giovedì, giugno 28, 2007

Veltroni e il centrodestra. Istruzioni per l’uso

Ieri Veltroni ha accettato la candidatura alla segreteria del Pd. E questo, per il centrodestra, è un bel problema. Ovviamente, dal punto di vista della pubblipolitica… Oggi, perciò, voleremo basso.
In primo luogo, in termini di leader. Infatti, allo stato attuale, se si toglie Berlusconi, che però ha settant’anni suonati, il centrodestra non ha un candidato-glamour da opporre al sindaco di Roma. Fini, potrebbe andare, ma non incontra le simpatie dell’elettore di centro (quello che ciclicamente divide il suo voto tra destra e sinistra moderate). Casini, invece, è inviso all’elettorato di destra (sia di Forza Italia, sia di Allenza Nazionale). Alemanno, sempre di An, è molto preparato e dinamico, ma come Fini non è ben visto dall’elettorato di centro. Su personaggi come Calderoli, per riferirisi alla Lega, è meglio stendere un velo pietoso. Crediamo, il partito leghista, sia destinato a dissolversi, soprattutto se venisse a mancare Bossi (al qual peraltro auguriamo lunga vita). Quanto a Forza Italia, intorno a Berlusconi, c’è praticamente il vuoto (imposto dallo stesso leader). Anche perché la Brambilla, non sembra assolutamente all’altezza della situazione (e, comunque, avrebbe contro l’elettorato femminile di Forza Italia, di sicuro quello al di sopra dei quarant’anni). Due personaggi, che invece avrebbero la caratura culturale per sostituire Berlusconi, potrebbero essere Ferrara e Adornato. Ma sono entrambi privi di carisma, e soprattutto di senso politico pratico (al di là di quello "giornalistico" mostrato nelle “guerre culturali”, che non basta nella politica di tutti giorni, fatta di decisioni, mediazioni, conflitti, e non di colte citazioni...). Probabilmente - ma questa è un’altra storia - al Berlusconi, leader di Forza Italia, succederà uno dei figli (non subito, ma quando verrà il momento). I lettori si annotino, questa nostra “semiprofezia”.
In secondo luogo, in termini di programmi. E soprattutto di comunicazione. Nella quale Veltroni è un autentico maestro. Non che Berlusconi sia da meno. Ma, ripetiamo, ha settant’anni e negli ultimi anni la comunicazione di Forza Italia, come dell’intero centrodestra, ha lasciato piuttosto a desiderare. Si pensi, ad esempio, all'inutilità di continuare a definire Veltroni un ex comunista che non ha mai lavorato… Va detto che sul piano delle idee An - ovviamente, parliamo sempre di pubblipolitica - mostra di sapersi muovere meglio. Il cosiddetto Forum delle idee, voluto da Fini, e coordinato da Fabio Granata, ha elaborato proprio in questi giorni un interessante documento culturale (Il Modello Italiano - Cittadinanza Politica Modernità): dove sono intelligentemente mescolati insieme il meglio della romanità, del futurismo sociologico e del "Made in Italy". Un mix che sembra strizzare l’occhio a certe politiche dell’immaginario (ma per alcuni “solo” dell’immagine), promosse dal sindaco di Roma. Tuttavia, per An, il vero punto della questione, è quello di come riuscire a veicolare certe politiche “veltroniane”, all’interno della maggioranza di centro destra e tra un elettorato (soprattutto il suo) conservatore, tipo Dio-Patria-Famiglia, e spesso qualunquista. Un vecchio problema.
Di conseguenza, l’unica possibilità per il centrodestra è quella di andare presto al voto: rinunciando però ad eventuali approfondimenti programmatici e comunicativi, per giocare tutto sulla crescente disaffezione degli italiani verso il governo Prodi. Con il rischio però di ritrovarsi, una volta al governo, prigioniero della stessa incapacità decisionale del 2001. Frutto di una analoga confusione sul piano delle idee e su quello del raccordo, spesso solo annunciato o immaginato, con il proprio elettorato.
Tuttavia, il pericolo più grande per il centrodestra, è quello del rafforzamento di Veltroni. Dal momento che tra un settantenne, che continui a ripetere per altri quattro anni gli stessi slogan del 1994, e un cinquantenne, come ne scrive la stampa amica, "timido, onesto e pulito", che rischia (per il centrodestra) di piacere sempre più agli italiani, la partita elettorale del 2011, potrebbe essere facilmente vinta da Veltroni. Con buona pace, sia detto tra parentesi, della sinistra radicale. Di qui, però, la necessità, per il governo Prodi, di durare il più a lungo possibile.
Purtroppo.

martedì, giugno 26, 2007

Meta (political) comics: Corrado Augias? Ufficiale, pardon, commissario politico e gentiluomo…

Quando apro la Repubblica, vado subito alla pagina dei commenti. Et voilà, leggo la quotidiana risposta di Corrado Augias, al lettore in cerca di illuminazioni, politicamente corrette, tipo sinistra, laica, democratica e compagnia bella. Ora, uno potrebbe pensare, ma perché farsi del male da soli… E invece no. Perché il ruolo di Augias è quello del commissario politico, addetto alla truppa dei lettori… Deve rincuorarli, spronarli, come una specie di Montessori in formato tabloid. E soprattutto, ma qui assomiglia a Carl Schmitt, ricordare loro che il nemico assoluto, qualsiasi cosa accada, resta sempre la destra: un mostro gelatinoso alla Lovecraft, che Augias incolpa di tutto: dall’ascensore che non funziona all’aumento del decaffeinato al bar. Di qui l’utilità di leggerlo, perché il suo, è la quintessenza del Repubblica-Pensiero.
Prendete martedì scorso. A un lettore, noto e perbene, come Sandro Parenzo, di Telelombardia, che gli scrive lamentandosi del linguaggio triviale, ormai diffuso anche tra la “sinistra riformista, lui come risponde? Innanzitutto, se la prende con la tv deficiente. Infatti, è noto, che al “Grande Fratello”, invece di celebrare certi accoppiamenti poco giudiziosi, che piacciono alla sinistra-pride, mandano in onda i filmati degli strip-tease della governante di Julius Evola… Per non parlare poi di certi comici, guarda caso, di sinistra. Che insultano Berlusconi e gli altri esponenti della CdL, appena capita. Ovviamente, è noto che la Dandini, che qualche volta li ospita, proviene da Ordine Nuovo…
E poi il colpo basso: Augias, se la prende con il “linguaggio da carrettiere” della “signora Daniela Di Sotto, coniugata Fini”, passando sopra come un carro armato targato la Repubblica, sulle sue non facili vicende familiari. Probabilmente, nei modi, assomiglia poco a Hillary Clinton, personaggio che invece fa impazzire la sinistra (italiana) post-billclintoniana... Ma perché aggiungere dispiacere a dispiacere?
Ma si sa, Augias è un gentiluomo, laico e democratico. Non colpisce mai una donna alle spalle.
A meno che non sia di destra….

lunedì, giugno 25, 2007

Il “cittadino scettico” di Ilvo Diamanti.

Possiamo dare un modesto consiglio ai nostri lettori? Ritagliate e conservate l’articolo di Ilvo Diamanti, intitolato “La democrazia tiepida” apparso ieri su la Repubblica. Per quale ragione? Presto detto. Perché riassume simbolicamente i pregi e i difetti della politologia contemporanea. Oltre, ovviamente, a rappresentare l’ufficiale “placet politologico”, del Gruppo Editoriale L’Espresso a Walter Veltroni. Ma qui, abbiamo troppa stima di Diamanti, per pensare a una operazione concordata. Crediamo piuttosto, come per altri suoi articoli, si tratti di una normale convergenza di interessi politici e culturali. Come quella, ad esempio, di inizio Novecento, tra Gaetano Mosca, grandissimo scienziato politico, e il Corriere della Sera di Luigi e Alberto Albertini. Tutti, purtroppo, spazzati via dall’arrivo al potere di Mussolini.
Ma quali sono le tesi di Diamanti? Eccole.
“L’era delle appartenenze ideologiche espresse dai partiti di massa e dalle grandi organizzazioni sociali: è finita. Da almeno vent’anni”. Il confine “fra giusto e ingiusto, fra bene e male, fra interesse comune e di gruppo” è divenuto “mobile e incerto”. Di qui, a suo avviso la progressiva trasformazione del cittadino da “fedele” credente nei fini salvifici, perseguiti dai grandi partiti di massa del Novecento, in “scettico” “spettatore ” “di una commedia recitata da pochi attori protagonisti” (i politici). Dove “ la distanza fra destra e sinistra è divenuta sottile”. E non più condizionata da “ ‘grandi riferimenti di valore’ ma da questioni (e spesso da conflitti) di interesse”, più instabili, questi, dei moventi ideologici e identitari, attivi nel recente passato. Cosicché, secondo Diamanti, al posto dell’ideologia e delle passioni sarebbe subentrata la fiducia o la “sfiducia; in luogo della partecipazione, “i sondaggi e la comunicazione”; mentre la legittimazione sarebbe divenuta una questione di marketing, affidata a esperti del settore, opportunamente consultati, da quegli stessi leader, i quali, scomparsi i partiti, massa, sono divenuti, a partire dalla discesa in campo di Berlusconi, i padroni della scena politica. E sui quali, andrebbe a riversarsi, di volta in volta, la fiducia o sfiducia, di un “cittadino scettico”, che bada solo ai suoi privati interessi. Di riflesso, secondo Diamanti ( e lo scrive senza alcuna punta di ironia), Veltroni sarebbe il leader giusto. Perché, possiede dignità, professionalità, un po’ di fantasia (ma senza esagerare)”. Quel che però, come futuro leader del Pd e chissà di che altro, dovrebbe evitare è “ illudersi” e illudere il ‘cittadino scettico’“, il quale non vuole “sognare”, ma più modestamente, “non provare disgusto a ogni risveglio”.
Fin qui Diamanti. Ora, se la sua ricostruzione dello stato di salute della democrazia non fa una piega, lascia invece perplessi, il suo dare per scontato che il “cittadino scettico” e la “democrazia scettica” siano un esito inevitabile, e tutto sommato accettabile. Diamanti, come la quasi totalità della politologia contemporanea, pare privo di qualsiasi senso profondo della dinamica storica e socioculturale. Vive, dispiace dirlo, ripiegato sul presente. Dimenticando così un fattore fondamentale. Quello della “disorganizzazione socioculturale”, che ci ricorda che esiste un preciso limite, raggiunto il quale le società si disgregano e spariscono. Non siamo noi a dirlo, ma sociologi e pensatori come Pareto, Sorokin, Schmitt, Freund, Miglio, e da ultimo uno studioso che Diamanti, insegnando in Francia, dovrebbe conoscere personalmente, Michel Maffesoli.
Certo, si tratta di un fattore che non è stato mai misurato empiricamente. Ma che esista un limite, come ad esempio mostra la sociologia delle rivoluzioni, è indubitabile. Di conseguenza, sostenere che una società come la nostra, in avanzato stato di disgregazione socioculturale e politica (che altro è una democrazia scettica che invece di promuovere il bene comune, celebra la frammentazione egoistica degli interessi?), sia il migliore dei mondi possibili, è infondato sul piano sociologico e storico, nonché pericoloso sotto quello politico. Certo, un personaggio come Veltroni, può risultare in perfetta sintonia con la democrazia dei cittadini scettici, così ben descritta da Diamanti. Ma, dal punto di vista dei processi di disorganizzazione sociale e politica, la sua investitura politica, rappresenta simbolicamente solo un ulteriore passo in avanti verso il raggiungimento di quel limite sociale di cui sopra. Ovvero, di quel momento in cui i cittadini, volenti o nolenti, prendono atto della scomparsa definitiva, non tanto della democrazia scettica, ma della democrazia in quanto tale. E, di conseguenza, come dire, puntano a riprendersi l’anima collettiva della politica, che è fatta di partecipazione e passione. E spesso con la forza, come provano, per fare alcuni banali esempi storici , le sollevazioni e marce sulla Bastiglia e sul Palazzo d’Inverno. Certo, ripetiamo, la deriva egoistica, personalistica ed oligarchica delle democrazie attuali viene ravvisata anche da Diamanti. Il quale, però, prescrive al malato la medicina sbagliata: veltronismo in dosi massicce. Peccato, perché Diamanti, è uno dei nostri migliori politologi.
All’inizio, abbiamo accennato alla sintonia tra Gaetano Mosca (ma anche di altri intellettuali liberali) e il Corriere della Sera dei fratelli Albertini. Ora, la loro visione del liberalismo era scettica, e tutti insieme, pur criticandola duramente, consideravano, la democrazia liberale, molto empirica, di Giovanni Giolitti, il migliore dei mondi possibili. Ma la Prima guerra mondiale e il fascismo cancellarono quel liberalismo della "Belle Époque", così compiaciuto di se stesso.
Il nostro tono spengleriano può anche non piacere… Ne siamo consapevoli. Tuttavia, anche oggi il mondo, volente o nolente, è in guerra, l’economia dà segnali di cedimento, e un liberalismo economicista, altrettanto pieno di sé, sembra trionfare ovunque.
C’è veramente di che augurarsi che la storia non si ripeta.

venerdì, giugno 22, 2007

Il Pd, Veltroni, l'America e la sinistra dei cittadini-turisti

La possibile candidatura di Veltroni alla segreteria del Pd merita un’attenta analisi. Non in termini di “politica politicante”, o se si preferisce, di “calcoli” sui nuovi equilibri interni al gruppo ulivista. Ma di fenomenologia della politica , e in particolare della sinistra riformista italiana.
Che cosa intendiamo dire? Proporre Veltroni alla segreteria del Pd significa puntare su una politica definitivamente fondata sul vuoto delle apparenze. Con Veltroni, al comando, la politica del Pd finirà nelle mani degli organizzatori di eventi, degli uffici stampa, dei direttori di immagine, e dei quadri direttivi di quel terziario, che trae la sua forza dall’espansione dell’ immaginario cinematografico, musicale, museale, turistico eccetera. Dalle apparenze, appunto.
Si pensi a quel che è accaduto a Roma. Veltroni, in sei anni di mandato, non ha risolto un problema della città. Le periferie, per dirla in modo banale, sono sempre più degradate. La mobilità è pessima. La criminalità dilagante. I servizi sociali procedono a singhiozzo. Ma il comune di Roma, solo per fare alcuni esempi, ha promosso un viaggio a Kabul del medico-clown Patch Adams; ha aperto un ufficio per la Pace a Gerusalemme; ha ospitato il grande concerto Live8 per chiedere al cancellazione del debito del Terzo mondo.
Certo, si tratta di scelte in sé nobili. Che tuttavia, grazie al sistematico e quotidiano lavoro del suo ufficio stampa, servono solo a stendere un velo, dai colori vivaci, sui problemi che attanagliano Roma. E che, nell’ultimo quindicennio, sono cresciuti a dismisura a causa delle pesantissima “turisticizzazione” della Capitale. Sulla quale, Veltroni, proseguendo l’opera di Rutelli ha decisamente puntato. Una politica che ha fatto crescere l’occupazione solo nel terziario (turistico). E favorito i costruttori di alberghi e relative infrastrutture.
La macchina mediatica di Veltroni è veramente potente. Un semplice esempio: quando un povero tabaccaio romano, viene aggredito da un rapinatore, viene subito data la massima evidenza non all’aggressione in sé, ma alla visita del sindaco alla vittima. Che in un secondo momento, spesso, viene addirittura decorata... E qualche volta, purtroppo, alla memoria.
Ora, questa macchina, seguirà Veltroni alla segreteria del Pd. Certo, sul piano nazionale, puntare solo sul vuoto delle apparenze, potrebbe essere più difficile. Ma il sindaco di Roma, può contare su una rete di rapporti, anche a livello internazionale (soprattutto negli Stati Uniti), che potrebbero rendere il suo compito meno difficile del previsto. Non dimentichiamo, che in occasione della guerra del Kosovo, Veltroni, organizzò, acquisendo grandi benemerenze in Italia e all’estero, la prima manifestazione, nell’intera storia del movimento operaio italiano, a favore di una guerra, per dirla all’antica, “imperialista”… Per non parlare dei suoi legami "hollywoodiani", del resto onestissimi e di dominio pubblico, concretizzatisi nella nascita del Festival romano del cinema. Legami che però attestano la sue entrature, se non altro ideologiche, oltreoceano.
Insomma, Veltroni, può essere utile a costruire la nuova immagine di una sinistra americanizzata, dolciastra e liberal, universalista a parole, attenta alle “apparenze” dell’immaginario: in una parola rinunciataria. Una sinistra, pur semplificando, come la concepisce e veicola Hollywood: individualista e fondata sull’idea di un cittadino-turista, in eterno pellegrinaggio tra un museo, un cinema, un concerto jazz, un centro vacanze, un agriturismo, una “notte bianca”… Il che non sarebbe neppure disdicevole…
Ma può diventarlo quando, come avviene con Veltroni, si vuole far intendere (certo con modi suadenti) al cittadino-turista, che quelle “delizie”, possono essere “godute” solo al prezzo di accettare qualsiasi lavoro… Soprattutto flessibile. Dal momento, che gli unici scopi della vita sono quelli di lavorare e divertirsi… Di qui la necessità, “indotta” dall’alto, nel cittadino-turista veltroniano, di dover "subire" qualsiasi lavoro, pur di mettere insieme i soldi, per un breve soggiorno a Sharm… Per poi tornare, alla “normalità”… Che è invece fatta di tagli ai servizi sociali, alle pensioni, agli stipendi e salari, eccetera. Accontentandosi, appunto, di aver goduto del vuoto (delle apparenze): di essere re per una notte, e povero, o meglio lavoratore-flessibile, tutto l’anno…
Veltroni, sa benissimo che chi si diverte acconsente…. E ancor meglio di lui, lo sanno i maggiorenti del Pd che lo hanno scelto.

mercoledì, giugno 20, 2007

In Germania nasce la Linke. La “sinistra sinistra” e la società del rischio.

Domenica scorsa il manifesto ha dato notizia dell’unificazione della sinistra, "a sinistra" del partito socialdemocratico. Dalla fusione tra LinkSpartei e Pds è nata un nuova forza politica, Die Linke: sinistra. Il programma, anzi gli “elementi programmatici”, da discutere in una seconda fase di elaborazione del programma concreto, per ora ruotano intorno ad alcuni punti: 1) salario minimo di otto ore; 2) assegno sociale per disoccupati, da non condizionare all’accettazione dello svolgimento di un lavoro meno qualificato rispetto al precedente; 3) diritto all’asilo gratuito per ogni bambino; rifiuto di elevare l’età della pensione a 67 anni; 4) rifiuto della privatizzazione delle ferrovie; 5) ritiro immediato dall’Afghanistan.
Ora, dando per scontata la completezza della notizia riferita dal manifesto, possiamo, anzi dobbiamo chiederci che cosa vi sia di sinistra in un “quasi programma” del genere...
Molto poco. Perché, per dirla tutta, oggi, chiunque si dichiari di sinistra dovrebbe schierarsi dalla parte di quella che Polanyi chiamava la sostanza morale e umana della società. E dunque opporsi all’ideologia e alla pratica della società del rischio, fondata invece proprio sulla distruzione di tale tessuto sociale e culturale. Ma come avviene la distruzione? Facile, si fa per dire... Si autoriproduce attraverso il processo di individualizzazione e precarizzazione di tutti i rapporti sociali e umani (familiari, lavorativi, scolastici, abitativi, sanitari, pensionistici, eccetera), imposto dal neoliberismo. Sotto questo aspetto, perciò, il programma della “Linke” è minimalistico e difensivo. Il problema, infatti, non è il finanziamento degli asili ( o almeno non solo), ma di tornare a una politica, non di puro contenimento della marea neoliberista, ma di inquadramento economico, giuridico e sociale del capitalismo. Si dirà, in questo momento, e non solo in Germania, per la “sinistra sinistra” (chiamiamola così), non è possibile fare di più. Il che può anche essere vero. Tuttavia “tappare i buchi”, non aiuta assolutamente a combattere, nelle sue linee generali, quell’ideologia e pratica del rischio sociale, oggi così celebrata, dal neoliberismo, come fattore positivo di crescita.
La tesi dei neoliberisti è la seguente: più l’individuo viene lasciato libero di scegliere, ovviamente a suo rischio e pericolo, più la società si arricchisce, perché solo così i più capaci e meritevoli possono emergere, arricchendo se stessi e la società nel suo insieme. Perciò più si rischia individualmente (ad esempio, accettando la flessibilità lavorativa), più la società si apre al rischio (rifiutando qualsiasi inquadramento), più si sviluppa economicamente. Così però, coloro che non riescono ad avere successo, rischiano, a loro volta, di diventare un peso per l’intera società. Infatti, il neoliberismo, sostiene che i “perdenti” non possono, anzi non debbono, essere mantenuti, a spese della collettività: chi non lavora non mangi. Perché nessun pasto, come pontificava Milton Friedman, è gratis.
Perciò, il primo punto del programma, di una “sinistra sinistra”deve recepire la critica radicale della società del rischio. Una critica basata su un semplice, quanto inattuale, presupposto: tutti gli individui, in quanto persone, sono meritevoli di sostegno sociale, nelle varie fasi della loro vita, a prescindere dai risultati individuali conseguiti. La persona, come sistema di relazioni e valori (perché dietro di sé e con sé e “trascina” il proprio mondo vitale, composto di altre persone: famiglia, amici, colleghi di lavoro, eccetera), è una ricchezza (di rapporti) per la società, e non un investimento economico, di cui valutare il rendimento. Per restare in metafora: i “pasti”, proprio perché riguardano, anche in senso sociologico e culturale, il "sostentamento" della "persona-rete", devono essere gratis… Anche chi non lavori, deve “mangiare”. Anche la rovina di uno solo, può essere la rovina di molti, perché, ripetiamo, l'uomo non è un'isola.
Perciò sul piano pratico, una scelta del genere, implica la correzione, in senso sociale e politico, dei meccanismi economici del capitalismo. E in particolare, un maggiore interventismo pubblico, che può essere svolto dallo stato ma anche demandato ad altre organizzazioni sociali (ad esempio di terzo settore). Il che impone il ritorno a una programmazione di tipo economico e sociale su larga scala. E qui, si pensi all’importanza di ridimensionare l’enorme potere assunto dai banchieri e finanzieri europei. Oggi costituitisi, in veri e propri circoli di potere, che “remano contro” l’Europa politica e sociale. Ovviamente, la programmazione, dovrebbe riguardare l’ intera Europa. Che, attualmente, sembra invece essersi appiattita sulla Direttiva (neoliberista) Bolkestein.
In certo senso all’Europa dei mercati andrebbe contrapposta un’ Europa sociale, fondata su quei “sacri” diritti sociali, che sono la fondamentale conquista del Novecento.
Ma la “sinistra sinistra” è in grado di perseguire questo progetto?

martedì, giugno 19, 2007

Meta (political) comics. Pedro Almodóvar “Commenda”...

Il “commenda”, uno se lo immagina, come proprietario di trenta capannoni industriali nel nord-est produttivo, dove fabbrica salotti per gli sceicchi degli emirati. Insomma, uno tutto d’un pezzo, pelato e con la pancetta, casa e lavoro. Che fa ragionamenti tipo: “Mio padre aveva dieci capannoni, io trenta, mio figlio ne avrà quaranta”…, per dirla con il comico Antonio Albanese.
E invece no, perché Rutelli qualche giorno fa ha nominato Pedro Almodóvar “Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana”. Sì, proprio Pedro uno che tecnicamente appartiene al postfranchsimo porcellone. Oddìo, Pedro ha lavorato sodo. Ha girato un mucchio di film belli e trasgressivi. Dove, di solito, un attimo prima che si accendano le luci, si scopre che Lola è Lolo, e che invece Mario, fidanzato di Lola, nasce come Maria. E tu spettatore, che durante il film ti sei invaghito di Lola, entri in crisi… E capisci pure, quanto siano sottili i confini tra le identità sessuali.
E di questa grande lezione ringraziamo Almodóvar …. Però, che c’entrano la movida e il libertarismo di Pedro, con la nomina a “commenda”? Al posto suo l’avremmo rifiutata. Non si può girare un film dissacranti la Mala educacion. E poi recarsi in pompa magna, tra gli stucchi e gli specchi, a ritirare la “commenda”. E dire che lo si è fatto solo per “bona” educacion…
Vabbé, Pedro ci sta simpatico. Diciamo, allora, che ha fatto bene ad accettare, ma che doveva presentarsi almeno su tacchi a spillo di dodici centimetri. Per scandalizzare gli altri commenda presenti. E soprattutto Rutelli, che, da quando è vicepremier inciucia coi Teodem e al tempo stesso strizza l’occhio ai Gaydem. Insomma è un Paradem…
Per dirla con D’Alema, purtroppo, questa volta, il grande Pedro Almodóvar, non “ci ha fatto sognare”. Si è comportato come un proprietario di trenta capannoni industriali… E si è cuccato la "commenda". Lasciando, questa volta, proprio noi ammiratori, sull’orlo di una crisi di nervi…

lunedì, giugno 18, 2007

Il caso Priebke. Tra giustizia e supergiustizia

Un premessa. La nostra condanna per i crimini commessi da Priebke è totale. E, in quel che scriveremo, non c’è alcuna volontà di sminuirli o di trovare giustificazioni. Così come è totale la nostra solidarietà verso le vittime. E ovviamente verso congiunti e parenti dei Caduti delle Fosse Ardeatine.
Quel che invece desideriamo sottolineare, prendendola come nostro solito da lontano, è quel conflitto, tra teoria e pratica, che distingue il diritto moderno, e in particolare quello penale. Probabilmente fin dalle sue origini. Veniamo subito al punto.
Per un verso il diritto moderno pretende di fondarsi sul principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, mentre per l’altro, in alcuni casi specifici (come ad esempio quello di Priebke), mostra di voler ignorare tale principio. E qui va ricordato che il diritto moderno, nato e sviluppatosi dalle e attraverso le rivoluzioni inglese, americana e francese, è frutto di un nobile sforzo. Quale? Quello di voler imprimere “sulla” società un principio giuridico, cercando di uniformare quel che in realtà non sempre può essere uniformato: gli interessi e i valori degli uomini e dei gruppi sociali. Insomma, di voler conciliare il diritto con la sociologia.
Tutta la storia del moderno stato di diritto è perciò segnata dal conflitto, tra l’affermazione del principio che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge e il tentativo di attuare concretamente l’ uguaglianza nel diritto, nei diritti e nelle procedure penali. Qui non si vuole mettere in discussione il valore morale del principio, ma spiegare le ragioni della sua faticosa affermazione, soprattutto se intesa e auspicata nella sua compiutezza. Perché il problema è appunto questo: per la prima volta nella storia, il diritto, dopo essersi affrancato da principi extragiuridici, ha cercato di costituirsi, in parte riuscendovi e in parte no, come un sistema organizzativo, basato sulla generalità (in termini applicativi) del diritto positivo e sul rispetto di procedure uguali per tutti. E questo, nonostante gli uomini e i gruppi sociali, da parte loro, continuino tuttora a rispecchiare e promuovere, all’interno della stessa società moderna, interessi e valori, particolari e mutevoli nel tempo. Insomma, dal punto di vista sociologico (e dunque senza conferire alcuna connotazione morale all’intera questione), alla giustizia dello stato di diritto, continua ad opporsi, regolarmente, la supergiustizia invocata dai gruppi sociali portatori di interessi e/o valori settoriali. Come del resto è giusto che sia, dal punto di vista della dinamica sociale.
Il che però significa, che quel che alcuni avvertono come ingiustizia, per altri può non esserlo. Ma, ecco il punto, quel conta - nella tradizione moderna - è che lo stato di diritto, possa riuscire a imporsi, ogni volta, come giuridicamente super partes, sui gruppi particolari. Per il bene di tutti, e poi vedremo perché. Perciò, come nel caso Priebke, è sociologicamente scontato che certi gruppi sociali sollecitino l’applicazione inesorabile di una supergiustizia, capace di andare oltre i normali principi della giustizia moderna, basata sull’uguaglianza giuridica, promossa, difesa e rappresentata dallo stato di diritto Il che, se valutiamo i gravi delitti di cui si è macchiato l’ex ufficiale nazista, può essere comprensibile sul piano morale. Ma quel che può essere compreso, se non giustificato, dal punto di vista della supergiustizia (che si fonda su valori e/o interessi), può però non esserlo da quello della normale giustizia amministrata dal diritto moderno, che deve imporre procedure e “certezze”uguali per tutti, a prescindere dalle connotazioni politiche, morali e di interessi. Di conseguenza, se la legge, prevede e consente un determinato trattamento di clemenza nei riguardi dell’ex ufficiale nazista, non può essergli negato, proprio in nome del principio di uguaglianza davanti alla legge. Anche perché, la stessa legge consente a coloro che eventualmente possano essere contrari a quel trattamento, la sua impugnazione.
Quel che invece va assolutamente evitato è la trasformazione della “pressione” esterna (extragiuridica) sullo stato di diritto, come frutto di una cieca volontà di supergiustizia, in un verdetto di colpevelezza o innocenza... Perché un fatto del genere, può distruggere, nel tempo, le fondamenta stesse del moderno sistema di giustizia. Anche quando, al centro della vicenda giudiziaria, vi sia un vecchio nazista, probabilmente non pentito, come Priebke. Dal momento che è proprio in certe situazioni difficili che andrebbe dimostrata la superiorità funzionale ( attenzione non morale, eccetera…) dello stato di diritto, rispetto alle altre organizzazioni giuridiche della storia umana.
Che fare? Una via d’uscita, ma in contraddizione con i principi dello stato di diritto, può essere fornita, dalla creazione di magistrature speciali (come quella militare, che però ha condannato Priebke, sulla base di fortissime pressioni extragiuridiche…), ritenute capaci di trattare, in termini di “supergiustizia” ,socialmente organizzata, i delitti di particolare gravità e ripugnanza sociale. In tale senso, si potrebbe introdurre per certi delitti, il principio di “odiosità sociale”. Criterio che andrebbe a fare il paio, con quello, già giudizialmente utilizzato, di “crimini compiuti contro l’umanità”. Tuttavia, va segnalato un pericolo: creando magistrature speciali, si rischia di far nascere pericolose ingiustizie, basate appunto sulla disparità di trattamento. Inoltre resterebbe difficile, se non a prezzo di equilibrismi legislativi e di tecnica giuridica, conciliare sul piano procedurale, il rispetto dell’uguaglianza davanti alle legge con provvedimenti restrittivi, basati sul criterio (extragiuridico) della supergiustizia.
Non restano perciò che due possibilità. O la applicazione integrale, e quindi anche a figuri come Priebke, delle procedure della giustizia moderna, fondate sul principio di uguglianza, ignorando gli interessi, legati al desiderio di supergiustizia di gruppi particolari. Oppure, fare un passo indietro, e istituire, magistrature speciali, non solo internazionali ma anche interne, ispirate a criteri di supergiustizia, da affiancare a quella ordinaria.
Per contro, quel che va assolutamente evitato è continuare a barcamenarsi tra l’uguaglianza formale e la disuguaglianza sostanziale, o se si vuole, tra giustizia e supergiustizia. Perché ne va della sorte del moderno stato di diritto, come principio di organizzazione sociale.
La posta in gioco è altissima.

venerdì, giugno 15, 2007

L’arroganza di Padoa-Schioppa come espressione dello “spirito” del nostro tempo

Si legge che Padoa-Schioppa, dopo il suo intervento contro il generale Speciale “si sia fatto più politico”. E aggiungiamo, noi, arrogante. Al tempo stesso, quasi quotidianamente, editorialisti e commentatori, rilevano, spesso con orrore, quanto la gente comune, come nella Campania invasa dalle immondizie, o nella Vicenza assediata dagli Usa, non voglia più saperne dei politici.
Insomma, dando per verosimile il quadro fornito dalla stampa (ma corroborato anche da inchieste sociologiche), si può asserire che da almeno un quarto di secolo (grosso modo, dall’ascesa delle politiche neoliberiste), stiamo assistendo a una politicizzazione dell’economia, e alla depolicitizzazione della società. Per farla breve: il potere economico si è sostituito a quello politico, mentre i cittadini, in misura crescente, manifestando contro la politica (ma che oggi in realtà è "economia"), mostrano di aspirare all'esercizio diretto del potere politico. Si tratta di un fenomeno non solo italiano, ma che riguarda tutte le democrazie occidentali, anche di antica tradizione, come Gran Bretagna e Francia: da una parte abbiamo la tendenziale decrescita del numero dei votanti ma anche il periodico riaccendersi delle proteste sociali nazionali e locali, coniugato alla crescente sfiducia nei riguardi delle élite dirigenti; dall’altra parte abbiamo invece la ormai quasi completa sostituzione dell’economia alla politica, e la crescente promozione a tutti i livelli di personale proveniente dall’economia e non dalla politica. In certo senso, la Tangentopoli italiana può essere spiegata come un evento che ha prodotto la sostituzione "traumatica" di un personale politico (certo, corrotto), con un personale economico. Ad esempio si pensi ai Presidenti del Consiglio succedutisi dal 1992-1993 ad oggi (Ciampi, Amato, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi, Prodi). Ad eccezione di D’Alema provengono tutti o dalla Banca d’Italia o dall’economia. Mentre Amato, professore universitario di diritto, è sempre stato (piacevolmente) in bilico tra i due mondi.
Ora, è ovvio, che personaggi del genere, non possano essere in grado - come del resto alcuni di loro hanno già ampiamente dimostrato - di dare risposte politiche ai problemi della gente comune. Ma solo di ragionare in termini economici, o se si preferisce “ragionieristici”. Tuttavia, problemi, come la salute, le pensioni, la politica economica, e perfino quella estera, non possono essere affrontati in termini strettamente utilitaristici, o come si dice oggi, imprenditoriali. Dal momento che la comunità politica non potrà mai essere gestita come un’impresa economica. Di qui, perciò quella cesura crescente tra una classe dirigente (sempre più composta di economisti, imprenditori, finanzieri e alti funzionari di banca) e i cittadini che si sentono sempre più incompresi, se non del tutto inascoltati. E che spesso finiscono per sparare nel mucchio, confondendo i politici (i "padroni" di ieri), con gli economisti (i "padroni" di oggi). Ciò però non toglie il fatto che la società italiana sia ormai divisa in due mondi, come dire, che parlano lingue diverse... Da una parte le élite economiche, che sistematicamente, parlano il "linguaggio" dei propri interessi, e dall'altra il popolo, al quale nessuno più si rivolge, se non per ingannarlo, ricorrendo alla più vacua retorica pubblica.
Si tratta di una crepa destinata ad allargarsi. Fino al punto che potrebbe far crollare le mura stesse della città della democrazia. Perché, qui, abbiamo solo due possibilità: o la cosiddetta “antipolitica”, di oggi, viene intercettata politicamente (e democraticamente) e trasformata così nella politica, più partecipativa, di domani; oppure, l’ ”antipolitica”, viene invece intercettata demagogicamente, e trasformata nella politica, autoritaria, se non totalitaria, di domani.
Il vero punto della questione, è che attualmente non si scorgono all’orizzonte autentici movimenti sociali in grado di intercettare politicamente l’antipolitica Si pensi solo alle divisioni (interne ed esterne) intervenute in occasione della manifestazione romana contro Bush del 9 giugno.
Pertanto è inutile scandalizzarsi, a proposito della crescente durezza “politica” mostrata da Padoa-Schioppa. Purtroppo il suo comportamento, oltre a evidenziare la natura non certo benevola dell’uomo, illustra due fatti importanti.
In primo luogo, indica quanto si senta sicura di sé, fino a sconfinare nell’arroganza, l’attuale élite “economica” che ci governa. In secondo luogo, che, se non interverranno fatti “politici” nuovi, questa élite continuerà a governare, prescindendo dalla sorte dei governi di centrosinistra come di centrodestra.
Pertanto l’arroganza di Padoa-Schioppa esprime al meglio , come si diceva una volta, lo “spirito” del nostro tempo.

giovedì, giugno 14, 2007

Il libro e la rivista della settimana: M. Cochi, L’ultimo mondo. L'Africa, Edizioni Kappa 2006; "Imperi" (Se l'Africa ci dice addio), n.10 - 2007

Il pregio fondamentale del libro di Marco Cochi, L’ultimo mondo. L’Africa fra guerre tribali e saccheggio energetico, Edizioni Kappa, Roma 2006, pp. 180, euro 14,50 (http://www.edizionikappa.com/ - tel. (+39) 06273903) è quello di fornire in poche pagine, un quadro esauriente della situazione africana. E soprattutto senza pietismo. Come, del resto, notano nelle loro prefazioni Aldo Di Lello e Germano Dottori. Ma lasciamo la parola a Marco Cochi, giornalista professionista, esperto di cooperazione internazionale e docente presso la Libera Università San Pio V di Roma.
“Quando si parla di Africa, spesso si fa riferimento ad un luogo comune che la descrive come un continente in preda all’autodistruzione, pieno di gente di pelle scura sofferente e indifesa che abita un universo parallelo. In questo libro, che ha l’unico intento di essere una piccola guida per capire i problemi che affliggono il continente e sensibilizzare l’attenzione sui conflitti che l’hanno devastato, invece tratteremo la questione cominciando con una diversa impostazione. L’Africa ha bisogno del resto del mondo quanto il resto del mondo ha bisogno di lei. Da ciò, ne conviene che la principale difficoltà dell’Africa è entrare a far parte di un ordine economico mondiale costruito sul rispetto reciproco e non sullo sfruttamento, quanto, per troppo tempo, i suoi abitanti sono stati costretti a vivere in paesi la cui ragion d’essere non era il benessere dei loro cittadini ma il trasferimento di risorse all’estero. Come verrà spiegato nelle pagine che seguiranno, gran parte del continente africano sta cambiando senza l’aiuto del mondo ricco. Forse adesso possiamo anche spingerci ad affermare che l’ Africa non va ‘salvata’, ha solo bisogno che le sia concesso di esprimere il suo enorme potenziale” (p. 21).
Il che, ora, sarebbe possibile, perché rispetto al 1999, “la situazione è molto cambiata”. Oggi “è inequivocabile che (…) in Liberia, Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo, Burundi, Angola, Mozabico è tornata la pace (p. 23). Mentre “gli unici conflitti ancora in corso sembrano essere quello del Sudan (…) e quello che si combatte in Uganda del nord” (p. 24), Di qui, a parere dell’autore, la possibilità, una volta domati, anche questi ultimi conflitti, dell’apertura di un periodo di pace e di crescita economica. Una nuova fase che però non potrà non fondarsi su tre fattori: a) sviluppo economico, secondo le esigenze locali; b) aiuti esterni, ma privi di condizionamenti politici ed economici; c) espansione della pratica democratica.
Per farla breve: la vera questione è di non ricadere nel ciclo dei conflitti politici. Infatti, come osserva Cochi, “gli studi dimostrano che le guerre civili hanno maggiori probabilità di scoppiare in paesi che hanno pessimi regimi politici, economie stagnanti e ingenti quantità di minerali preziosi: la tirannia offre al popolo validi motivi per insorgere, la povertà rende il servizio sotto le armi un’allettante prospettiva di lavoro e la ricchezza che i minerali assicurano rende remunerativo il potere per chi lo detiene”. Secondo le Nazioni Unite “un paese che esce da un conflitto è destinato a ricadervi entro cinque anni, se non viene correttamente e attivamente assistito” (p. 26). Per questa ragione, l’Occidente e l’Europa (in particolare) dovrebbero fornire aiuti, vincolandoli, come dire, al “tasso di democraticità” dei paesi africani ai quali sono diretti. Ricetta molto difficile da applicare, anche per lo stesso Cochi, vista la natura, spesso aleatoria, del concetto di democrazia, la cui interpretazione è subordinata alle convenienze politiche del momento… Ma su questo punto l’autore non cede, tentando così di coniugare volontarismo (e volontariato) e realismo politico: una preziosa miscela tra psicologia e politica, dalla quale, a suo avviso, potrà scaturire la salvezza dell’Africa. A questo proposito va ricordato il post scriptum di Matteo Guidoni (pp. 171-175), volontario dell’Associazione perugina Amici del Malawi, che descrive in modo toccante la sua esperienza, indicando un modello psicosociale di intervento, basato sull’ascolto e il rispetto dell’altro. E dunque non solo politico. Che l'autore di questa recensione, da sociologo, non può non apprezzare.
Insomma, un libro da non perdere. Tra l’altro, Cochi dedica pagine interessantissime ai “mali endemici dell’Africa” (pp. 29-51), al “Conflitto nel Darfur (pp. 65-87); all’espansionismo cinese, che invece non va troppo per il sottile, sul tasso di democraticità di cui sopra (pp. 134-152); sulla “Sharia in Somalia” (pp. 153-169). Correda il tutto, un’ essenziale ma aggiornata bibliografia (pp. 177-179).
Sempre in argomento, si segnala l’uscita dell’ultimo fascicolo di “Imperi” , n. 10, Anno 4°, 2007 (Nuove Idee - tel. 06/45468600 - fax 06/39738771), rivista di geopolitica diretta da Aldo Di Lello, con un ricchissimo dossier, da leggere tutto d’un fiato, intitolato Se l’Africa ci dice addio (pp. 11-128), con articoli di Alfredo Mantica, Marco Cochi, Giovanni Armillotta, Antonio Pannullo, Marco Gaudesi, Eleonora Venturi, Jean-Léonard Touadi, Federica Frangi, Andrea Marcigliano, Francesco Tajani, Gabriele Natalizia, Giovanna Sfracasso, Raffaele Cazzola Hofmann e altri.

mercoledì, giugno 13, 2007

Luca Cordero di Montezemolo. Piace a troppi, ma lui "ama" una sola...

Quando nel 2004 Luca Cordero di Montezemolo venne nominato presidente della Confindustria, nessuno protestò. Piaceva a tutti, probabilmente a troppi. Il suo magnetico “appeal”, ricordava, almeno alla nostra generazione, un film anni Cinquanta con una Brigitte Bardot diciottenne, altrettanto “libera e bella”, ma indecisa sul nome dell’ammiratore, tra i tanti, al quale concedersi. E Montezemolo, ricordava e ricorda la Bardot di quel film: anche lui piace a troppi... Vediamo.
Piace alla sinistra seriosa del Manifesto; all'ansimante centrosinistra di Prodi, Rutelli e Fassino; un po’ meno al ministro Damiano, un duro, che comunque lo sopporta, ed evita di attaccarlo direttamente. Piace a Berlusconi, che a suo tempo, lo voleva ministro. E ovviamente alla Confindustria, che eleggendolo suo presidente, puntava a liberarsi di D’Amato. E pure alla grande stampa, che se lo coccola, per ragioni di sopravvivenza economica.
Ora, il problema è che Montezemolo, oltre a se stesso, e ovviamente ai corposi interessi confindustriali, rappresenta certo capitalismo da copertina, che oggi va per la maggiore. Il famigerato capitalismo da bere: belle donne, belle macchine, vacanze in località esclusive, ma a portata di teleobiettivo fotografico. Insomma, un capitalismo, da parrucchiere, che piace tantissimo al popolo (degli sfigati, come alcuni sostengono)… E poi c’è la Ferrari. Che insieme al calcio è il nuovo oppio dei popoli (italiani). Montezemolo interpreta al meglio il famoso mito dei ricchi e famosi. E il capitalismo mediatico, sa che alla gente piace sognare di macchine, donne, vernice e velocità… E che coloro che sognano di divertirsi, già sono pronti ad acconsentire…
Ma perché un personaggio del genere piace a sinistra? E qui si pensi solo al consenso che Montezemolo ha raccolto qualche giorno fa con la tirata sull’ evasione fiscale da combattere a ogni costo. Evidentemente piace, perché la sinistra di Fassino e D’Alema, vuole tutto e il suo contrario. E soprattutto teme di scontentare quelli che una volta il Pci definiva “i padroni”. E poi, Montezemolo viene ritenuto antiberlusconiano. E si sa quanto scuota il sistema nervoso di Berlusconi ogni minimo accenno alle tasse. E tutto ciò che non fa dormire tranquillo il Cavaliere gratifica la sinistra moderata e radicale. Tuttavia, bisogna fare attenzione: se Berlusconi, continuerà a friggere all’opposizione, Montezemolo non mollerà il governo di centrosinistra. Ma se le quotazioni di Berlusconi dovessero risalire, Montezemolo - che gli addetti ai lavori reputano una vera “spugna” nei riguardi degli "umori" ambientali - correrebbe subito a gambe levate in suo soccorso.
Quel che è più curioso è che Montezemolo viene tuttora considerato, nell’intero ambiente politico ed economico, una giovane promessa. In quale campo, non è dato sapere… Il che a 59 anni è un vero record.
Tornando alla Bardot, in quel film, dopo aver civettato un po’ con tutti, scopre di aver sempre amato il marito. Insomma, sbarazzina sì, ma fino a un certo punto… Ora, con rispetto parlando, quale potrebbe essere, nel caso, la “moglie”, o meglio la “Famiglia” di Luca Cordero di Montezemolo? Dalla quale non si separerà mai, pur piacendo a troppi?
La riposta , crediamo, sia fin troppo facile.

martedì, giugno 12, 2007

Perché Movimento Zero è stato “cacciato dai comunisti e portato via dalla polizia”? Un’analisi sociologica

Quel che denuncia Massimo Fini, ”Io (né rosso, né nero) cacciato dai comunisti e portato via dalla polizia” (si veda il sito - www.movimentozero.org - ), merita un commento. E, ovviamente, la nostra piena solidarietà.
Ma perché certa sinistra di “lotta e di governo”, continua a comportarsi così? Perché chiedere alla polizia l’allontanamento da piazza del Popolo di un gruppo di persone che vogliono democraticamente dimostrare contro Bush? Perché sono di destra. Questo, il motivo, che avrebbero invocato i “rifondazionisti” presenti in piazza, come numi tutelari, in verità pochini, della sinistra alternativa, ma di governo. Al che si potrebbe rispondere, ecco il solito comportamento “da” comunisti… Non cambiano mai, eccetera…
Troppo facile. Invece sono cambiati, e come… Ma in peggio. Alla tradizionale logica da setta gnostica (per cui un gruppo sociale si ritiene depositario assoluto della verità) si è sommata la logica partitocratica (che impone la costante difesa del proprio territorio politico). Di qui, la duplice motivazione che è alla base del “trattamento” subito da Movimento Zero: 1) non sono depositari di alcuna verità (logica gnostica), e se anche per caso, lo fossero, 2) potrebbero toglierci spazio (logica partitocratica), perciò vanno cacciati via.
Una miscela esplosiva, ma tutto sommato, intellettualmente superata. Come spiega il ricorso all'antico anatema: “ Vanno espulsi, perché sono di destra”. Che è risibile - vista la crescente labilità dei confini tra destra e sinistra - ma più che accettabile per chi deve controllare l’ordine pubblico. Dal momento che il sapere comune, e perciò anche quello “applicato” dei tutori dell’ordine, è sempre temporalmente indietro rispetto all’evoluzione delle teorie sociali e politiche. Di riflesso la polizia, una volta sollecitata “dai comunisti”, su una possibile “turbativa”, non poteva non applicare (e non potrà non applicare, fin quando l’idea del superamento del discrimine destra-sinistra non sarà divenuta di senso comune) i suoi schemi di comportamento: fermare, identificare, evitare ogni disordine, eccetera.
Pertanto, il problema è a monte. E soprattutto rinvia a "un passato che si rifiuta di passare". Perché così impone l’egemonia della mentalità gnostico-partitocratica di quei politici “rifondazionisti” che avrebbero chiesto l’allontanamento di Massimo Fini. Invocando - è bene ripeterlo - un ideale di purezza rituale “anacronistico” (“Noi siamo di sinistra, quelli di destra, per evitare disordini, cacciateli via”), che risale al periodo pre-caduta Muro di Berlino. E che tuttavia, per certa sinistra di “lotta e di governo”, sarà sempre più difficile invocare in futuro, stante l’evoluzione, non certo sistemica, della concreta situazione politica e sociale.
Qui, però, potrebbe essere interessante scoprire, quale sarebbe stata la reazione dell’altra sinistra, quella antagonista (di sola “lotta”), riunitasi a piazza Navona, se Massimo Fini si fosse presentato lì, invece che a piazza del Popolo.
Lo avrebbe accolto a braccia aperte?

lunedì, giugno 11, 2007

Sarkozy, Prodi, e le politiche dell'offerta

La schiacciante vittoria di Sarkozy rischia di favorire il rilancio francese della politica dell’offerta. Anche in Italia la politica economica del governo Prodi sta puntando verso la stessa direzione. E nel resto dell’ Europa ci si muove, più o meno, nello stesso alveo politico-economico. Insomma, il pericolo sussiste.
Ma che cosa significa politica dell’offerta? A grandi linee, significa opporre Smith a Keynes, il Mercato allo Stato. O per semplificare, la libertà delle imprese alla libertà dal bisogno dei cittadini. Come si sforza di giustificare George Gilder, apostolo dei supply-siders (politiche dal lato dell’offerta), in un celebre libro (Wealth and Poverty , Basic Books 1981) è l’offerta che genera la domanda. Il che significa, secondo il "divulgatore" Gilder, che all' offerta, gestita dalle imprese, andrebbe sempre assicurata la massima libertà, in termini di minori regolamentazioni e minori tasse. Insomma, l’esatto contrario di quel che sostengono le politiche economiche dal lato della domanda, teorizzate da Keynes, e soprattutto dai suoi epigoni (si pensi in Italia a Federico Caffè). Politiche rivolte a sostenere direttamente (ad esempio, attraverso salario minimo) o indirettamente ( ad esempio, con le politiche di grandi lavori pubblici) il reddito dei cittadini, liberandoli, innanzitutto, dalla costante paura di finire in povertà, se non in miseria. Ma pure imponendo, per ragioni redistributive, maggiori tasse a chi può permettersi si pagarle,
Per farla breve, le politiche dell’offerta si fondano sulla premessa del dinamismo spontaneo e dell’efficienza innata del mercato. Mentre quelle basate sulla domanda diffidano del mercato, e impongono correttivi e limitazioni alle attività economiche private. Le prime credono nella potenza della mano invisibile del Mercato, le seconde in quella della mano visibile dello Stato.
Gli storici ritengono che le politiche della domanda, abbiano determinato nell’Europa democratica, tra il 1945 e il 1975, una crescita elevata, un miglioramento delle condizioni economiche e sociali di tutti, e una (anche se lieve) redistribuzione della ricchezza. Mentre, sulle politiche dell’offerta, intraprese dalla Thatcher (e poi da Reagan), andati al potere nel biennio 1979-1981, il giudizio degli storici è negativo. Infatti la crescita media dell’economia è stata inferiore a quella del trentennio precedente, la diseguaglianza è cresciuta, così come la povertà. Basta sfogliare una (qualsiasi) storia economica della seconda metà del Novecento, dando una sbirciata alle appendici macroeconomiche.
Questi sono i fatti. Che Sarkozy e Prodi dovrebbero conoscere. O che dovrebbero essere noti a coloro che li consigliano, tutti provenienti da prestigiose università…
Insistere sulle politiche dell’offerta significa viaggiare a velocità supersonica verso la catastrofe sociale. Si pensi solo, al mix (socialmente) esplosivo, che potrebbe crearsi, di qui a 20 anni, quando giungeranno a maturazione le pensioni (magre) di chi oggi ne ha 40-45, in un contesto dove la quota di lavoro flessibile, e dunque sottopagata, rischia di superare, sempre alla stessa data, il 40- 50 per cento della forza lavoro complessiva (oggi in Europa, in media al 15-20 per cento, dopo circa 20 anni di politiche del lavoro basate sulla flesssibilità). Con un’età media (del lavoratore flessibile), sempre tra 20 anni, intorno ai 45-50 anni. E, sempre alla stessa data, con figli (anche se pochi, 1 al massimo 2) e genitori (tra i 70 e i 75 anni), con pensioni molto basse, e quindi bisognosi d’aiuto. In un quadro generale, dove le famiglie saranno più povere, e dove scuole, sanità e pensioni, saranno totalmente nelle mani dei privati. E, infine, con una manodopera straniera (usata come arma di ricatto dalle imprese private), che continuerà ad affluire , via Europa Orientale, e via Mar Mediterraneo.
Ecco, dove rischiano di condurre l’Europa sociale ed economica, politici come Sarkozy e Prodi.

venerdì, giugno 08, 2007

Meta (political) comics: E' tutta colpa della depressione? Boh...

Tutti matti, si diceva un tempo. Oggi invece si parla di depressione: è politicamente corretto. Di più: stando ai dati Eurispes (2003), gli italiani a rischio sarebbero 15 milioni: un italiano su quattro. ( http://www.eurispes.it/visualizzaComunicato.asp?val=7 ). Non c’è insomma di che stare allegri: sei milioni di cittadini sono in terapia, altri nove sono malati senza saperlo…
Oddìo, se si prende regolarmente la metropolitana, soprattutto alle 8 del mattino, ci si accorge subito che qualcosa che non va . Non tanto per l’ ambulante rumeno, poveretto, che nella calca si ostina a suonare la fisarmonica, massacrando tanghi e rumbe. Quanto per gli sguardi carichi d’odio, che ti investono, se indietro nella fila, chiedi di uscire alla prossima. Altro che le incazzature del Talebano, quando si accorge che la sua donna si è dimenticata a casa il burka…
Ma da che dipenderà? Secondo gli esperti la colpa è del tipo di vita che conducono gli italiani. Troppo stressante. E anche dei matrimoni infelici. Le donne poi sarebbero le più penalizzate, divise a metà, dall'accetta dell'esistenza, tra famiglia e lavoro…
Insomma, si consiglia sottovoce di non farsi una famiglia. Così niente mogli, niente mariti, niente figli rompiscatole, niente suocere (però…): una vita più tranquilla, senza responsabilità, liberi come farfalle. Come negli spot pubblicitari di una certa marca di caffè, dove si passeggia tra le nuvole, sorseggiando la miscela “olo” (ma il caffè non rendeva nervosi? Mah…).
E con il lavoro, come la mettiamo? Beh, i medici dicono che bisogna lavorare con calma. Il lavoratore deve prendersi i suoi tempi. Benissimo, provate però a consigliarlo al dipendente “flessibile”. Così lo licenziano subito. Dopo di che i tranquillanti se li deve prendere per forza… E poi, come si può predicare, al tempo stesso, flessibilità e pazienza quando il ritmo di certi lavori è frenetico... Qui se uno non produce, soprattutto nel settore privato, finisce in mezzo alla strada.
La buttiamo lì: probabilmente il capitalismo qualche cosina c’entra con la depressione.
Da un convegno milanese di medici, tenutosi nell’aprile scorso è pure venuta fuori un'idea fulminante : “Per aiutare i depressi a vincere la paura della malattia e a riconoscerne in fretta i sintomi”, presto saranno disponibili in 160 studi medici, i questionari per fare il test ( si veda "Depresso un italiano su quattro. Arriva il test medico di base - Corriere della Sera 5-4-2007 - www.corrieredellasera.it - ricerca archivio ).
Ora a parte che all'annuncio, come al solito, finora, non è seguito nulla. Comunque sia, non c'è di che essere allegri. Certo, finalmente potrebbe avverarsi il sogno non tanto del depresso quanto dell’ipocondriaco: basterà pagare il ticket… Ma rischia anche di realizzarsi, per buttarla sull’orwelliano, il sogno della “società totalitaria” che cura la depressione con il pasticcone. Tradotto: ti rintrona di psicofarmaci per trasformarti in una specie di “Ti amo o pio bove”, capace solo di dire sì a tutti. Magari pure a Prodi e Berlusconi (insieme a Casini, incluso nel pacchetto). Qualche sociologo controcorrente, la chiama società della sorveglianza.
Basta, torniamo all'antico: meglio matti che depressi. I dottori possono aspettare... E poi sapete che nuova c’è: “Je so’ pazzo/je so’ pazzo/ non ce scassate o’ c…”. Tié.

giovedì, giugno 07, 2007

Il libro della settimana: Bernhard Bueb, Elogio della disciplina, Rizzoli, 2007, pp. 155, euro 12,50

Nell’ articolo su don Milani, apparso sul Corriere della Sera (22-5-2007), Giovanni Belardelli, ritiene “fuori luogo” che si continui a considerare Lettera a una professoressa, “ libro di quarant’anni fa come fosse portatore di una positiva, e ancora attuale, rivoluzione pedagogica”. Tuttavia Belardelli non nasconde la sua ammirazione per la dedizione assoluta dell’insegnante don Milani verso suoi ragazzi.
Quel che stupisce, è che il neomeritocratico Berladelli, scriva ancora su un giornale, come il Corriere della Sera che naviga tra la cultura del divertentismo più volgare, propinata nelle pagine interne, e quella meritocratica, che nobilita solo la prima pagina, grazie alle acuminate penne dei suoi togati editorialisti. Ma questa è un’altra storia.
Qui, il problema non è il presunto “populismo” pedagogico di Don Milani, che ben faceva a criticare la scuola dell’epoca, dove professori “lombrosiani” (non tutti fortunatamente), bollavano come cretino irrecuperabile, chiunque fosse figlio di operai e si distraesse a lezione… Ma l’uso che ne ha fatto certa cultura sessantottina antiautoritaria per partito preso. Che ha confusamente mescolato Marcuse e Don Milani, snaturando il pensiero di quest’ultimo. Il quale, come riconosce anche Belardelli, credeva in “una scuola in cui appariva centrale la figura del maestro, che … puntava a lasciare sugli alunni una impronta indelebile”.
Un approccio, perciò molto distante dalle varie pedagogie permissive, che negli ultimi quarant’anni, hanno demolito qualsiasi principio, non tanto di autorità, quanto di autorevolezza, all’interno della nostra società: a scuola e in famiglia. Un’autorevolezza - attenzione - che nasce dalla naturale "distanza" che deve esservi tra padri e figli, tra docenti e discenti: distanza che non può essere eccessiva ma nemmeno inesistente, come invece accade oggi. Ora, se questa “distanza” sociologicamente necessaria, è venuta meno, la responsabilità principale è di certa pedagogia superficiale, che da quarant’anni raccomanda a genitori e insegnanti di comportarsi con figli e studenti da “amici” e non da padri, madri e docenti. “Dimenticando” che tra amici, di solito non vi è distanza: l’amicizia è sempre tra eguali… E dove non c’è distanza, come differenziazione qualitativa dei ruoli (da una parte c'è colui che insegna e dall’altra chi apprende), non c'è neppure autorevolezza. Certo, esiste anche il pericolo contrario: spesso l’autorevolezza rischia trasformasi in autoritarismo, e di conseguenza le gerarchie tra chi insegna e impara, invece che provvisorie possono divenire stabili e coercitive.
Il vero punto, allora, è trovare il giusto equilibrio: la giusta distanza tra padri e figli, come tra insegnanti e studenti. Sotto questo ultimo aspetto sembra che si stia levando un vento nuovo. In particolare dalla Germania. Dove sembra crescere, da parte dei pedagogisti ma anche delle famiglie, la richiesta di un’educazione più seria, segnata appunto dall’ autorevolezza, a casa e scuola. Una buona testimonianza in argomento è rappresentata dal libro di Bernhard Bueb, Elogio della disciplina (Rizzoli 2007, pp. 155, euro 12,50). L’autore, nato nel 1938, oltre ad essere studioso di filosofia e teologia, è stato preside dal 1974 al 2005, dell’ importante collegio privato tedesco di Salem. E non è assolutamente un fanatico della disciplina. Il suo testo, al contempo, è un grido di allarme e una guida intelligente all’ armoniosa formazione di giovani responsabili. Dove la disciplina è mezzo, e non fine, per raggiungere migliori risultati scolastici, sociali e professionali.
Scrive Bueb: “Vivremo un rapporto equilibrato con la disciplina e l’obbedienza solo quando riconosceremo senza riserve il dislivello di potere tra genitori, educatori e insegnanti da un lato e bambini e ragazzi dall’altro. La possibilità che di quel potere si abusi non può agire da deterrente. Dobbiamo impegnarci a riconoscere come autorità il potere legittimo: il potere di Dio, il potere dello stato, il potere di chi è preposto all’educazione” .
Sono parole piuttosto forti, soprattutto per chi sia abituato, a diffidare sistematicamente di qualsiasi forma di potere, come chi scrive. Tuttavia, come sottolinea Bueb, senza la “distanza” e il “riconoscimento” di un potere, ovviamente fondato sullo stato di diritto e il riconoscimento della democrazia, non è possibile puntare sull’accettazione spontanea della disciplina. Soltanto “ quando avremo riconquistato la nostra purezza nel rapporto con il potere potremo anche parlare con naturalezza di disciplina ed obbedienza. Per riconquistare una tale purezza tuttavia non basta riconoscere a livello razionale che il potere in una collettività è indispensabile ed è pur sempre un male necessario: dobbiamo appropriarcene a livello emotivo come di un concetto positivo, cosa che per esempio si può manifestare riconoscendo apertamente il piacere che esso offre, senza guardare con sospetto qualcuno solo a causa del potere che detiene” .
Ora, due brevi riflessioni finali.
Sul piano filosofico la sfida è impegnativa. Perché Bueb, invita a superare i luoghi comuni di oggi. Che alcuni storici fanno risalire alla “Scuola del sospetto”, che informalmente ruotava intorno a Marx, Nietzsche e Freud. Tre “profeti” che per alcuni scorgevano dietro ogni comportamento un “retropensiero”, volto a celare lo sfruttamento dell’altro, in termini di rapporti di classe, religiosi, e sessuali. Si tratta, in pratica, dello stesso mix ideologico che ha distinto il Sessantotto e, quel che è peggio, in forma banalizzata, il Post-Sessantotto. Ferma restando, ovviamente, la perspicacia filosofica, soprattutto di Marx e Nietzsche (mentre sul Freud “filosofo”, chi scrive, avanza qualche riserva…. Ma questa è un’altra storia…).
Sul piano concreto Bueb, offre invece utili indicazioni, su come comportarsi nelle varie circostanze, a casa e scuola, per favorire l’ introduzione della “disciplina come terapia” sociale e quale mezzo per praticare una vita ordinata. Secondo Bueb, quel che conta nel buon educatore (padri, madri e insegnanti) è lo spirito di dedizione verso i ragazzi. Che deve essere assoluto.
Sì, assoluto, proprio come nel nostro don Milani.

mercoledì, giugno 06, 2007

Un'Italia schizofrenica. Che fare? Andare in Africa come Celestino...

Prodi viene fischiato, Visco potrebbe essere sfiduciato e il governo cadere (ma sarebbe un danno grave?), il Cavaliere torna a parlare di rivolta fiscale. Sinistra e destra sembrano essere in disaccordo su tutto, meno che sulla necessità di tagliare gli stipendi dei parlalmentari. Il lavoro flessibile e sottopagato cresce. Gli stipendi dei grandi managers invece crescono, fino a raggiungere cfre stratosfericche. il dipende di un call center guadagna seicento euro al mese, l’ amministratore delegato di una grande impresa, minimo, trecentomila euro al mese… Infine molte città italiane, soprattutto le piazze, vanno coprendondosi di telecamere: per difendere i monumenti dai vandali, naturalmente. I cittadini che non vorranno essere ripresi, saranno avvisati da “appositi” cartelli che indicheranno le telecamere ( sta arrivando il Grande Fratello, quello vero…). Mentre agli americani viene dato il permesso di costruire un aeroporto militare al centro di Vicenza…
Davanti a questa evidente sindrome da schizofrenia-paese, a molti, sorattutto giovani, verrebbe voglia di girare i tacchi e di andarsene in Africa come il Celestino di De Gregori.
In realtà, secondo il mondo del volontariato sta crescendo il numero di quei giovani che pensano di lasciare l’Italia, per dedicarsi all’Africa e ai suoi poveri. Quel che provoca sdegno in molti ragazzi non sono sono le diseguaglianze di cui sopra, ma il “gattopardo mediatico“ che vi sguazza sopra: un fiume di inchiostro e parole che annebbia ogni cosa. Si dice tutto e il contrario di tutto. Sembra che il mondo nuovo stia per nascere da un momento all’altro. E invece non vede mai luce: e la gente si ritrova dopo una settimana, un mese, un anno, nelle stesse condizioni di prima, o anche peggio.
Secondo i “massmediologi” ( traduzione: professori di sociologia costretti a fare lezione nei cinema, perché non ci sono più aule), vivremmo tutti nella civiltà delle parole: dove gli annunci contano più dei fatti.
Bene, resta però il “fatto” che l’amministratore delegato si pappa 3 milioni di Euro all’anno e il contrattista del Call Center 5000 Euro scarsi. Ci si dovrebbe perciò arrabbiare, ma sul serio. Tuttavia, sembra che pure per la cultura dell’annuncio e della chiacchiera, come accadeva con un certo caffè, valga la regola del “più la mandi giù, più ti tira su“. Certo, ma piano piano cresce pure il senso di impotenza e la voglia di scappare, anche da un lavoro mal retribuito e inappagante.
De Gregori nella sua canzone parla di pezzi d’Italia, di pezzi di opposizione, di maggioranza… Il punto è che non è facile metterli tutti insieme: riunirli. Sembra che oggi ogni cittadino voglia tenersi stretto il suo personale pezzo d’Italia, fregandosene, alla grande, di tutti gli altri portatori di pezzi.
Certo, c’è l’Africa. E di sicuro Celestino è un ragazzo generoso, disposto a sacrificare i propri “pezzi” pur di aiutare gli altri: piace immaginarlo come un aspirante missionario laico o religioso. Però va anche detto che in quella stessa Africa, vista da certa sinistra come l’ultima buona causa per cui battersi, le cose non vanno meglio. Spesso sono gli stessi regimi filo-occidentali e progressisti a trattare male i propri cittadini. E anche gli africani (e ne conosco alcuni) non amano molto essere retrocessi a fratellini minori e sfortunati: sono un popolo fiero, nonostante vengano presentati nell’iconografia mediatica come esseri imploranti medicine e latte in polvere…
Che dire allora? Rigira i tacchi e resta in italia, Celestino. E soprattutto ritrova il gusto di ribellarti.

martedì, giugno 05, 2007

Uso sociale della forza, ed estetica della violenza.

Che cos’ è la forza? Che cos’ è la violenza?
In primo luogo sono due componenti dei processi sociali. Spesso le società nascono da atti di violenza fisica, in seguiti mitizzati ( si pensi al mito fratricida della Fondazione di Roma), e si mantengono nel tempo attraverso un uso accorto della forza fisica (si pensi alla repressione dei moti sociali ma anche della comune criminalità).
In secondo luogo, va fatta una distinzione analitica tra forza e violenza. La forza può essere messa al servizio dei deboli e socialmente regolata; la violenza, invece, implica un fattore di incontrollabilità. Il che significa che la forza, oltre un certo limite, può trasformarsi in violenza. Divenire perciò distruttiva. Ad esempio, nelle fasi prerivoluzionarie, la forza di istituzioni, ormai prive di legittimità giuridica e sociale, tende a trasformarsi in violenza, alla quale nella successiva fase rivoluzionaria, si oppone la violenza, spesso feroce delle folle rivoluzionarie. Dopo di che, una volta stabilizzatasi la situazione, e conquistato il potere e acquisito il consenso sociale, la violenza incontrollata del potere allo stato nascente, si trasforma, di nuovo in tranquilla forza istituzionale di pace di ordine civile.
In terzo luogo, quel che va sempre respinto sul piano intellettuale è l’estetica della violenza. Che cosa vogliamo dire? Che asserire la “bellezza”, dal punto di vista di una improbabile estetica dei valori morali, del sacrificio del kamikaze islamico, è molto pericoloso. Innanzitutto, perché si mostra di non conoscere i processi sociali, quell’alternarsi di violenza e forza, sopra accennato: di regola, coloro che condividono la causa di quel kamikaze, una volta giunti al potere, impediranno, attraverso l’uso istituzionale della forza, che altri kamikaze, di segno opposto, possano rivolgere la propria carica di violenza, prima “esteticamente bella", contro il “nuovo” ordine costituito. Inoltre, decantando le “virtù eroiche” del kamikaze, si fornisce un modello di vita, fondato, non tanto sul coraggio, quanto sulla temerarietà: il coraggio è frutto di un’energia fisica, che spinge razionalmente l’uomo ad affrontare il pericolo, valutandone le conseguenze dirette e indirette; la temerarietà è invece esito di un improvviso quanto labile surplus di energia fisica, che spinge irrazionalmente l’uomo a sfidare il pericolo, ignorando, in modo imprudente, le conseguenze dirette e indirette del suo gesto. Di più: la celebrazione del kamikaze, finisce inevitabilmente per privilegiare l’uso, non della forza, ma della violenza incontrollata. Ossia dell’inclinazione antisociale, presente in tutti gli uomini, a obbligare l'Altro a compiere certi atti, attraverso l’ uso spropositato della costrizione fisica. Che poi ci sia qualcosa di moralmente elevato e bello nel far soffrire le persone, è questione tutta da discutere…
Inoltre, che alcuni sostengano, che al grigio mondo di oggi, ci si può opporre solo con la violenza sacrificale per la causa “giusta”, indicando con esempi presi alla rinfusa, il kamikaze islamico, il nazionalsocialista, l’ebreo, l’immigrato, significa, purtroppo una cosa sola: che non si è compresa bene la distinzione tra forza istituzionale e violenza anti-istituzionale. E, soprattutto, che si assimila, concettualmente, lo status sociale del perseguitato a quello del persecutore… Il che può essere "sorelianamente" accettabile sul piano della lotta politica, ma non sul quello "paretiano", dell’analisi oggettiva dei fenomeni sociali. Inoltre, insistere sull’estetica della bella morte per la “giusta causa” e della violenza armata come “igiene del mondo” può solo innescare altra feroce violenza armata … E la logica “del tanto peggio tanto meglio” è nichilista. Cioè, alla stessa stregua del nichilismo storico, quello russo di fine Ottocento, tende, come per forza di gravità ideologica, alla soppressione violenta di ogni struttura politica. Il che non ha alcun fondamento storico e sociologico.
Oggi, il compito principale degli intellettuali, non è quello di riproporre “miti fratricidi" di fondazione, scambiandoli per ideali, allo scopo di far rinascere improbabili società eroiche, ma di opporsi al “grigiore” del nostro tempo, impugnando la sola spada della ragione e dell’analisi metapolitica oggettiva. Lasciando agli uomini di azione, se e quando verranno, il compito di raccogliere idee, analisi e sfide concrete.
Guai a quell’intellettuale che sogni di tramutarsi in esteta armato… Perché rischia di trasformarsi in una terribile minaccia per se stesso e per gli altri.

lunedì, giugno 04, 2007

Meta (political) comics: Emanuele Filiberto e la cultura delle Nuove Sintesi

Ma quale cultura delle Nuove Sintesi, o contaminazioni ideologiche… Noi stiamo qui a discutere, quando esiste una specie di “nuova sintesi” vivente (al di là della destra e della sinistra), che potrebbe interessare pure allo storico Zeev Sternhell. Di chi parliamo? Ma di Emanuele Filiberto di Savoia… Che, venerdì scorso, ha concesso un’intervista a Libero, dove viene fuori che lui apprezza tutti: Veltroni, D’Alema, Berlusconi, Fini. Più cultura delle Nuove Sintesi di questa si muore…
Non solo. Il Principe rimase colpito, a suo tempo, dalle idee di Rotondi della Nuova DC, al punto di voltarlo. Cultura della Nuove Sintesi pure questa: magari democristiana. Nel senso che tutto fa brodo, pur di restare o tornare in sella . Vecchio vizietto di famiglia.
Ma andiamo avanti. Alla domanda: “ Come preferisce essere chiamato? Principe? Reale? Sua Altezza?”. Lui risponde: “semplicemente Emanuele. Grazie”. Democratico, il ragazzo (oddìo è del 1972...). Dopo di che però, quasi si scioglie, quando l’intervistatore ricorda il suo nome completo: “ Emanuele Umberto Reza Ciro René Maria Filiberto di Savoia”. Si capisce che gode, Ma subito si ricompone, e per mantenersi sul democratico, chiosa così: “di Savoia con la ‘d’ minuscola”…
Sembra che il principe voglia pure fondare un partito, Lo chiamerà partito delle Nuove Sintesi? Boh… Comunque sembra deciso: “Sto pensando di trasformare il mio movimento ‘Valori e Futuro’ in partito politico. Gli amici mi ripetono: ‘Ma chi te lo fa fare?’. Effettivamente avrei tutto da perdere, ma ho troppa voglia di fare qualcosa di concreto”.
Speriamo di no, soprattutto per la cultura politica delle Nuove Sintesi, quelle vere. E soprattutto per l’intelligenza degli italiani. Che potrebbero accoglierlo, se dovesse scendere in campo, come quei poveri napoletani del film L’oro di Napoli, con a capo Eduardo De Filippo (‘d’ maiuscola), accolsero un nobilotto locale… Ricordate? Sì. “Duca Alfonso Maria di Sant'Agata de Fornari…
Ecco, agli italiani basterebbe cambiare il nome altisonante… Ed eseguire. Di testa o di pancia: scelta libera.

venerdì, giugno 01, 2007

L'Italia di Draghi: una società schiavistica

Il Manifesto di oggi, definisce, addirittura nei titoli, la relazione di Draghi “un’alta lezione di liberaldemocrazia". Non siamo d’accordo: preferiamo parlare di una dotta introduzione alla nuova società schiavistica.
Il lettore si chiederà perché usiamo parole così forti. Presto detto: dietro il linguaggio “liberale” di Draghi si nasconde un disegno sostanzialmente antisociale: quello di favorire la nascita di una società piramidale; una società governata dal ristretto intreccio di interessi tra banche e imprese. Una società schiavistica, come vedremo, da cui Draghi, vuole far fuori la politica, anche quella compiacente. Non solo: il Governatore pretende la cancellazione di qualsiasi diritto sociale, a cominciare dalle pensioni.
Ma entriamo nel merito della relazione.
Draghi non ha quasi parlato del processo di concentrazione bancaria in atto. Ne ha evidenziato solo i futuri effetti benefici sulla capacità di concorrere, sul piano mondiale, delle banche italiane. Il che significa, un sicuro aumento dei costi per i consumatori italiani (si veda il nostro post del 22 maggio 2007).
Draghi ha taciuto sui fitti legami tra banche e imprese. Ma, ha criticato, proprio per favorirne la crescita, qualsiasi intervento della politica in economia.
Draghi ha chiesto, alzando improvvisamente il tono di voce (come ci hanno riferito alcuni amici presenti), di procedere rapidamente all’aggiornamento dei coefficienti pensionistici. Il che significa impoverire oggettivamente, di qui a qualche anno, i lavoratori che andranno in pensione.
Draghi ha reclamato maggiore produttività, flessibilità e liberalizzazioni. In particolare nell’energia. Per favorire, appunto - dopo aver liquidato la politica - una maggiore concentrazione economica. E soprattutto la crescita esponenziale del pericoloso intreccio tra banche e imprese.
Infine, il suo accenno, alla riforma dell’istruzione, va interpretato, come volontà di frammentare ulteriormente il mercato del lavoro intellettuale e professionale, anche attraverso la privatizzazione dell’istruzione pubblica .
L’Italia auspicata da Draghi vede pochi eletti in cima e tanti lavoratori e pensionati poveri in basso. E in mezzo un ceto medio, più ridotto, tonico e legato ai poteri forti, in termini di prestazioni professionali a livelli di quadri medio-alti. Mentre il ceto medio(-medio) e medio(-basso), di oggi, mescolandosi agli immigrati, dovrebbe andare a ingrossare le fila del lavoro servile (camerieri, guardie giurate, servizi alle persone) e dei lavoro flessibile (dipendenti dei call center, e di altri settori basati sui servizi non alle persone). E tutti con paghe e pensioni al di sotto del minimo vitale. Proprio come gli ultimi della classe: i lavoratori poveri (facchini, lavapiatti, custodi, eccetera) e i pensionati “coefficientizzati”. E’ un “disegno” che potrebbe prendere corpo nei prossimi 15-20 anni. Il progetto gioca, in termini di controllo sociale, sulle potenzialità delle tecnologie di sorveglianza, sul graduale svuotamento delle istituzioni democratiche (anche attraverso scandali pilotati e conseguenti campagne di stampa ), sull’invecchiamento della popolazione (vecchi e anziani sono più facilmente controllabili), sull’arrendevolezza degli immigrati, e sulla paura generalizzata e opprimente, in una società flessibile, di perdere il posto di lavoro, anche se umile e sottopagato.
In conclusione, si tratta di una società schiavistica e non liberaldemocratica: governata dall’alto, da un ristretto gruppo di tecnocrati, alle dipendenze dirette dei più ricchi (di qui l'inutilità dei politici, come ceto sociale capace di mediare), e perciò priva di qualsiasi vera istituzione democratica.
Ovviamente, non è tutta farina di Draghi. L'attuale Governatore è lì, solo per garantire una “visione del mondo” e una politica del credito favorevoli agli interessi dei CdA di imprese e banche. Il personaggio, non è assolutamente brillante, come lo descrivono i suoi ammiratori. Tutt'altro. E al minimo tentativo di alzare la testa, rischia di essere sostituito come Fazio. Oggi scomparso dalla scena politica ed economica, e liquidato come populista.
Chissà perché?