venerdì, agosto 31, 2007

Che cos'è l'antipolitica?

Che cos’ è l’antipolitica? Vanno subito distinti almeno tre significati.
Il primo significato ha natura strumentale e viene usato per liquidare l’avversario come antidemocratico. In Italia, ad esempio, è costantemente usato per mettere fuori giuoco quei movimenti che si appellano alla democrazia diretta o alla partecipazione popolare di massa, ma privi di qualsiasi accurato riferimento ideologico o politico. Si pensi ai cosiddetti movimenti populisti (ad esempio alla Lega).
Il secondo significato è di tipo ancora più strumentale, perché serve a designare, e liquidare radicalmente, come antipolitici quei movimenti e gruppi, che non solo invocano cambiamenti politici, ma puntano a trasformazioni sociali ed economiche di larga portata, fondate su moventi di tipo ideologico. Si pensi ai cosiddetti gruppi neocomunisti o neofascisti.
Il terzo significato, altrettanto strumentale come i precedenti, gode però di buona stampa, soprattutto negli ambienti economici e finanziari. E indica con antipolitica, la “giusta” protesta, in genere dei cittadini qualunque, i quali isolatamente criticano i privilegi della politica: macchine blu, prebende, sprechi, eccetera. Il tanto celebrato libro di Rizzo e Stella (La casta) è un esempio di antipolitica “buona”, favorita dai vertici economici. E soprattutto dai loro giornali.
Diciamo, allora, che i primi due significati hanno valenza politologica e di difesa sistemica, perché sono condivisi dagli studiosi di scuola liberale e post-socialdemocratica. E di riflesso recepiti passivamente, per ragioni di sopravvivenza, anche dalla classe politica. Invece il terzo significato è giornalistico. Tuttavia attraverso l’antipolitica “buona”, così cara, ad esempio, al Corriere della Sera si punta a ricattare la classe politica e salvaguardare i privilegi del solo sistema economico. Giornalisti come Stella e Rizzo non sono dalla parte dei politici, ma sicuramente neppure da quella del popolo…
Andrebbe invece proposto un quarto significato, come dire, di tipo sociologico, capace di designare nell’antipolitica, un fenomeno più profondo: una volontà sociale di cambiamento e partecipazione, storicamente ricorrente, che oggi non riesce a esprimersi attraverso le istituzioni esistenti: nel nostro caso quelle della democrazia liberale e rappresentativa. In certo senso - come abbiamo già notato in altre occasioni - l’antipolitica di oggi può essere la politica di domani.
Ecco il vero punto della questione: se noi consideriamo sociologicamente il “politico”, come esito dell’interazione tra forma (istituzionale) e contenuto (storico e culturale), scopriamo che la forma istituzionale, di tipo liberal-democratico, mostra di essere inadeguata ai contenuti dell’antipolitica degli anni Novanta (ma si potrebbe risalire fino agli inizi del Novecento). Di qui quel conflitto, che caratterizza da quasi due decenni il “politico” in quanto tale , tra forme (vecchie: liberali) e contenuti (nuovi: partecipativi), dove, sul piano storico, per i movimenti antipolitici, il Nemico, in buona sostanza, è una liberaldemocrazia che rappresenta solo se stessa.
Ovviamente, come altri movimenti storici novecenteschi, anche l’antipolitica, rischia di assumere forme antidemocratiche (e non solo antiliberali). Ma si tratta di un rischio che merita di essere corso, considerata l’assoluta incapacità di autoriforma del sistema politico, economico e sociale in cui oggi viviamo. Che tra l’altro continua a presentarsi, nonostante i suoi pesanti limiti, come il migliore dei mondi possibili. Di qui il nostro consiglio di non sottovalutare le potenzialità dell’antipolitica come politica del futuro.

giovedì, agosto 30, 2007

La colpa è dei lavavetri o del blairsarkozysmo ?

Quando si finge di non avere più nemici, quelli risoluti e in armi, si rischia la deriva.
Si pensi all’Europa Occidentale dopo il 1945. Ha retto per circa un quarantennio, in termini di coesione interna, dopo trent’anni di guerre intestine. Per iniziare a dissolversi, appena l’ Unione sovietica ha mostrato i primi segni di cedimento. E attenzione: il processo di dissoluzione politica (legato alla mancata designazione del nemico "mortale", come impongono le "leggi" del politico) è stato indipendente dallo sviluppo della cosiddetta Europa di Maastricht. Fondata sostanzialmente sul predominio non dei popoli ma di alcune ristrette oligarchie politiche, economiche e finanziarie.
Di regola, i processi di unificazione sociale, e a maggior ragione politica, devono sempre avvenire contro qualcosa o qualcuno, altrimenti rischiano di non essere tali, o comunque di favorire i pochi rispetto ai molti. E soprattutto i veri nemici. Ovviamente, un qualche nemico, fittizio deve continuare a esistere, anche per tali comunità in vacanza dalla storia. E così è stato anche per noi.
Nel caso dell’Europa, post-1991, si è avuta l’invenzione di sana pianta di un nemico, che quantomeno non era il nostro: il fondamentalismo islamico. Che è stato così ufficialmente dichiarato nemico dei Diritti Universali dell’Uomo, con l'iniziale maiuscola. Naturalmente, per non dispiacere a quello che invece poteva (e per alcuni doveva) diventare il nemico vero: gli Stati Uniti. E a dire il vero, lo strumento dei diritti dell’uomo, da agitare come una spada, in funzione “antiterroristica” ha colto nel segno. Per un verso ha rinsaldato l’alleanza tra gli Usa e l’Europa, e per l’altro ha permesso di propugnare, su un altro versante, una serie di battaglie inoffensive come quelle sull’abolizione della pena di morte, sui diritti civili più controversi, sulla laicità dello stato, eccetera.
In Italia, questo tipo di tecnica sociale e politica, diffusasi dopo scomparsa dell’Unione Sovietica e conseguentemente del Partito Comunista Italiano, gode tuttora di larghissimo prestigio. Si pensi alla battaglie sull’abolizione della pena di morte (veri colpi di spillo per gli Stati Uniti), oppure all’accento posto sui diritti civili, eccetera. Il prestigio sociale di questa tecnica di “disorientamento” è così ampio, che destra e sinistra ormai si assomigliano come due gocce d’acqua. Come testimoniano i provvedimenti, presi a Firenze contro i lavavetri… Misure decisamente di destra, applicate invece dalla sinistra… Questo fenomeno potrebbe essere definito blairsarkozysmo . Una “prassi politica” che sul piano delle relazioni estere implica l'atlantismo assoluto. Un fatto, questo, da non dimenticare mai.
Ma il fenomeno indica anche due cose.
In primo luogo, l’incapacità di designare il nemico vero, che nel caso dei lavavetri rinvia ai processi di globalizzazione di un mano d’opera sempre più disperata; processi imposti dagli Stati Uniti che scorgono nell’Europa un prolungamento del proprio spazio politico-economico: una specie di “area di parcheggio" (temporanea), per un’immigrazione che altrimenti prenderebbe subito d’assalto gli Usa. E purtroppo, l’ incapacità europea di individuare il nemico nella globalizzazione “americana”, e perciò di erigersi a spazio economicamente e politicamente autocentrato, moltiplicherà negli anni a venire il numero degli immigrati clandestini. E questo a prescindere dalla severità degli eventuali provvedimenti blairsarkozysti attuati contro i lavavetri. Il problema è strutturale: nel senso che riguarda l'essenza del politico.
In secondo luogo, svela la natura profondamente ipocrita dell’intero dibattito politico, che ormai verte solo su questioni marginali, ad esempio di tipo fiscale e giuridico Si cerca, insomma, secondo un meccanismo politico e mediatico consolidato, di spostare l’attenzione dai grandi problemi, come i costi della globalizzazione americana (per alcuni di tipo imperiale), ai problemi marginali, come quelli dei lavavetri, giocando, a sinistra come a destra, sul malcontento della gente comune (che invece è un tipico fenomeno di folla: irrazionale…), oppure sulle gratificazioni di tipo consumistico e divistico.
Il che spiega perché i riflettori dei media restino sempre puntati sulla legge finanziaria, sui problemi fiscali, su Lady Diana, su Corona, sugli scandali politici, sui delitti, sul calcio, eccetera. Non solo non si vuole far pensare la gente, ma si cerca di non far capire ai cittadini che la politica, la grande politica, ha sempre necessità di un nemico. E che quindi l’Italia e l’Europa potranno ritrovare forza e coesione solo designando il nemico.
Quello vero. Iniziando intanto dal blairsarkozysmo

mercoledì, agosto 29, 2007

Lo scaffale delle riviste: “Pagine Libere”, Nuova serie, Anno 1, Numero 1, giugno 2007

“I Diecimila di Senofonte, dispersi per il mondo, solitari, ancora con negli occhi, nonostante tutto, la capacità di sognare, stanno aspettando che si compia la loro anabasi, che qualcuno li riporti a casa”. Con questa efficace metafora Giuliano Borghi, nel suo editoriale di apertura, designa in “Pagine Libere”, storica rivista nata nel 1906, e ora di nuovo in "pista", lo strumento culturale per un ideale “passaggio al mare” dei nuovi Diecimila. Vale a dire - fuor di metafora - di coloro che oggi scorgono nella generale osservanza alle chiese neoliberista e postsocialdemocratica un freno alla libera circolazione delle idee.
Un’impresa “non facile”, come rileva lo stesso Borghi, che ne è il nuovo direttore. Ma che deve essere affrontata per edificare - attenzione - “un sapere pratico […] capace di orientare unitariamente e concretamente le azioni degli uomini in quei campi nei quali davvero crescono ‘le cose degli uomini’ ”. Grazie all’ elaborazione di “nuove ‘immagini-guida’ della politica, dell’economia, dell’etica”, che sappiano però interpretare il nostro difficile tempo. Perciò Borghi, eccellente filosofo della politica, a differenza del Marx dell’Undicesima Tesi su Feuerbach, pare ritenga, e saggiamente, non spetti ai filosofi di trasformare il mondo facendo politica direttamente, ma solo di interpretarlo, fornendo "immagini-guida". Dalle quali, si spera possano attingere, ben più di diecimila lettori.
Va subito riconosciuto che già questo primo fascicolo, 8 dense pagine, formato tabloid, dalla carta e grafica eleganti, mantiene le sue promesse (e tradizioni) di non conformismo culturale. Al punto che, supponiamo, se fossero ancora tra noi i grandi direttori storici di “Pagine Libere”, da Angelo Oliviero Olivetti e Vito Panunzio fino all’indimenticabile Ivo Laghi, ne sarebbero veramente fieri. Anche perché “Pagine Libere” come nota l’ottimo Maurizio Messina, direttore responsabile della nuova serie, vuole continuare a lottare, come ha sempre fatto, “contro la dittatura di un destino economicista, contro l’egemonia asfissiante di un pensiero unico” e in particolare contro ogni “fondamentalismo mercantile”.
Il fascicolo si apre con un denso articolo di Tiberio Graziani (L’Europa, un vuoto geopolitico, p. 2). Seguono una ricca riflessione di Giano Accame (L’economia a due gambe, p. 3), e a pendant un acuto articolo di Ennio Di Giulio sulla sanità pubblica (… In corpore sano, p. 3 ). Notevole anche l’approfondimento di Giuliano Borghi (Cittadino sì, ma a pieno titolo , p. 4), dove il reddito di cittadinanza è visto come “dimensione politica fondamentale della modernità”. Nonché quello di Germanico Gallerani sul dono come forma di interazione antropologica e sociale (Le tre dimore dell’uomo, p. 4).
Tutta da leggere, perché in controtendenza rispetto alla scontata immagine del principe veicolata dai media più pettegoli, l’intervista a Emanuele Filiberto di Savoia (p. 5). Il quale, ben stimolato dal suo intervistatore, si addentra, e con competenza, nei non facili sentieri della filosofia politica: una vera sorpresa. Complimenti.
Non meno interessante l’ articolo di Pietro Carattoli (Transazioni con la vita, p. 6), dove si analizza la libertà umana dal punto di vista psico-sociale. Mentre Gian Franco Lami (“Americani Go Home!”… O no?, p. 6), ci ricorda, meditando sulle debolezze europee, che “ se come per incantamento gli ‘Americani’ scomparissero dalla scena mondiale”, il nuovo equilibrio sicuramente “non ci sarebbe maggiormente gradito”. Molto curiosa, infine, la rievocazione (Pinocchio a Salò, p. 7), curata da Renzo Santinon, di una versione particolarissima della favola di Collodi, intitolata Il viaggio di Pinocchio, apparsa nel 1944 a Venezia per i tipi delle Edizioni Erre, in piena Repubblica Sociale, a cura di Ciapo (pseudonimo di uno scrittore toscano, non meglio indentificato), e con illustrazioni di Fulvio Bianconi. Dove il burattino si trova di colpo proiettato, suo malgrado, nelle tumultuose vicende post-25 Luglio.
Seguono, a chiusura di fascicolo (pp. 7-8), materiali schmittiani (a cura di Antonio Caracciolo), di antropologia filosofica dello sport (a cura di Gimnicus) e, dulcis in fundo, poetici (versi di Archiloco, Alceo, Anacreonte e Simonide).
“Pagine Libere” ha scansione trimestrale ed è curata dal Dipartimento per l’Osservazione Scientifica delle Istituzioni Sociali ((D.O.S.I.S, acronimo che nel greco di Omero indica quell’ atto di offrire o donare che viene teorizzato, perciò non casualmente, in questo primo fascicolo). Costituitasi in Onlus, la rivista può essere richiesta in copia gratuita al seguente indirizzo redazionale: Via Gallese, 30 - 00189 Roma - borghigiuliano@virgilio.it - .
Ad majora! cari amici di “Pagine Libere”.

martedì, agosto 28, 2007

Marco D’Eramo, “il manifesto” e Sarkozy

Sul manifesto di domenica scorsa, Marco D’Eramo ha criticato la “sbandata” della sinistra italiana per Sarkozy. E in particolare quella delle “ nuove teste d’uovo” del Partito democratico.
D’Eramo pone due domande precise: perché certa sinistra si illude che Sarkozy persegua una politica “post-ideologica”? E soprattutto, perché, anche se per ora solo a parole, si propone di imitarlo? Tuttavia le sue risposte non convincono.
A suo avviso, infatti, la scelta filofrancese sarebbe sbagliata, dal momento che il clima in cui viviamo resta invece segnato da profonde divisioni ideologiche. Di qui la necessità, per una sinistra autentica, di arroccarsi sul confine destra-sinistra, E pertanto di non rincorrere il nascente mito del pragmatismo post-ideologico di Sarkozy, un politico, che in realtà, non sarebbe altro che l' alfiere del “perbenismo liberista”: l’unica ideologia oggi dominante. Davanti alla quale, secondo D’Eramo, tutti i politici indistintamente ( e istintivamente) tendono a inchinarsi.
Ora, l’idea che la sinistra debba comportarsi politicamente da sinistra e non scimmiottare la destra ha indubbiamente un qualche fondamento. Ma il vero punto del problema è che la sinistra italiana, quella rappresentata in Parlamento (riformista o meno), non ha più alcuna idea su cosa sia di sinistra e su cosa sia destra. Purtroppo, il post-ideologico cui fa riferimento D’Eramo è nei fatti . E non solo nei “cenacoli” riformisti frequentati da Rutelli e Veltroni.
Ad esempio, stando alle recenti polemiche, sembra addirittura che pagare le tasse sia diventato un comportamento di sinistra e non pagarle di destra… Insomma, quello che era e resta un dovere civico, è diventato per mancanza di idee un punto di discrimine politico...
Si dirà, la situazione italiana è particolare, e dunque anche la sinistra deve adeguarsi. Prendiamo allora il tema della precarizzazione del lavoro. Bene, su questo punto, a nostro avviso “epocale”, si imponeva un rigetto pieno e immediato, della legislazione in materia, da Treu a Biagi. E invece, dispiace dirlo, si continua a temporeggiare. Per non parlare, infine, dei cosiddetti “misteri d’Italia”, sui quali, la sinistra di governo, riformista o meno, ignorando l’antico precetto della verità come forza rivoluzionaria, si è ben guardata, una volta conquistato il Ministero degli Interno, di fare luce.
Il vero problema è che alla politica “incolore”, basata sulla melassa degli interessi, la sinistra dovrebbe rispondere scegliendo tra due possibilità: o ritornare al vecchio programma socialdemocratico di inizio Novecento, fondato sulla trasformazione democratica della società capitalistica in socialista, attraverso la conquista del consenso parlamentare; o puntare decisamente sull’opzione rivoluzionaria e leninista.
Una terza via, da sinistra, capace di mettere insieme capitalismo e socialismo ci sembra oggi politicamente improbabile, oltre che socialmente ed economicamente irrealizzabile. Quanto al destino del welfare state, alle cui rovine la sinistra neocomunista, ora al governo, e lo stesso manifesto sembrano essersi aggrappati, non si può non essere pessimisti. Anche a causa di quell’irresistibile offensiva neoliberista, di cui parla, e giustamente, D’Eramo.
Perciò il manifesto e i suoi editorialisti dovrebbero decidersi a parlare chiaro. Che senso ha citare fieramente il Marx del 18 Brumaio di Luigi Napoleone Bonaparte, come fa D’Eramo, per screditare Sarkozy quale eterna incarnazione della “borghesia reazionaria francese”, e poi in modo sommesso, invitare i lettori a sostenere il confusionismo politico, altrettanto reazionario, del governo Prodi.

lunedì, agosto 27, 2007

Gli affondi di Bossi e le chiacchiere sulla legalità democratica.

Gli affondi di Bossi, da ultimo quello di ieri (“I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili, ma per farlo c’è sempre un prima volta) sono sempre interessanti per due ragioni.
La prima, per le ipocrite reazioni che suscitano nei partiti “costituzionali”. La seconda, per la possibilità che offrono di capire la logica politica della Lega.
Veniamo al primo punto. Le periodiche reazioni dei partiti italiani (di maggioranza come di opposizione) al linguaggio di Bossi sono francamente penose. Perché rappresentano l’esito della peggiore retorica democratica. Quella che si tira fuori, quando gonfiare il petto, mettere la mano sul cuore e usare la parola patria, non costa politicamente nulla. Insomma, quel che è grave è che dopo vent’anni, non ci si chieda ancora il vero perché del successo politico di Bossi; non ci si interroghi seriamente sull’effettivo carico fiscale che grava sulle spalle di chi vive nel Nord italiano. E soprattutto si continui a non far nulla, a destra come a sinistra, per diminuire sostanzialmente la pressione fiscale in tutta Italia. Combattere l’evasione è giusto. Ma a breve e medio termine non è sufficiente. Il che spiega, di riflesso, il perdurante successo di Bossi, ma anche certa esasperazione nei toni del suo linguaggio, nonché la diffusa disaffezione “verso Roma”, che segna la vita sociale nella “Padania”. Basta infatti visitare, anche per poche ore, città come Varese, Bergamo, Vicenza, Verona per scoprire l’umor (nero) della gente comune. Alla quale parole come “patria italiana” non sono oggi tra le più gradite… Ma la politica “di Roma” - come direbbe Bossi - invece di prenderne atto prosegue a far finta di niente.
Secondo punto. La Lega ha conservato una logica di movimento, molto aggressiva. In certo senso come Rifondazione Comunista. Tuttavia, mentre la sinistra (già) leninista è passata per il terrorismo, e perciò, volente o nolente, ha imparato a moderare i toni, non si è registrato, almeno fino ad oggi, alcun organico “terrorismo leghista”(a parte il famigerato episodio di piazza San Marco, represso, a suo tempo, con un rigore inusitato). Di qui, la mancata presa di distanza da parte di Bossi e dei suoi, da un fenomeno come la “lotta armata”. Pertanto le sue minacce non vanno prese sottogamba, come non andavano sminuite quelle della sinistra rivoluzionaria negli anni Settanta. Ma in che modo? Certo, non ricorrendo a un ipocrita purismo democratico alla Mastella e alla Veltroni o alle misure preventive di polizia. Ma, sociologicamente, con interventi di politica fiscale e sulla qualità dei servizi sociali e pubblici, a cominciare dalla sicurezza. Per un vicentino la patria è pagare le giuste tasse, lavorare, fruire di efficienti servizi sociali e soprattutto non essere aggredito nottetempo.
Hobbes ha insegnato che i governi si reggono sullo scambio protezione-obbedienza. E, di conseguenza, un governo insaziabile ma incapace di proteggere i cittadini finisce sempre per non essere obbedito.
Sono questi i veri temi di riflessione da affrontare quando si discute della Lega, e non le consuete chiacchiere sulla legalità democratica, di chi ad esempio a Roma in pieno centro cittadino ( e figurarsi nei villini isolati del Nord...), non è in grado di garantire alle persone perbene come Tornatore, o ad altri comuni cittadini, di rientrare a casa incolumi.

venerdì, agosto 24, 2007

Conversioni. Geminello Alvi e la “demagogia della rendita”

Credevamo che Geminello Alvi fosse un accanito nemico della rendita, soprattutto quella finanziaria. Di qui il nostro stupore nello scoprire, leggendo il suo editoriale di ieri sul Giornale (“La demagogia della rendita”), di una sua improvvisa conversione sulla via, non di Damasco, ma G. Negri (strada milanese dove è ubicata la redazione del Giornale).
Nell’articolo Alvi mostra di reputare ancora necessaria la riduzione del debito pubblico, ma non spiega come. Certo, in quattro-cinquemila battute non si può dire tutto… Ma scrive pure di ritenere inutile la tassazione delle rendite nel bel mezzo di una crisi finanziaria. Quando si dice le coincidenze…
Inoltre critica - e giustamente - la demagogia fiscale della sinistra rifondazionista. Tuttavia, per avvalorare la sua tesi, si appella al fatto che un provvedimento del genere colpirebbe le famiglie dei lavoratori dipendenti, “visto che sono anzitutto [queste famiglie] a preferire i titoli di stato nei loro risparmi”. E qui, come dicevano i nostri nonni, “casca l’asino”, perché evidentemente l’aria che Alvi respira al Giornale non giova alla serenità di pensiero. Diciamo, che si è messo a “geronimeggiare” pure lui (dallo pseudonimo Geronimo, alias il democristiano Cirino Pomicino, firma storica del Giornale post-montanelliano). Il che ci dispiace.
Ma per quale ragione geronimeggia? Perché quel che dice, per usare la terminologia logico-economica di Giuseppe Palomba, è al tempo stesso né non vero né non falso. Si tratta della logica NECNON. Nel senso che l’assunzione (i risparmi in bot sono detenuti dalle famiglie dei lavoratori dipendenti), non è non vera, perché corrisponde alla realtà, ma al tempo non è non falsa, perché equivoca, dal momento che quei titoli sono detenuti da un numero irrisorio di famiglie. Perciò quel che sostiene Alvi, non è in grado di far comprendere la verità effettive delle cose.
Ci spieghiamo meglio
Basta sfogliare un aureo volumetto (Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio, La ricchezza degli italiani, Il Mulino 2006) per scoprire, che per quel che riguarda i soli titoli pubblici (Bot e Cct), le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, ne possiedono complessivamente soltanto il 10%. Mentre, la restante parte, è nelle mani delle famiglie più abbienti, delle imprese e delle istituzioni finanziarie. Inoltre - sintetizziamo - emerge che ben il 55% dei titoli finanziari è posseduto dal 10% delle famiglie più ricche, che in media hanno un patrimonio netto superiore al milione di euro, mentre il 50% delle famiglie italiane possiede appena il 12% della ricchezza finanziaria totale.
In conclusione, al contrario di quel che sostiene Alvi, l’introduzione dell’aliquota del 20 per cento avrebbe un discreto valore redistributivo. Perché andrebbe a colpire quell’economia della rendita, goduta da un capitalismo parassita, dal lui così lucidamente combattuto.
Ma a quanto pare, in passato.

giovedì, agosto 23, 2007

Il libro della settimana: Federico Caffè, Scritti quotidiani , il manifesto-manifestolibri, Roma 2007, pp. 158, euro 7,90.

Federico Caffè (1914-1987) è un economista che merita ancora di essere letto. Ma non per trasformarlo in una specie di icona al servizio di certo vago riformismo postdiessino. Ma come un attento studioso dei sistemi di welfare, o come si diceva negli anni Cinquanta e Sessanta, delle economie del benessere. Ma non solo: uno dei suoi meriti principali resta quello di aver introdotto nelle teoria keynesiana elementi solidaristici, legati a una visione personalista degli attori economici (soprattutto i più deboli), estranea alla tradizione utilitarista anglosassone, anche nella versione, riveduta e corretta, di Keynes.
Caffè credeva nella dignità dell’individuo e nella necessità della sua elevazione spirituale. E assegnava questa missione al welfare state, da lui giudicato una conquista irreversibile. Il suo riformismo, perciò non prescindeva dalla difesa dei diritti sociali. Diritti, invece, oggi molto criticati dai “riformismi” di moda. Il che spiega l’importanza di rileggere questa raccolta di Scritti quotidiani (il manifesto-manifestolibri, Roma 2007, pp. 158, euro 7,90), in origine apparsi sul manifesto tra il 1976 e il 1985. Il testo è curato da Roberta Carlini e si avvale di una densa prefazione di Pierluigi Ciocca, nonché di due suggestivi ricordi di Valentino Parlato e Galapagos.
La parte, come dire, di grana grossa, è costituita dalla critica al neoliberismo. Ma qui e là affiorano anche le sue critiche, piuttosto dure, al corporativismo sindacale e agli sprechi pubblici. Mentre quella di grana sottile, per palati fini, è rappresentata dal dialogo teorico con economisti come Keynes e la Robinson, solo per citarne alcuni.
Ricordiamo qui solo un punto di particolare interesse. La sua fiducia nella possibilità di “ammaestrare il conflitto sociale”. Caffè rifiuta l’ipotesi corporativa ma apprezza invece quella neocorporativa. Costruita però, non sul verticismo, ma sulle “autolimitazioni” e sulle convenzioni, quali autentici frutti di un riformismo maturo e intelligente. E in questo ricorda Commons, padre dell’istituzionalismo economico e democratico, non solo nordamericano. Secondo Caffè “nella teoria economica e in politica economica il conflitto può essere guidato, nel senso di essere assoggettato a leggi e istituzioni preesistenti e non inventate sul momento” (p. 144).
Si tratta di una tesi a dir poco eretica. E soprattutto seria. Principalmente alla luce di quel che sta accadendo oggi in Italia, dove le liberalizzazioni “selvagge” vengono presentate da un governo di centrosinistra come “ le riforme”. Mentre sarebbe interessante riflettere sulla lezione neocorporativa di Caffè. E dovrebbe meditarvi soprattutto quella sinistra “riformista” che accetta un neoliberismo, capace invece di teorizzare solo il conflitto sociale a tutto campo.
Resta però un punto debole. Da buon illuminista, Caffè non scorge la poco virtuosa complementarità tra welfare e sviluppo capitalistico. In realtà, l’intervento pubblico (anche in termini di estensione dei diritti sociali), funge simultaneamente da compimento e contrappeso alla logica della mano invisibile del Mercato. Ora, Caffè ne vede solo il lato positivo, quello di un benessere gradualmente esteso a tutti, grazie alla mano visibile dello Stato. Ma non quello negativo, dal momento che la logica della mano invisibile capitalistica implica anche una costante espansione produttiva, che a sua volta rinvia, al predominio di un’asfissiante immaginario consumistico e al gigantesco saccheggio delle risorse umane e ambientali del nostro pianeta.
In questo senso la sua opera resta all’interno di una logica tipo capitalistico. Il che però - ripetiamo - non significa che non vada letta. Magari ce ne fossero ancora oggi di autentici riformisti come Federico Caffè. Un professore, come nota Ciocca, che “scelse di scrivere sul manifesto e non sul Corriere della Sera “ (p.11).
Il che vale più di tante parole.

mercoledì, agosto 22, 2007

(Meta)political comics: Chávez e Cacciari. Quando anche per i filosofi arriva l'età della pensione

Che bei tempi quando un Cacciari cogitabondo si interrogava, tra uno spritz e l'altro, sul declino dell’Occidente, passandosi la mano ossuta tra le ispide chiome. In quegli anni era di casa nella romana Campo di Fiori. E faceva il bravo compagno "onorevole" che aveva studiato…
Ora invece si divide, come un impiegato qualunque, tra gli incarichi di sindaco, di docente presso un’università milanese che sforna “consulenti filosofici”. E, dulcis in fundo, ( a lui le citazioni in latino piacciono tanto) di intervistato a gettone, sui temi più disparati: dall’uso pannolini per signore alla teologia di Benedetto XVI. E ieri è toccato a Chávez.
Ma prima i fatti. Il Corriere della Sera, che in Italia attacca il Berlusca ma all’estero difende le oligarchie venezuelane, ieri ha dedicato una-pagina-una a una questione fondamentale per la libertà del popolo venezuelano: l’introduzione della mezz’ora legale. Chávez, che per il Corrierone è la fotocopia di Castro, sarebbe reo di aver ordinato ai suoi concittadini di mettere indietro di mezz’ora le lancette degli orologi. Per farli lavorare di più.
Un inciso: lavorare di più. Ma non è quello che sognano per gli italiani i professori del Corriere della Sera? Vabbé, lasciamo stare… E poi pensate: che cosa sono le purghe di Stalin rispetto alla tremenda decisione di Chávez…
E così, puntuale come la denuncia dei redditi, è arrivata l’intervista a Cacciari. Il quale toccando vertici mai raggiunti dal pensiero politico occidentale, se ne è uscito con “il potere punta da sempre al dominio del tempo” E che nel caso del Venezuela si tratta di “ una semplice iniziativa propagandistica … che conferma quanto fragile sia la democrazia di Caracas”. Aggiungendo però, all’insegna del carta che vince-carta che perde-dov’è il rosso- eccolo qua- signori puntate, che “il potere da solo può intervenire su chronos …non su su aión”.
Ma quanto è bravo! E quanto è furbo… Così accontenta il Corrierone, assetato della sua razione quotidiana di sangue brûlé cháveziano, e poi la butta in "caciara", come direbbero a Roma, per salvarsi le chiappe filosofiche.
Declino dell’Occidente? Forse. Declino di Cacciari? Sicuramente. Che volete, anche per i filosofi arriva l’età della pensione. Pardon degli “scaloni”.

martedì, agosto 21, 2007

Oltre il Cardinal Bertone: tasse e modello di sviluppo capitalistico

Il rumore intorno al caso di Valentino Rossi e il recente intervento del Cardinal Bertone sul dovere del cittadino di "pagare le tasse", accolto positivamente a sinistra, indicano come per il governo Prodi e la stessa Chiesa Cattolica la questione fiscale sia diventata centrale. Ma potrebbe non bastare. E spieghiamo perché.
Il “pagamento delle tasse” non è questione puramente economica. Senza voler andare troppo in là, basta sfogliare un qualsiasi manuale di storia moderna per scoprire come tra le cause della Prima Rivoluzione Inglese e di quella Francese, vi fossero questioni fiscali.
In realtà, si tratta una di questione che nel Novecento, con lo sviluppo della democrazia e con la costruzione del Welfare, ha assunto dimensioni imponenti. Semplificando: nel secolo scorso il “pagare le tasse”, da obbligo del suddito verso il sovrano si è trasformato in dovere di cittadinanza. Di qui però la necessità, tuttora viva, di godere da parte delle autorità politiche di un esteso consenso sociale. Ma come garantirlo? Ecco il punto.
In prima battuta, si è puntato sul Welfare, soprattutto nei paesi dell’Europa Occidentale. Trasformando il “pagamento delle tasse” in un elemento di scambio: più tasse più sicurezza sociale per tutti.
In seconda battuta, come di solito capita nei fenomeni sociali basati sulla reiterazione, nel tempo l’elemento di scambio, come fattore ideologico fiduciario, si è appannato. Ed è rimasta soltanto la crescente pressione fiscale. E ciò a prescindere dalla qualità dei servizi sociali forniti.
Su questo elemento reiterativo, oggi sorretto solo da un principio ideologico di autorità (“ le tasse vanno pagate, punto e basta”), influisce anche un processo disgregativo della coesione sociale, legato a valori e comportamenti di tipo individualistico, indotti necessariamente dal modello di sviluppo capitalistico.
Ora, la contraddizione fiscale ( e sistemica) è proprio questa: il sistema capitalistico per crescere ha bisogno, come dire, di forti dosi di individualismo, e dunque di alti consumi, ma al tempo stesso per garantirsi il consenso sociale ha necessità, in pari misura, del collettivismo democratico, rappresentato dalla diffusione della cittadinanza welfarista. Questa contraddizione, per ora, ha generato l’individualismo protetto: i singoli pretendono il massimo della protezione sociale individuale, ma al tempo stesso non vogliono pagarne i costi (fiscali). Ovviamente, ogni nazione ha interpretato (e interpreta) questo principio, secondo le proprie tradizioni, costumi e strutture di welfare.
Pertanto l’evasore fiscale ragiona, diciamo così, da “individualista protetto”.
Di conseguenza, se è il sistema economico e sociale a produrre (e riprodurre) questa figura, come sarà possibile combattere l’evasione? Intensificando i controlli? Certo, ma tenendo presente che la riproduzione sociale della figura dell’ ”individualista protetto” viaggia a velocità superiore rispetto a quella osservata anche dai più attenti controlli amministrativi. Oppure tornando a invocare il valore collettivo della “coesione welfarista di cittadinanza”? Ma come riuscirvi in una società che premia l’individualismo, smantella lo stato sociale e mette i giovani contro gli anziani?

lunedì, agosto 20, 2007

La crisi borsistica, il futuro del capitalismo, e il pericolo neofascista

Una buona notizia (ma per alcuni cattiva): la crisi borsistica innescata ancora una volta da titoli spazzatura (titoli legati all’andamento dei mutui immobiliari americani), probabilmente non è la crisi finale, quella sistemica. Per una serie di ragioni, che qui spiegheremo.
Ma prima va fatta una premessa.
La grande lezione della crisi del 1929 (e della successiva "grande depressione"), di cui le élite dirigenti capitalistiche hanno fatto tesoro è quella della necessità dell’intervento pubblico per evitare il “crollo finale” e far ripartire il capitalismo. In che modo? Manovrando i tassi e garantendo, con iniezioni di denaro fresco, la credibilità del mercato finanziario e la solvibilità del sistema bancario. E soprattutto combattendo la disoccupazione di massa, attraverso politiche di lavori pubblici.
Ora, come si è visto in questo borsisticamente caldo mese di agosto, le Banche Centrali sono intervenute (e interverranno), in vario modo, per evitare i fallimenti a catena. E quindi per impedire che la crisi possa trasferirisi dal piano finanziario a quello dell’occupazione.
Insomma, la forza del capitalismo post-1929 è aver capito che il mercato, soprattutto quello finanziario, non può essere mai abbandonato a se stesso. La speculazione può fare il suo corso, anzi deve, dal momento che ogni tipo mercato capitalistico per essere redditizio ha bisogno di alti e bassi ( e più sono frequenti più alti sono i profitti; di qui pure l'inutilità di tutte chiacchiere sulla "moralizzazione" dei mercati). Il che però significa che la politica deve essere sempre pronta a intervenire, indossando le vesti del pagatore ( o "salvatore") in ultima istanza, attraverso le Banche centrali . E fin quando la politica (che ha il suo bel tornaconto) continuerà a intervenire il sistema economico capitalistico, difficilmente crollerà.
Ovviamente, esiste un problema legato ai tempi dell’intervento. Più la politica attende, più cresce il pericolo che una crisi da borsistica possa estendersi ad altri settori. Ma va anche ricordato un altro aspetto fondamentale: quello della forza finanziaria ( o economica, se si preferisce) degli speculatori. I quali, tuttavia, mirano sempre a rivolgimenti (e guadagni) interni, e mai alla fine del sistema in sé. Si specula per far diminuire i prezzi, fare incetta di titoli, magari eliminare qualche avversario pericoloso, in attesa della loro risalita. E così via.
Si tratta di un questione ben conosciuta dalle Banche centrali, e dunque dalla politica. La quale, come in un gioco delle parti, sa benissimo, che a un certo punto la speculazione tende a fermarsi, ovviamente, non prima che abbia avuto la sua "libbra di carne". E quest’ ultimo aspetto, dipende dalla forza economica dei soggetti che speculano. Perciò la sfida attuale è tra il potere economico degli speculatori e quello delle Banche centrali (e dunque della politica, che di fatto continua a governarle). Diciamo, che entrambe queste due forze, sono però perfettamente al corrente, che dopo il 1929, oltre una certa soglia, la crisi speculativa, può innescare una crisi sistemica. Di qui, ripetiamo, il gioco delle parti… Dove a perdere, come nell’attuale crisi, sono solo i piccoli risparmiatori.
Certo, quando si giocherella, con una pistola carica, un colpo può anche sfuggire... E perciò, in linea di principio, il rischio di un allargamento della crisi non può essere escluso del tutto. Ma ripetiamo: gli interessi (e i costi) sono così forti e collegati tra i “giocatori”, al punto da coinvolgere Cina, Russia, Europa e Stati Uniti, che, se ci passa la battuta, i vari attori economici e politici, non possono sentirsela di uccidere la gallina (almeno per loro) dalle uova d’oro: il capitalismo. Rischiando tra l’altro conflitti armati (specie tra Russia e Cina da una parte e Occidente dall’altro), e sicuri sommovimenti sociali interni. Conflitti che andrebbero ad aggiungersi a quello in atto, con il mondo islamico.
Attualmente nell’immaginario politico, soprattutto dell’Occidente, è ancora forte il ricordo della grande crisi innescata dalla guerra del 1914, sfociata nei cataclismi economici, ideologici e sociali degli anni Trenta. Oggi, ufficialmente si combatte l’Islam, ma il nemico più temuto è il ritorno, non tanto del comunismo “reale” o “irreale”, quanto di una qualche forma di nazionalismo neofascista. Non per niente si è coniato il termine di “fascismo islamico”…
In conclusione, la lezione del 1929 e la paura di un nuovo fascismo tengono in piedi il capitalismo. Oltre, naturalmente, alla "libbra di carne", di cui sopra.
Di qui il nostro scetticismo, su una sua caduta a breve termine.