da Aristotele nella sua "teorica" delle forme di governo, sussiste. La gente comune tende a generalizzare, e spesso come la storia mostra, per stanchezza, spesso preferisce gettarsi nella braccia del "buon tiranno". E di conseguenza chi oggi governa, certo, reprime la corruzione, ma senza eccessi, e soprattutto evitando di creare pericolose fratture tra il popolo e le élite al potere. Perciò i frequenti casi di corruzione, se non sono usati contro l'avversario di turno, di solito sono presentati come l'eccezione che conferma la regola della sostanziale probità dei governanti. E in genere la gente, almeno finora, sembra credervi.
Tuttavia come ogni processo sociale, anche la "cloroformizzazione" dell'opinione pubblica, di fatto gestita dai media, ha un punto limite. E questo è rappresentato, come dire, dal "tasso di corruzione" che può essere tollerato dal sistema economico e sociale. Che è costituito dal rapporto tra crescita economica, volume dei profitti e quindi sostenibilità dei costi "sommersi"della corruzione. E più si riducono i margini di profitto delle imprese a causa dei costi da finanziamenti illeciti, più il sistema si avvicina al punto limite: il momento in cui il costo della corruzione supera i profitti.
Ovviamente se l'economia in generale cresce, il processo può subire un rallentamento (ed essere riassorbito attraverso l'inflazione) , ma ad esempio in tempi di crisi come questi, in cui le imprese devono tagliare i costi, e dunque anche quelli "in nero", accade il contrario, e il processo verso la "saturazione" può aumentare bruscamente di velocità, e trasformarsi in una componente di un più generale processo di recessione.
Insomma, nonostante tutto, il "risveglio" della pubblica opinione potrebbe essere molto vicino...

giovedì, dicembre 22, 2005

Riletture: John Kenneth Galbraith

I giudizi sull'opera di John Kenneth Galbraith (1908) sono discordanti. Per gli economisti di area liberale (nel senso europeo del termine), e ovviamente per i liberisti più accesi, l'economista americano resta un pericoloso teorico dell'interventismo statale. Per gli economisti non ortodossi (socialisti, marxisti, ecologisti, comunitaristi e per i nuovi teorici della "decrescita") rimane invece un fautore dello "sviluppismo" economico. Infine per la scuola istituzionalista americana (che, grosso modo, è su posizioni politico-economiche socialdemocratiche) resta un maestro. Con una eccezione: i "nuovi istituzionalisti" (attenti all'uso degli strumenti matematici) ne criticano il "romanticismo economico", e l'approccio più storico che modellistico.
La verità, come sempre, è nel mezzo. Galbraith, famiglia di origine scozzese, ma nato in Canada, Ontario, prima giovane studioso di economia agricola, e poi professore di economia tout court a Harvard (1948-1975), ha sempre ritenuto lo Stato l' istituzione (se non proprio la sola) capace di difendere progresso sociale, giustizia e sviluppo, minacciati dalle forze più retrive ed egoiste del capitalismo, rappresentate dalle grandi imprese monopolitiche.
A Galbraith si deve quello che ancora oggi è il miglior libro sul capitalismo americano: American Capitalism (1952), dove descrive realisticamente i processi di concentrazione del potere economico nelle mani di ristretti gruppi di capitalisti e la conseguente e preziosa opera di bilanciamento politico di Stato e Sindacato.
In certo senso Galbraith, che poi tornerà sul tema in libri importanti come The Affluent Society (1958), The New Industrial State (1968), Economics and the Public Purpose (1973), The Nature of Mass Poverty (1980), reputa che il mercato da solo non basti: occorrono correttivi pubblici. Il suo "teorema" è il seguente: senza Stato, non c'è sviluppo, e senza sviluppo, non c'è capitalismo. O meglio, se lo Stato non svolge il suo ruolo (di indirizzo e controllo), lo sviluppo si orienta verso la produzione di beni privati a danno di quelli pubblici. Il numero dei ricchi cresce, ma quello dei poveri ancora di più: all'opulenza privata si affianca lo squallore pubblico. Da questo punto vista Galbraith è straordinariamente vicino, anche se non lo ha mai ammmesso, alle tesi di Marx sulla pauperizzazione della società capitalistica. Con una differenza: Marx la credeva ineluttabile, Galbraith gestibile, se non proprio superabile, grazie all'opera redistributrice (attraverso la leva fiscale) dello Stato, e dunque, di un più equo sviluppo economico.
Galbraith pone comunque un problema. Quello della necessità di macrostrutture "politiche" in grado di opporsi alle macrostrutture "economiche" del capitalismo: i "movimenti sociali" sono importanti, ma da soli non bastano... Però non ne vede un altro, ancora più importante: quello dei limiti (soprattutto ecologici) dello sviluppo economico "infinito".
Le sue opere in Italia sono tradotte da Etas, Einaudi, Bollati Boringhieri, Mondadori, Rizzoli. Galbraith è un autore prolifico ha scritto decine di libri e collaborato con i più diversi giornali e riviste, dal "New York Times" a "Palyboy". Su di lui si veda l'importante lavoro di Richard Parker, J.K.G: His Life, His Politics, His Economics, Farrar, Straus and Giroux, New York 2005, pp. 820 (sales@fsgbooks.com).

mercoledì, dicembre 21, 2005

Lo scaffale delle riviste. Rassegna mensile

Va subito segnalata l'edizione italiana de "Le Monde diplomatique" (n. 12, XII, dicembre 2005 www.ilmanifesto.it/mondediplo/) per un interessante dossier sul "WTO alla fine del ciclo" (pp. 5-8), scritti di Bernard Cassen, Jacques Berthelot, Tomamadou Seck, Frédéric Viale, Alain Lecourieux .
Molto interessante anche l'ultimo numero di "Catholica" (Automne 2005, n. 89, http://www.catholica.presse.fr). Si veda in particolare la sezione dedicata all' "Equivoque subsidiarité" (pp. 4-31), articoli di Bernard Dumont, Christophe Réveillard, Gilles Mignot. Notevoli anche i saggi del teologo Claude Barthe ( Théologie de culte divin:de nouveau chemin, pp. 32-42) e del filosofo della politica Claude Polin (Que peuvent etre les hommes les meilleurs dans une démocratie? , pp. 56-75).
Da non perdere "Filosofia Politica" (3/2005 diffusione@mulino.it), rivista diretta da Carlo Galli, Giuseppe Duso e Roberto Esposito, noti studiosi di filosofia politica. Si raccomanda in particolare la lettura del dossier sui "Diritti" (pp. 361-441), scritti di Mauro Berberis, Fred D. Miller jr., Emanuele Stolfi, Thomas Casadei, Costanza Margiotta, Bruno Celano.
Eccellente anche l'ultimo fascicolo di "Diorama" (Novembre 2005, n. 274 ordini@diorama.it), la storica rivista diretta da Marco Tarchi. Particolarmente interessanti i due contributi di Alain de Benoist sul tema "Identità, differenza, libertà" (pp. 1-18). Da leggere tutto d'un fiato anche il profilo di Hannah Arendt tracciato da Eric Werner (pp. 35-39). Di questo autore, docente di filosofia politica all'Università di Ginevra, si veda L'anteguerra civile. Il disordine come condizione dell'ordine nelle democrazie contemporanee, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004, www.libreriaeuropa.it).
Notevole anche l'ultimo numero di "Italicum" (Anno xx, Novembre-Dicembre 2005, www.centroitalicum.it) la rivista diretta da Luigi Tedeschi. Oltre al documentatissimo editoriale di Mario Porrini, si veda l'interessante focus su "Geopolitica o Geoeconomia?" (pp. 3-9)), con scritti di Luca L. Rimbotti, Luigi Tedeschi, Giorgio Vitangeli, Adriano Segatori, Gabriele Adinolfi, Salvatore Santangelo, Costanzo Preve, Maurizio Messina.
Infine si veda su "l'Officina" (numero 8 -2005 officina@lineaquotidiano.it), l'interessante forum dedicato a Leo Longanesi (pp. 11-27), scritti di Andrea Marcigliano, Mario Bernardi Guardi, Enrico Nistri. Il fascicolo si segnala anche per un approfondito intervento di Marco Toti, sul "fondamentalismo protestante Usa" (pp. 33-37).

lunedì, dicembre 19, 2005

Stati Uniti: sociologia e storia del "muro"

Come riferiva ieri il manifesto, lungo la frontiera col Messico potrebbe sorgere un "muro" hi-tech di mille chilometri per fermare l'immigrazione clandestina di lingua ispanica. La Camera dei Rappresentanti statunitense, oltre a tale provvedimento, ha approvato anche uno studio di fattibilità per l'edificazione di un "muro" anche al confine con il Canada.
Che dire? Si possono fare quattro riflessioni.
In primo luogo, dal punto di vista storico, quando si decide di costruire "muri", come avvenne a Roma e in Cina (dal Vallo di Adriano alla "Grande Muraglia") si apre la fase del ripiegamento. In genere si chiude l'epoca delle grandi conquiste, e si apre quella della amministrazione di ciò che si è conquistato. In certo senso ci si difende invece di attaccare. Ma non sempre...
In secondo luogo, dal punto di visto sociologico, la costruzione di un muro, indica la totale incapacità di capire l'Altro. Di solito, alla base del rifiuto di "ascolto" c'è la distinzione, classica, tra Noi (in questo caso gli statunitensi), i "civilizzati" e tutti gli altri (messicani, canadesi, eccetera), i "barbari".
In terzo luogo, dal punto di vista antropologico, la costruzione di un muro col Messico, è il punto di arrivo di quella cultura americana "della paura", ben studiata da Glassner nei suoi libri. Che spinge gli americani, come spesso purtroppo è capitato nella loro breve storia, a difendersi preventivamente, da "ipotetici" nemici (dagli indiani ai neri).
In quarto luogo, la decisione di costruire un muro, si va però a inserire "storicamente", in un quadro di guerre espansionistiche e di conflitti con tutto quello che non è "all american". In questo senso (ecco l'elemento che differenzia l'esperienza americana da quella Romana e Cinese) gli Stati Uniti sono una potenza soprattutto marittima (anche Roma lo era, ma solo in parte), e aerea, e quindi la costruzione del muro, non indica ripiegamento vero la pura amministrazione ma l'inizio di una fase di consolidamento interno, per poi spiccare un ulteriore balzo in avanti.
In certo senso la costruzione del "muro messicano" può essere paragonata all'edificazione di quel un muro che serviva a congiungere, a scopo militare, commerciale ed economico, il porto del Pireo alla città di Atene, altra potenza marittima. Alla sua costruzione (482-472 a.C.) seguì un periodo di conquiste e di guerre (a voler essere precisi ben cinque guerre, sanguinosissime). E fu distrutto, solo nel 404, dai vincitori della lungo conflitto peloponnesiaco, gli Spartani.
Siamo insomma appena agli inizi, e non di un periodo di pace.

sabato, dicembre 17, 2005

Iraq: la democrazia parlamentare e i suoi amici

Il 70 per cento degli iracheni ha votato. La stampa ha trasformato il fatto in evento. Ovviamente per i giornali favorevoli alla politica di Bush l'alta affluenza alle urne comproverebbe il successo della strategia americana, per quelli contrari, solo stanchezza e voglia di "normalità" a ogni costo. Ma (ecco il dato interessante), per tutti i giornali l'alta percentuale di votanti rappresenta comunque un segno di adesione alla democrazia parlamentare di tipo occidentale.
Resta però incomprensibile, come si possa sostenere una tesi del genere, per un paese che non ha mai conosciuto la città-stato greca, il diritto privato romano, il cristianesimo, il libero comune, le carte dei diritti, e che ha scoperto lo stato-nazione, ma nella versione socialista-nazionale, solo con Saddam.
Certo i media hanno la vista corta e comunque interessi (pro o contro) da difendere, ma resta difficile spiegare l'acquiescenza pressoché totale, a una tesi del genere. A meno che non si riconosca il peso di una mentalità di tipo colonialistico, che continua a far vittime a destra come a sinistra.
La democrazia, e soprattutto quella parlamentare, è un prodotto storico dell'Occidente. E' frutto di una precisa tradizione storica e di una mentalità socioculturale che non ha eguali altrove. Ciò non significa che sia la migliore, ma che richiede precise condizioni storiche, culturali, sociali ed economiche. E soprattutto che non va mai "imposta" con le armi.
Pertanto sull'Iraq sarebbe meglio non farsi troppe illusioni, anche perché si tratta di una democrazia parlamentare introdotta dall'alto e sulla punta delle baionette. Non è il caso neppure di fare raffronti con la rivoluzione kemalista in Turchia, che tra l'altro sfociò in dittatura militare, frutto di una rivoluzione interna, e che comunque si rivolgeva e rappresentava interessi militari ed economici "nazionali" (gli alti quadri militari e i ceti economici emergenti). In Iraq l'esercito è stato completamente ricostituito, e "snazionalizzato", e dunque non può essere portatore di alcun interesse collettivo. Quanto alla borghesia irachena, saranno necessarie almeno due generazioni, perché possa riprendersi dallo shock di un conflitto disastroso (iniziato nel 1991). E in ogni caso, visto il peso che sta assumendo il capitale straniero in campo petrolifero, rischia di trasformarsi in borghesia "compradora" e parassita.
Quanto al popolo che avrebbe "votato in massa", si tratta di una reazione di sostegno passivo, ma sempre revocabile, al processo politico in corso. La popolazione è praticamente priva di tutto e vive la guerra civile in una condizione di paura. Di qui l'adesione passiva, non tanto ai principi delle democrazia parlamentare, quanto a una promessa di normalità.
Pertanto la stampa anti-Bush ha in parte ragione, ma sarà molto difficile trasformare, la paura in consenso ragionato, e il consenso ragionato nella scelta democratica del cittadino "equilibrato e informato", celebrato dalla politologia liberale. In primo luogo per le ragioni storiche di cui sopra, e in secondo luogo, perché se la guerra civile in atto dovesse inasprirsi, anche a causa di un eventuale conflitto Usa-Iran, il ritorno alla "normalità" diventerebbe impossibile.
Di più: le aspettative di "pace" tradite potrebbero trasformarsi in boomerang per le autorità politiche locali e i paesi occidentali che le appoggiano con le armi.
E il passo "indietro" dalla democrazia parlamentare al terrorismo generalizzato sarebbe brevissimo.

venerdì, dicembre 16, 2005

Capitalismo per atei non devoti

Il ciclone giudiziario che sta travolgendo Fazio, Fiorani, Consorte e altri banchieri e finanzieri merita qualche riflessione sulla presunta mancanza di un'etica "negli" affari. Secondo alcuni osservatori gli scandali che segnano il capitalismo attuale, e non solo quello italiano, sarebbero causati da una mancanza di "etica imprenditoriale".
Purtroppo il punto è che nessuno spiega in modo convincente il perché di questo vuoto. Di solito, come nel caso del giurista Guido Rossi, ci si appella all'assenza di "regole" senza spiegare però che le "regole" non nascono come per incanto ma sono un "prodotto" socioculturale, che richiede spesso il lavoro di due o tre generazioni e ferme credenze nei valori assoluti. E non il puro e semplice intervento, magari "illuminato" o punitivo, di parlamenti e magistrati.
Ora, se c' è un dato sicuro, è che oggi il capitalismo si sviluppa in una specie di vuoto morale e religioso (nel senso di un ancoraggio "alto", trascendente, della responsabilità imprenditoriale, come nel "protocapitalista" di origine calviniste, studiato da Max Weber). Si tratta di un capitalismo per atei non devoti, per parafrasare un giochino di parole molto in voga. E se questo accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, figurarsi in paesi dalle tradizioni cattoliche, e quindi meno rigoriste, come appunto l'Italia.
Si tratta di un fenomeno che può essere fatto risalire alla nascita dell'economia mista e della società per azioni (quindi grosso modo alla prima metà del Novecento): il sostegno dello stato e la parcellizzazione del potere all'interno della grande impresa favorirono l'irresponsabilità diffusa. Al grande capitano d'industria si sostituirono tecnocrati (pubblici e privati) e ristretti gruppi di azionisti affamati di profitti.
Questo fenomeno si è accentuato, dopo essersi sviluppato come in una serra calda all'interno del capitalismo pubblico-privato (anni Cinquanta-Settanta), con l'arrivo della globalizzazione e delle privatizzazioni (anni Ottanta-Novanta), accolte entrambe come strumenti per realizzare a breve altissimi profitti. In un quadro socioculturale ovviamente segnato da un materialismo e un individualismo sempre più volgari. E all'insegna, per quello che riguarda le responsabilità, del tutto è permesso, visto che dio (nel senso sopra indicato) non esiste ...
Sotto questo aspetto, le stesse privatizzazioni, invece di favorire il ritorno alla responsabilità imprenditoriale, hanno creato una specie di zona franca, dove tecnocrati pubblici e privati, riciclandosi, hanno lucrato a spese sia del pubblico che del privato. E in questo contesto, un ruolo essenziale, soprattutto in Italia, è stato giocato dalle banche e imprese pubbliche privatizzate, che sono diventate la preda più ambita delle seconde file della managerialità pubblico-privata: i Cragnotti, i Fiorani, Consorte, eccetera, subito entrati in conflitto, con le prime file, il cosiddetto ex salotto buono (Mediobanca e dintorni) . E la guerra è ancora in corso.
Il vuoto morale indubbiamente indica una situazione di crisi. Al capitalismo "eroico" dell'Otto-Novecento e a quello "assistito" del Novecento, si va sempre più sostituendo il capitalismo irresponsabile: degli atei non devoti.
Difficile dire quando, dove e come finirà la sua corsa. Ma finirà.

giovedì, dicembre 15, 2005

Riletture: François Perroux

Non sono molti gli economisti del Novecento il cui approccio possa essere definito "globale". Uno di questi è sicuramente François Perroux (1903-1987). Francese, lionese, figlio di un modesto artigiano, negli anni Trenta studiò a Parigi, Londra, Vienna, dove seguì i corsi di L. von Mises. Fu tra i primi a capire il valore del messaggio teorico di Keynes e a diffonderlo nella Francia degli anni Cinquanta. Professore al Collège de France (1925-1975), fondatore dell' ISEA (poi ISMEA), importante centro di studi per l'economia applicata. Ebbe contatti di studio e amicizia con economisti come J. Hicks, J. Robinson, R. Stone, e per l'Italia Giuseppe Palomba, altro economista "anomalo". Inoltre i suoi studi sui grandi spazi geopolitici attirarono l'attenzione di Carl Schmitt (si veda il recente C. Schmitt, Un giurista davanti a se stesso, Neri Pozza, Venezia 2005, pp. 194-199).
Perché "globale"? Perroux, a differenza di neoclassici e marxisti non ha mai ricondotto, come dire, l'economia alla sola economia. Secondo lo studioso francese ( che in questo senso è vicino alle tesi di Marx, Pareto e Schumpeter) l'economia implica sempre la società e l'uomo come essere sociale, come essere "globale": al tempo stesso economico, politico, culturale, eccetera. Di qui la necessità di estendere lo studio dell'economia a fenomeni come il potere, le mentalità e le strutture socioculturali.
Sotto questo punto di vista è pressoché impossibile fornire un elenco dettagliato degli argomenti da lui affrontati: la comunità, il sindacalismo, il progresso e la crescita economica, la contabilità nazionale, le economie di piano, il mercato oligopolistico, i grandi spazi autarchici, il dono, la coesistenza pacifica, il concetto di alienazione. Particolarmente importanti sono gli studi sui rapporti tra economia e potere (si veda in italiano, L'economia del XX secolo, Etas Kompass, Milano 1967, esauritissimo). Perroux mostra come il potere "pre-economico" dei vari gruppi politici e di pressione riesca in pratica a determinare i prezzi di mercato, e soprattutto come la qualità dello sviluppo economico sia in realtà collegata alla "dominanza politica": alla capacità di condizionamento esercitata dai grandi aggregati politici, dagli imperi alle multinazionali. In questo senso Perroux è ancora oggi utilissimo per capire i meccanismi di funzionamento economico e di "dominio del cosiddetto "impero americano", ma anche per comprendere le ragioni della debolezza "politica" europea. Va qui ricordato che Perroux definì all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento, "la monnaise du bloc européen (...) un pis-aller" (L'Europe sans rivages, Puf, Paris 1954, p. 526): un "ripiego", che da solo, non avrebbe mai potuto sostituire la necessaria integrazione politica e funzionale dell'Europa, nel segno però non dell'autarchia pura e semplice, bensì di una crescente unificazione dell' economia mondiale. Un processo, che per essere proficuo, in primis per gli europei  - ecco le sue conclusioni -  avrebbe dovuto rispettare    la  fisiologica diversità  tra i  poli geopolitici di sviluppo e crescita  interni ed esterni all'economia europea e, di conseguenza, seguire la via maestra  della divisione internazionale  del lavoro, sia in ambito economico che monetario.  
Su di lui si veda l'importante monografia François Perroux, "Les Dossiers H", a cura di François Denoel, L'Age d'Homme, Lausanne 1991 (http://www.lagedhomme.com/). La sua Opera Completa è in corso di pubblicazione per Presses Universitaires de Grenoble (http://www.pug.fr/); finora sono apparsi 11 volumi.
Insomma, un economista che svela i limiti di una teoria economica, come l' attuale, puramente astratta e basata sulla "matematizzazione" totale. E soprattutto, un economista che si è confrontato con i grandi temi spengleriani dello sviluppo e decadenza delle nazioni e delle civiltà.
Un'opera unica nel suo genere.

mercoledì, dicembre 14, 2005

Libri strenna o quasi.

Qualche idea su quali libri leggere e regalare a Natale.
Un bel libro, impegnativo ma non tedioso, per coloro che apprezzano Franco Battiato è l'agile volumetto di Paolo Jachia, E ti vengo a cercare. Franco Battiato sulle tracce di Dio, Ancora, Milano 2005, pp.176, Euro 12,00 (www.ancoralibri.it). L'autore, fine musicologo, scopre e spiega la "mistica" del poliedrico autore siciliano.
Per chi invece voglia scoprire tutta la forza dell'epica postmoderna si consiglia la lettura di Marco Cottignoli, Il Cavaliere e il buon Dio, Tabula Fati, Chieti 2005, pp. 127 (www.tabulafati.it). Il viaggio tra poesia, letteratura e filosofia, di un giovane antropologo, attraverso la critica di quei miti e riti che "infestano" la società attuale. Presentazione di Mariano Dardo e illustrazioni, molto belle, di Paolo Mizzan.
A chi sia stanco di un'Europa incapace di andare oltre la retorica "buonista" e gli "affari" si consiglia la lettura di due testi pubblicati dalle Edizioni Dedalo (www.edizionidedalo.it), che aiutano a capire le ragioni del fallimento di una grandissima idea: Pietro Barcellona, Il suicidio dell'Europa. Dalla coscienza infelice all'edonismo cognitivo, Bari 2005, pp. 192, Euro 15,00; Agostino Carrino, Oltre l'Occidente. Critica della Costituzione europea, Bari 2005, pp. 240, Euro 15,00.
Delle Edizioni Settimo Sigillo di Enzo Cipriano (www.libreriaeuropa.it) vanno segnalate due recentissime e importanti uscite: Enzo Erra, Steiner e Scaligero. Due maestri una via , Roma 2005, pp. 157, Euro 15.000, una preziosa raccolta di articoli pubblicati nell'arco di un cinquantennio dall'autore, storico e giornalista notissimo, su due pensatori che offrono al lettore le chiavi per comprendere meglio la crisi del nostro del nostro tempo e soprattutto come uscirne, almeno sul piano individuale, recuperando, come scrive Scaligero, il "pensiero vivente"; Costanzo Preve, Del buon uso dell'universalismo. Elementi di filosofia per il XXI secolo , Roma 2005, pp. 176, Euro 16,00, un testo di "battaglia" (filosofica s'intende), ricco di riflessioni e spunti per chi crede ancora nell'importanza della metapolitica. Un Costanzo Preve da leggere tutto d'un fiato.
Veramente curioso, lo stimolante volumetto, tra l'altro dalla veste grafica elegantissima, curato da Piero Carini, Evola no-global ?, Edizioni di Ar, Padova 2005, pp. 67, Euro 9,00 (www.libreriaar.it), che raccoglie saggi di Marino Freschi, Sandro Consolato, Giovanni Damiano, Piero Di Vona, Luca L. Rimbotti, Anna K. Valerio, su un Evola sorprendentemente attuale, come dire, "postmoderno". Utile anche per chi voglia avvicinarsi al pensiero del "Marcuse di Destra".
Interessante, anche se non organico, perché frutto della giustapposizione di due testi pensati e scritti in tempi diversi, e quindi di lunghezza e contenuti non omogenei, A. de Benoist, Giuseppe Giaccio, Costanzo Preve, Dialoghi sul presente. Alienazione, globalizzazione, destra/sinistra, atei devoti. Per un pensiero ribelle, Controcorrente, Napoli 2005, pp. 159, Euro 14,00 (controcorrente_na@libero.it). Ovviamente sempre godibili gli interventi di de Benoist e Preve. Molto bella la grafica di copertina. Che del resto è ormai una caratteristica delle edizioni Controcorrente, così ben dirette dal bravo Pietro Golia.
Da non perdere infine il fascicolo appena uscito del "il/la Consapevole" (n. 4, Novembre-Dicembre 2005 - www.ilconsapevole.it), ricco di idee e consigli su come contrastare il consumismo natalizio. E non solo.

domenica, dicembre 11, 2005

Liberalismo o totalitarismo?

Tra la caduta del Muro e l'11 Settembre, in poco più di un decennio (certo, denso di eventi cruciali), è iniziato e giunto a compimento il processo di rinascita di quello che può essere definito il "liberalismo postnovecentesco".
Un processo di rinascita ideologica, politico-economica e militare.
Prima una definzione: perché liberalismo postnovecentesco? Perché, a differenza del liberalismo novecentesco, che si definiva "una" corrente di pensiero, il liberalismo postnovecentesco, si definisce "il" pensiero per eccellenza, capace di inglobare tutti gli altri (tra l'altro si tratta di una vecchia idea che risale al tardo Croce: il liberalismo come "prepartito").
Sul piano ideologico il processo è consistito nel designare il liberalismo, nelle sue versioni di destra (Hayek), sinistra (Rawls) o anarco-capitaliste (nelle varie sfumature etiche: Nozick, Rothbard, e altri) come l'unico "contenitore" ideologico del dibattito pubblico. E in una rilettura della storia (e dei pensatori precedenti) sulla base del conflitto tra "liberalismo" e totalitarismo.
Sul piano politico-economico il processo è consistito nel puntare sullo stato non interventista e sul mercato come unici "contenitori" dello sviluppo. E in una rilettura della storia politico-economica passata come conflitto tra liberismo e statalismo (nelle sue varie tendenze, dal capitalismo sociale alla pianificazione sovietica e nazionalsocialista).
Sul piano militare il processo è consistito nell'espansione con tutti i mezzi (compresi quelli violenti) di quello che, a questo punto, può essere definito, il "pensiero unico liberale". Come ogni altra forma di totalitarismo, anche quello liberale, si propone infatti di "convertire". E si stupisce quando trova delle resistenze: se la nostra (sostengono i liberali) è la migliore ricetta ideologica, politica, economica, perché rifutarla?
E purtroppo lo stupore, si trasforma in dolore, e il dolore in reazione, spesso di tipo militare.
Ora il punto non è che il liberalismo sia una dottrina politica (attenzione alla parola) pericolosa e piena di lacune. Tutt'altro: la sua difesa della persona e della libertà dei singoli è alla base di ogni forma di pensiero pluralista ed eticamente motivato. Il problema è che il liberalismo postnovecentesco si è trasformato in ideologia, nel momento in cui si è qualificato come unica forma di pensiero politico, economico e sociale: come unica forma di "verità rivelata". Non si sa bene da chi...
E più il liberalismo si presenta, come l'unica risposta a tutti problemi, più si trasforma in un autentico totalitarismo.
Ovviamente siamo all'inizio di un processo, dai tempi lunghi e non facilmente prevedibili, se non nelle sue caratteristiche generali. Di solito alla rinascita di un'ideologia, segue prima un periodo di consolidamento militare, portato a termine dalle forze che si riconoscono in essa, e dopo di sviluppo e costruzione di un vero e proprio "ordine nuovo"; seguono poi maturità, dissoluzione e decadenza. Come altri ordini nella storia, anche quello liberale, cederà il passo ad altri.
Ma è ancora presto per stabilire quando...

sabato, dicembre 10, 2005

Jean Baudrillard e la concezione "macchinale" della società

Le intuizioni di Jean Baudrillard hanno sicuramente rappresentato per almeno due generazioni di sociologi un costante punto di riferimento. Pioniere dell'antieconomicismo, acuto indagatore della sociologia dei consumi, sottile interprete delle più complicate forme simboliche di rappresentazione sociale.
Negli ultimi anni, tuttavia, come capita talvolta anche ai grandi, il suo pensiero si è fatto meno creativo, alle ottime sintesi degli anni Settanta-Ottanta del Novecento, sono seguiti interventi più saggistici, alcuni brucianti, si pensi a quello sull'America, altri meno originali, come gli scritti sull'immaginario postmoderno, e sui media in particolare.
Purtroppo, il punto è che i limiti di Baudrillard (certo, si parla dei limiti di un pensatore comunque importante) sono insiti, e da sempre, nel suo approccio, come dire, "macchinale" alla società: Baudrillard, non si è infatti mai stancato di ripetere che la società è una vera e propria macchina che attraverso i suoi simboli, dipendenti da precisi rapporti di produzione, fagocita gli uomini, trasformandoli in automi che obbediscono a simulacri: a rappresentazioni di rappresentazioni...
Ora questo approccio, che può valere (ma non del tutto) per lo studio della società contemporanea, non può sicuramente essere utilizzato per quello della società in genere, che non è una macchina, ma frutto di un delicato equilibrio interattivo tra cultura, istituzioni e uomini. La società non "produce" uomini: condiziona, ma non determina mai il comportamento umano, come del resto mostra la storia umana.
Sotto questo aspetto Baudrillard dice troppo, perché costruisce e offre un modello generale di società, benché non lo ammetta mai esplicitamente (nascondendosi dietro la labile cesura moderno-premoderno), e poco, perché questo modello generale di società, non è in realtà generale, ma particolare, dal momento che riflette solo certi caratteri della società contemporanea.
Questi limiti si colgono anche nel suo articolo apparso ieri su "Repubblica", dove Baudrillard contrappone le élite della politica al popolo che ha votato no ai referendum sulla costituzione europea. Se la contrapposizione può essere accettata, non può invece essere accettata la spiegazione che ne dà Baudrillard: il no sarebbe frutto di un egoismo consumistico, alimentato simbolicamente dalle stesso sistema, e tacitamente accettato da élite e popolo.
Ora non si capisce, come Baudrillard possa poi sostenere, nella chiusa dell'articolo, contraddicendosi, che dal no potrebbe svilupparsi una opposizione diffusa al nuovo ordine mondiale basato su guerre e alti consumi.
Delle due l'una: se élite e popolo parlano lo stesso linguaggio dell' egoismo, il "cambiamento" non è possibile; se élite e popolo parlano linguaggi diversi (le élite quello dell'egoismo, il popolo quello dell'altruismo), allora il "cambiamento" è possibile. Tuttavia, in questo secondo caso, Baudrillard deve spiegare, e chiaramente, come una macchina che "produce" automi e simulacri, possa all'improvviso "produrre", essere creativi e valori simbolici autentici. Si tratta di una spiegazione importante, cruciale, che non riguarda solo la teoria sociologica, ma il ruolo della libertà umana nella storia
Certo, il problema dei problemi. Ma al quale un pensatore della statura di Baudrillard non può continuare a sottrarsi.

venerdì, dicembre 09, 2005

Paolo Sylos Labini: un economista eretico?

La notizia della morte di Paolo Sylos Labini non può che rattristare tutti coloro che ne apprezzavano le capacità teoriche, scientifiche, espositive e la grandissima verve polemica, negli ultimi anni rivolta particolarmente contro Berlusconi (si veda ad esempio l'interessante e per certi aspetti divertente, "Un paese a civiltà limitata", libro-intervista pubblicato nel 2001 per i tipi di Laterza).
Del resto sono ancora oggi molto importanti i suoi studi sulle tendenze oligopolistiche del capitalismo, sui rapporti tra sviluppo e progresso tecnico, sui ceti medi; volumi ricchi di osservazioni interessanti e di senso storico e sociologico. Si può ritenere che Sylos Labini sia stato dopo Pareto il primo economista italiano a occuparsi seriamente dell' evoluzione delle classi medie.
Quel che però non convince, e basta dare un'occhiata ai "coccodrilli" apparsi ieri sui giornali, è la pretesa di considerarlo un eretico. Su questo giudizio non si può essere d'accordo. Perché?
In primo luogo, Sylos Labini fu allievo negli Stati Uniti di Schumpeter, grande e tragico profeta (ma anche apologeta) del capitalismo. Un'esperienza che lasciò su di lui segni indelebili. Infatti, fin dai primi suoi lavori (cfr. la voce "investimenti", nel "Dizionario di economia" a cura di Napoleoni - 1956, pp. 765-793), Sylos Labini, sulla scia di Schumpeter, non si è mai stancato di ripetere che il capitalismo, pur con le sue manchevolezze (burocratizzazioni, oligopoli, rendite parassitarie) resta sempre il migliore dei mondi possibili: l'unico scenario economico capace di favorire gli investimenti e dunque di promuovere lo sviluppo umano nella democrazia.
In secondo luogo, anche l'importanza che nella sua opera ha assunto l'innovazione teconologica "creatrice" in rapporto allo sviluppo non solo sociale ma produttivo, testimonia quanto l'interpretazione schumpeteriana del capitalismo, come forza creatrice e distruttrice al tempo stesso, abbia pesato sullo sviluppo del suo pensiero.
In terzo luogo, il problema dell' innovazione resta in lui legato, come del resto anche in Schumpeter, a quello della funzione imprenditoriale. Di qui la sua critica alle forme di imprenditoria semipubblica, parassitarie e nemiche delle regole di mercato, che secondo l'economista italiano, sono splendidamente illustrate, e per sempre racchiuse, nella "Ricchezza delle Nazioni" di Adam Smith.
In quarto luogo, il rapporto Sylos Labini-Marx è piuttosto controverso. L'economista italiano ne sempre ammirato più la sociologia che l'economia (il collegamento tra economia capitalista e classi sociali), ma di Marx non ha mai condiviso due tesi: quella sulla caduta del saggio di profitto e quella sull' impoverimento bipolare delle classi sociali.
Ora, proprio per queste ragioni (sostanzialmente: il muoversi teoricamente all'interno della visione schumpeteriana del capitalismo), Paolo Sylos Labini non può essere considerato un eretico. O comunque non nel senso che oggi viene dato a questo termine. Detto in breve Sylos Labini è per la "crescita" e non per la "decrescita". Tutta la sua opera è un elogio dell' innovazione produttiva e dello sviluppo economico infinito, come solo strumento per redistribuire la ricchezza.
Questo spiega, ma è solo una curiosità, perché la bibbia dell'economia eterodossa il "Biographical Dictionary of Dissenting Economists" (Elgar 1992, 2000 www.e-elgar.com) non gli abbia dedicato alcuna voce.
Dispiace ma è così.

giovedì, dicembre 08, 2005

Riletture: John R.Commons

John R. Commons (1862-1945) è il padre della sociologia economica americana, più precisamente dell'approccio istituzionalistico. Commons ha studiato il capitalismo come un meccanismo governato non dalla "mano invisibile" e dagli egoismi individuali, ma da un avvicendamento di elementi conflittuali e cooperativi, che non esclude riforme e accordi tra le varie istituzioni sociali: gruppi politici, imprese economiche, sindacati, governo, magistratura (nel senso anglossassone di creazione di un diritto vivente attraverso sentenze e precendenti).
Si tratta di una prospettiva storica, ma anche ampia e profonda sotto l'aspetto teorico, che non respinge, ma tempera l'evoluzionismo sociologico di derivazione darwiniana, che tanto influenzerà la sociologia americana ai sui inizi, nel primo Novecento. In certo senso, Commons può essere anche definito il padre della moderna concertazione economica e sociale, così come si è realizzata, nella seconda metà del Novecento, soprattutto nei paesi a capitalismo sociale. Infatti, egli è più noto e apprezzato dove è viva un forte tradizione laburista e democratico-socialista, che in paesi come il nostro, dove una vera e propria concertazione politico-economica non è mai esistita.
Autore di 17 libri e più di cinquanta articoli, docente per lunghi anni all'Università del Wisconsin (1904-1932), che trasformerà in un autentico laboratorio per lo studio della democrazia economica e delle pulsioni oligarchiche del capitalismo americano nei suoi contrasti col mondo della politica e del lavoro. E' dunque inutile qui sottolineare che Commons sposerà in pieno le ragioni "New Deal" rooseveltiano.
Tre le sue opere più importanti: "The Legal Foundation of Capitalism"(1924, tradotto in italiano dal Mulino nel 1983, attualmente esaurito) "Institutional Economics" (1934, 2 volumi); "The "Economics of Collective Action" (1950, postumo). Per un quadro più esauriente della sua opera si rinvia ai siti su di lui, attivi in rete.
Perché è importante rileggere Commons? In primo luogo per l' approccio olistico: a suo avviso il conflitto tra le istituzioni deve avere sempre come riferimento il bene comune, di qui l'importanza della mediazione politica, che rappresenta e valorizza gli interessi collettivi. In secondo luogo, la sua opera si occupa delle istituzioni economiche, non dal punto di vista della teoria ma della pratica. Se la teoria non "funziona" Commons non si limita ad esclamare, come gli economisti neoclassici "tanto peggio per i fatti", ma vuole capire perché, andando "a vedere le carte" dei giocatori, per scoprirne gli interessi concreti.
Ecco, importanza della "mediazione politica" e analisi degli "interessi concreti" in campo: due elementi teorici, che se attualizzati, ci aiuterebbero sicuramente a capire meglio e rispettare la protesta anti-Tav del "popolo" della Val di Susa.
Dal momento che reprimere è fin troppo facile e inutile, soprattutto quando è gioco il bene comune di tutti e non solo degli abitanti di quelle valli.
E Commons ci spiega perché.

mercoledì, dicembre 07, 2005

Ill libro della settimana: Solidarietà ed economia, a cura di S. Taddei, Il Cerchio-Iniziative Editoriali 2005,pp.135, Euro 18,00.

In tempi in cui sembra avere diritto di parola solo il pensiero liberista, il volume di questa settimana, Solidarietà ed economia: declinare la sussidiarietà, curato da Stefano Taddei, responsabile economia e cultura dell'Associazione Identità Europea è un evento. Infatti il testo raccoglie le relazioni di incontri avvenuti tra il 2002 e il 2004 nella città di Rovigo, sul tema della sussidiarietà. Un tema inviso sia a certo liberalismo individulista, che privilegia gli individui alle istituzioni, sia a certo burocratismo accentratore, che preferisce le istituzioni agli individui. La sussidiarietà invece cerca di coniugare gli individui e le istituzioni.
Un progetto non sempre facile, come nota Taddei, dal momento che non può essere inteso come semplice "decentramento" di funzioni burocratiche, ma come esito di due regole molto semplici, e non sempre di facile applicazione: mai attribuire a una unità sociale di grandi dimensioni la soluzione di piccoli problemi; mai attribuire a un'unità sociale di piccole dimensioni la soluzione di grandi problemi. La sussidiarietà, quella vera, deve perciò sempre essere costituita dal punto di equilibrio tra queste due regole. Un equilbrio difficile da raggiungere e poi conservare.
I diversi saggi contenuti nel volume spaziano dagli aspetti filosofici (Gentile, Finzi, Paliaga), politici (Marcolongo, Lisi), a quelli più sociologici (Franzese, Saccardin, Taddei, Gualaccini) , imprenditoriali (Oliva, Cavani), pratici (Cilla) e storici (Gambelli e Cecchetto). E offrono un vero e proprio itinerario intellettuale, originale e interessante su un argomento che viene spesso strumentalizzato, soprattuto da quelle forze politiche, che vedono nella sussidiarietà un puro e semplice decentramento di poteri statali, sempre revocabili, e un meccanismo per scaricare sui piccoli comuni oneri fiscali e assistenziali, di competenza invece dello stato.
Molto suggestiva, anche se in effetti troppo alta, o nobile se si preferisce, di una nobiltà che difficilmente la politica pratica permette di raggiungere, la definizione di Taddei: "La sussidiarietà intesa come ricerca del migliore centro di decisione possibile in relazione alla complessità del problema da risolvere non può esplicarsi né attuarsi al di fuori di un contesto spirituale improntato all' organicità sociale su basi sacrali" (p. 73). Ecco, a mio avviso, si tratta di una affermazione che ha soprattutto valore di idea regolativa, qualcosa da non perdere mai di vista.
Va infine detto che l'Associazione Culturale Identità Europea, ormai attiva da dieci anni (1996-2005), svolge un'intensa attività culturale, scientifica e propositiva, che va seguita attentamente da tutti coloro che credono nell'importanza prepolitica di una educazione ai valori culturali, al di là delle differenti e personali scelte politiche. Per il Manifesto Associativo, e per ottenere altre informazione si rinvia al sito< www.identitaeuropea.org>.

martedì, dicembre 06, 2005

La "superlegalità" secondo Condoleezza

Le dichiarazioni di Condoleezza Rice sulle violazioni americane dell'altrui sovranità nazionale a fin di bene (la salvezza comune di tutti), meritano una riflessione.
Siamo infatti davanti a una manifestazione di quello che un grande giurista tedesco, Carl Schmitt, chiamava il criterio della superlegalità. Quando si manifesta la superlegalità?
Quando si invocano sul piano giuridico-costituzionale, principi di legalità superiore, oppure si intensificano quelli di alcune norme rispetto ad altre (che invece restano "normali"), per impedire o favorire un cambiamento: in pratica, si fa un uso politico del diritto, anche se ufficialmente lo si nega.
Nel caso della Rice, il criterio della superlegalità, rinvia a una specie di patriottismo del genere umano, posto a fondamento ideologico di un nuovo mondo economico, politico, sociale, guidato dagli Stati Uniti d'America (ma forse si dovrebbe parlare, se il termine non fosse abusato, più che di "nuovo" mondo di "impero"). Di conseguenza ogni provvedimento o misura politica deciso a Washington diviene un passo fondamentale verso la costruzione del nuovo ordine. E chi si oppone ad esso, e quindi alla superlegalità americana, viene automaticamente "escluso", o meglio privato della sua umanità e messo nelle condizioni di non nuocere, in quanto il genere umano, come "totalità" a cui l'uomo appartiene, non può ammettere nemici: come si può essere contrari a chi dichiara di difendere l'umanità che è in ogni uomo? Quel che è più nobile?
Di qui il ricorso anche a misure illecite sotto l'aspetto della "legalità normale", e la conseguente difesa ideologica ed estensione pratica della superlegalità come uno strumento, la cui applicazione, garantisce la salvezza di tutti, o meglio di quell'"umanità" che condivide ( o deve comunque condividere) gli ideali di chi impone la superlegalità.
Il che "funziona" dal punto di vista della costruzione di un nuovo ordine, perché applicando il principio della "superlegalità" si tolgono di mezzo tutti i suoi nemici, ma non "funziona" dal punto di vista della giustezza dell'ordine che viene costruito e della logica storica. Chi ci assicura, che una volta eliminati, o convertiti con la forza, tutti i nemici, l'ordine regnerà sulla terra? Ad esempio i totalitarismi che hanno insanguinato il Novecento, propugnavano più o meno le stesse tesi. E poi chi ci assicura che il valori di "umanità" sostenuti da Condoleezza, siano quelli "giusti", e non soltanto un "paravento" dietro cui si nascondono interessi puramente egemonici?

venerdì, dicembre 02, 2005

Un dono ai banchieri?

L'aumento del tasso di sconto di un quarto di punto (dal 2 al 2.25) deciso da Trichet è un regalo gradito per chi "vende" denaro: i banchieri, e sgradito per chi deve "acquistarne": imprenditori, e ad esempio quelle famiglie che devono comprarsi casa e chiedere quindi un prestito in banca. E in ogni caso, chiunque abbia bisogno di un prestito.
L'economia generale ne risentirà, anche perché, questo aumento potrebbe essere il primo di una lunga serie, stando almeno a quel che si vocifera negli ambienti bancari europei. Insomma, si potrebbe trattare dell'inizio di quella che una volta si chiamava "stretta" monetaria.
Le prime a risentirne saranno le imprese, già indebitate con le banche: minori investimenti, minore crescita, minori profitti, e poi le famiglie, prigioniere ad esempio del cosiddetto credito al consumo.
Certo con gli alti tassi di interesse si può combattere un' inflazione incipiente, rischiando però, come dire, di uccidere il malato-economia, con forti dosi di un farmaco (gli alti tassi di interesse) che fa sparire la febbre inflazionistica, indebolendolo fino al punto di ucciderlo. Una fase di sviluppo, o di inziale ripresa, implica sempre fenomeni inflazionistici: il punto non è sconfiggere per sempre l'inflazione, ma gestirla tendendo sott'occhio le necessità dell'economia nel suo insieme, e non quelle particolari di un gruppo di pressione, come i banchieri: gli unici a guadagnarci. Il ragionamento del banchiere è molto facile: quello che io ti vendo, il denaro, da domani costerà di più, pertanto, dal momento che tu non puoi fare a meno di acquistarne visto che non ci sono altre fonti di finanziamento, le tue "spese" corrono e poi tra l'altro tu sei già indebitato con me, io da domani vedrò aumentare i miei profitti. E' matematico.
Fino a quando tutto questo sarà possibile? Fino a quando le banche non si saranno impadronite delle imprese. A quel punto le banche compreranno e venderanno denaro a se stesse, trasformando l'economia in un fenomeno surreale. Anche perché l' aumento o diminuzione del tasso di interesse avrebbe in un simile contesto valore di puro conto. Perciò il dono dei banchieri a se stessi (l'aumento del tasso) potrebbe anche rivelarsi un dono avvelenato...
Ma allora il vero punto è: le banche vogliono realmente impadronirsi delle imprese? Oppure gli aumenti del tasso di sconto sono movimenti inerziali, privi di un disegno generale?
A queste due domande dovrebbe rispondere la politica...

giovedì, dicembre 01, 2005

Riletture: Nicholas Georgescu-Roegen

Quel che sta accadendo in Val di Susa è un fatto molto importante, perché testimonia la presa di coscienza di una popolazione minacciata da un vero e proprio disastro ecologico.
A questo proposito può essere utile la rilettura dell' opera di un economista controcorrente, sensibilissimo al problema dell'impatto ecologico dell'economia: Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994). Rumeno, di famiglia modesta, professore all'università di Bucarest (1932-1946), Harvard (1934-36, dove conosce Schumpeter) Parigi (studi con Rueff e Aftalion) Londra (studi con Karl Pearson) . Dopo aver ricoperto importanti incarichi in Romania, nel 1948 si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti, dove insegnerà economia alla Vanderbild University (Nashville) fino al 1976, anno del suo ritiro.
Georgescu-Roegen, le cui opere sono state tradotte in Italia da Bollati Boringhieri (www.bollatiboringhieri.it), pone un problema fondamentale: se come ci insegna la termodinamica l'energia tende a dissiparsi e disperdersi nell'universo (processi di entropizzazione), e di conseguenza ogni processo "produttivo" (da quello fisico a quello economico) è senza ritorno, cioè l'energia consumata, per un verso non è ricostituibile e per l'altro in termini di emissioni può danneggiare in maniera irreversibile la natura, diventa allora necessario puntare su risorse energetiche rinnovabili (ad esempio come l'energia solare) e su tecniche produttive "dolci" che insomma non provochino danni ambientali.
Le teorie di Georgescu-Roegen mettono in discussione l'ideologia del progresso, e in particolare del progresso economico, dal momento che a suo avviso i danni provocati alla natura da un capitalismo che inquina sono irreversibili: nel tempo il progresso economico rischia di trasformarsi in regresso ecologico.
Ovviamente, Georgescu-Roegen, pagò con l'isolamento accademico, queste sue idee non conformiste. Tuttavia può essere considerato un precursore di quelle idee di decrescita oggi riprese da economisti come Serge Latouche e liberi studiosi come Alain de Benoist (si vedano a questo proposito i siti www.ariannaeditrice.it e www.libreriaeuropa.it ).
E sicuramente, Georgescu-Roegen, se fosse ancora qui noi, approverebbe senza alcuna esitazione, la "battaglia" degli abitanti della Val di Susa contro la Tav, che non è una battaglia contro il progresso in quanto tale, ma è una lotta contro un progresso senza ritorno, che rischia di provocare danni ambientali irreversibili.
Insomma un "economista" controcorrente che ci aiuta a capire dove sta andando il mondo dell'economia ufficiale, un mondo utilitarista che guarda solo al profitto e trascura il degrado umano e ambientale. Il che di questi tempi non è poco.