Alcuni giorni fa su invito di un caro amico ho partecipato a un incontro-seminario sull’antipolitica, con particolare riferimento all’Italia. Aperto in larga parte agli apporti di studiosi di formazione diversa: storici delle dottrine politiche, filosofi del diritto e della politica, costituzionalisti, politologi, sociologi e specialisti in scienze della comunicazione.
In linea generale, e come del resto avviene sempre in ambito accademico-scientifico, è emersa una grande diffidenza verso il termine stesso. La maggioranza dei presenti ne ha chiesto addirittura l’ “espunzione”.
Sotto questo aspetto, mi è però sembrata giustificata la richiesta di un illustre sociologo della politica lì presente, ad approfondire empiricamente, prima di definirla concettualmente (e genericamente) come antipolitica, l’area del malcontento. Dal momento che le componenti motivazionali dell’antipolitica sarebbero molto differenti, soprattutto in relazione ai gruppi sociali di appartenenza e alle passate provenienze ideologiche: si andrebbe, a grandi linee, da un’antipolitica “attiva” di chi vuole tornare a fare politica, all’antipolitica passiva, di chi invece, pur criticando i politici, rifiuta qualsiasi forma di partecipazione. Inoltre i “passivi” e gli “attivi” si distinguerebbero, a loro volta, per riassumere, in statalisti, antistatalisti , astatalisti.
Un altro aspetto interessante emerso nel corso della discussione mi è parso quello del rapporto tra critica del parlamentarismo e antipolitica. Per gli storici del pensiero politico, qualsiasi critica alle istituzioni rappresentative racchiuderebbe un pericolosa carica antidemocratica e antiliberale. Per altri, in particolare per i costituzionalisti, andrebbe invece esplorata la possibilità di ricondurre l’antipolitica nell’alveo della politica, attraverso l’introduzione di una riforma elettorale di tipo maggioritario.
Scarsi invece i riferimenti alla relazione tra sviluppo dell’antipolitica, fine del ciclo welfarista, dissoluzione dell’Unione Sovietica e progressiva predominanza dell’economia sulla politica. Tema approfondito invece da chi scrive. Ho infatti evidenziato, collocandomi, se così si può dire, all’estrema sinistra dell’illustre consesso, il fatto che quanto più la politica delegherà le sue scelte, soprattuuto in tema di solidarietà sociale, all’economia, tanto più crescerà l’area dell’antipolitica. Aggiungendo, che non va assolutamente escluso, visto che le istituzioni di democrazia liberale e rappresentativa sono solo una delle forme assunte storicamente dal politico, che l’antipolitica di oggi, in virtù delle sue componenti più attive e partecipative, non possa non essere l’embrione di una politica di domani.
Purtroppo il dibattito è stato invece monopolizzato dagli studiosi di comunicazione. I quali, però, tendono a ridurre, come è regolarmente avvenuto, l’antipolitica a “stile politico-comunicativo”, in relazione soprattutto al comportamento dei leader. Insomma, ci si ferma a un come, ristretto per giunta alla leadership, glissando sul perché dei fenomeni collettivi profondi. Anche se resta importante l’ invito, peraltro generico, di questi studiosi a non sottovalutare le potenzialità democratiche della Rete.
Un altro aspetto emerso nel corso del incontro, ma sempre in chiave di stili comunicativi, è quello della difficoltà per un leader antipolitico, ad esempio Berlusconi, di riuscire a mantenere le promesse antipolitiche, una volta divenuto capo del governo. Tema non secondario, ma comunque legato al come e non al perché dell’antipolitica.
In conclusione si è trattato di un incontro molto interessante. Ma dal quale è però venuto fuori un dato fondamentale. E non positivo.
In linea generale, e come del resto avviene sempre in ambito accademico-scientifico, è emersa una grande diffidenza verso il termine stesso. La maggioranza dei presenti ne ha chiesto addirittura l’ “espunzione”.
Sotto questo aspetto, mi è però sembrata giustificata la richiesta di un illustre sociologo della politica lì presente, ad approfondire empiricamente, prima di definirla concettualmente (e genericamente) come antipolitica, l’area del malcontento. Dal momento che le componenti motivazionali dell’antipolitica sarebbero molto differenti, soprattutto in relazione ai gruppi sociali di appartenenza e alle passate provenienze ideologiche: si andrebbe, a grandi linee, da un’antipolitica “attiva” di chi vuole tornare a fare politica, all’antipolitica passiva, di chi invece, pur criticando i politici, rifiuta qualsiasi forma di partecipazione. Inoltre i “passivi” e gli “attivi” si distinguerebbero, a loro volta, per riassumere, in statalisti, antistatalisti , astatalisti.
Un altro aspetto interessante emerso nel corso della discussione mi è parso quello del rapporto tra critica del parlamentarismo e antipolitica. Per gli storici del pensiero politico, qualsiasi critica alle istituzioni rappresentative racchiuderebbe un pericolosa carica antidemocratica e antiliberale. Per altri, in particolare per i costituzionalisti, andrebbe invece esplorata la possibilità di ricondurre l’antipolitica nell’alveo della politica, attraverso l’introduzione di una riforma elettorale di tipo maggioritario.
Scarsi invece i riferimenti alla relazione tra sviluppo dell’antipolitica, fine del ciclo welfarista, dissoluzione dell’Unione Sovietica e progressiva predominanza dell’economia sulla politica. Tema approfondito invece da chi scrive. Ho infatti evidenziato, collocandomi, se così si può dire, all’estrema sinistra dell’illustre consesso, il fatto che quanto più la politica delegherà le sue scelte, soprattuuto in tema di solidarietà sociale, all’economia, tanto più crescerà l’area dell’antipolitica. Aggiungendo, che non va assolutamente escluso, visto che le istituzioni di democrazia liberale e rappresentativa sono solo una delle forme assunte storicamente dal politico, che l’antipolitica di oggi, in virtù delle sue componenti più attive e partecipative, non possa non essere l’embrione di una politica di domani.
Purtroppo il dibattito è stato invece monopolizzato dagli studiosi di comunicazione. I quali, però, tendono a ridurre, come è regolarmente avvenuto, l’antipolitica a “stile politico-comunicativo”, in relazione soprattutto al comportamento dei leader. Insomma, ci si ferma a un come, ristretto per giunta alla leadership, glissando sul perché dei fenomeni collettivi profondi. Anche se resta importante l’ invito, peraltro generico, di questi studiosi a non sottovalutare le potenzialità democratiche della Rete.
Un altro aspetto emerso nel corso del incontro, ma sempre in chiave di stili comunicativi, è quello della difficoltà per un leader antipolitico, ad esempio Berlusconi, di riuscire a mantenere le promesse antipolitiche, una volta divenuto capo del governo. Tema non secondario, ma comunque legato al come e non al perché dell’antipolitica.
In conclusione si è trattato di un incontro molto interessante. Ma dal quale è però venuto fuori un dato fondamentale. E non positivo.
L’Accademia - certo non tutta - continua a muoversi, oltre come ovvio all’interno dei rispettivi specialismi, nell’ambito di una visione liberale e democratico-rappresentativa della politica. E di conseguenza rifiuta di confrontarsi scientificamente con il conflitto. Pare credere soltanto nella forza della mediazione costituzionale o giuridico-razionale della politica. Di qui certa incapacità, se non addirittura la negazione (anche concettuale) di un fenomeno fondamentale come l’antipolitica, basato appunto sul conflitto, sulla volontà partecipativa e sulla consapevolezza, per ora informe ma abbastanza diffusa, che le istituzioni liberali e rappresentative non sono il punto di arrivo dell’intera storia umana.
Invece il ciclo politico, nel suo senso più ampio, è distinto da regolarità. E il momento dell’antipolitica, come critica non della politica ma di “una” classe politica, indica che le élite politiche al comando, non possono non sprofondare, quando giungono alla fine del ciclo politico, nella corruzione e nell'incapacità e/ o nella delega decisionale ad altri poteri. Provocando lo sviluppo di fenomeni di protesta collettiva, che secondo livelli di crescente intensità e in relazione alle circostanze storiche, possono assumere caratteri ed esiti diversi. Tra i quali c’è anche quello di dare vita a nuove forme istituzionali.
E di questo si dovrebbe discutere e non (o almeno non solo) degli stili comunicativi di Berlusconi.
Invece il ciclo politico, nel suo senso più ampio, è distinto da regolarità. E il momento dell’antipolitica, come critica non della politica ma di “una” classe politica, indica che le élite politiche al comando, non possono non sprofondare, quando giungono alla fine del ciclo politico, nella corruzione e nell'incapacità e/ o nella delega decisionale ad altri poteri. Provocando lo sviluppo di fenomeni di protesta collettiva, che secondo livelli di crescente intensità e in relazione alle circostanze storiche, possono assumere caratteri ed esiti diversi. Tra i quali c’è anche quello di dare vita a nuove forme istituzionali.
E di questo si dovrebbe discutere e non (o almeno non solo) degli stili comunicativi di Berlusconi.
6 commenti:
Ciao Carlo. Leggo sempre il tuo blog, molto interessante e stimolante. Nel merito del post odierno, mi chiedo, e ti chiedo: ma se un cittadino, adulto, onesto e consapelvole, che rispetta le istituzioni liberal-democratiche così come esse sono (cioè non vuole "sovvertirle") ma vuole semplicemente liberarle dallo stato di ostaggio cui le ha ridotte una casta politica marcia, irrecuperabile e ormai asserraglita nel palazzo, e per far ciò impreca (essendo incazzato), scende in piazza (essendo attivo) e scrive sui blog (essendo partecipativo), perchè, mi chiedo, questo cittadino deve essere accumunato, pur con mille distinguo più o meno accademici, nel calderone dell'"antipolitica" come fosse un Berlusconi o un Bossi qualsiasi?
Questa cosa mi irrita molto... non ne posso più! Carlo, dai, con un colpo di fantasia inventa tu un altro termine (che non sia l'altrettanto patetico e ineffabile "area del malcontento").
Un saluto.
Grazie Vittorio e benvenuto al commento.
Probabilmente per pigrizia mentale. E' veramente dura caro Vittorio. Più che un colpo di fantasia ci vorrebbe un colpo di fortuna -:)
Ciao,
Carlo
tempo addietro feci sul mio blog un intervento sull'antipolitica (non so se posso allegare il link, comunque è questo http://www.democraziatrepuntozero.it/?p=14), cercando di definirne alcune coordinate.
il mio presupposto è che l'antipolitica di fatto non esista, che sia solo un'invenzione mediatica finalizzata alla pura mistificazione (quello che ormai prevalentemente i media fanno).
la scuola di palo alto con il buon paul watzlawick affermò il principio per cui "non si può non comunicare"; alla stesso modo io affermerei, aristotelicamente, che non si può non fare politica, quindi non si può fare antipolitica.
persino la famosa e/o famigerata apolitica di thomas mann alla fine si è rivelata una posizione politica, che altro?
dunque chiamiamo antipolitica una presa di posizione politica.
si tratta di vedere quali sono gli ingredienti della marmellata che i media hanno confetturato dentro il barattolo con l’etichetta di antipolitica.
e qui si vede che abbiamo antipolitica ed antipolitica: c'è una mistificazione antipolitica, opportunista, ben rappresentata anche nel parlamento (quindi non tutta l’antipolitica è antisistemica); e c'è un'antipolitica critica e costruttiva, che, chissà come mai, nel parlamento invece non trova posto.
che sia perché il parlamento non è più nemmeno il luogo della politica?
che il luogo della decisione politica invece sia ormai solo nei concistori della grande finanza globale?
è quello il vero luogo dove cercare l’antipolitica?
non stanno diventando le democrazie neoliberiste il luogo deputato dell’antipolitica?
saluti
angelo
Benvenuto Angelo. E grazie dell'interessante commento,
Ciao,
Carlo
Cogliendo la suggestione presente nell'intervento di Angelo, che cita Watzlavick, proporrei di definire come antipolitica il tentativo di meta-comunicare, cioè ridefinire le regole della comunicazione, rifiutando la sintassi politica corrente in quanto ormai incapace di produrre decisioni. In questo senso, Carlo, darei ragione all'accezione che tu proponi. Per progettare nuove istituzioni bisognerebbe però che l'accordo sil logoramento delle vecchie fosse unanime, il che non mi pare. Lo scippo di sovranità nazionale da parte delle burocrazie europee e la fine del welfare imposta dalla globalizzazione del mercato del lavoro sono vissute dai più come un'opportunità, anzichè come causa di crisi. Si alimenta il mito della "casta", come se privilegi e corruzione fossero le vere cause del disagio, suggerendo che la soluzione starebbe in un ricambio della classe dirigente, anzichè in una ristrutturazione istituzionale.
Valter Binaghi
Ottima analisi. Si dovrebbe, tra gli altri, tornare a leggere con maggiore attenzione Polanyi -:)
Ciao,
Carlo
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