Buone vacanze!
*********Senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica"**********
martedì, giugno 26, 2012
lunedì, giugno 25, 2012
Dispiace dirlo ma Prima Pagina, rassegna stampa di Radio 3, è in realtà la mattutina rassegna dei peggiori vizi del giornalismo italiano: faziosità ( e non importa se di destra o sinistra ) e strizzatine d’occhio o velenosi silenzi verso colleghi e politici in base alle egocentriche convenienze del conduttore settimanale. Insomma, un brutto spettacolo all'insegna della citazione mirata, ovviamente quasi sempre a servizio del familismo individuale e in subordine di cordata. Certo, per accorgersi e comprendere il senso riposto dei messaggi cifrati si deve essere addetti ai lavori e quindi (ri-)conoscere personaggi, testi recitati e principalmente i sottotesti… E qui giunge a proposito il post di oggi scritto da Roberto Buffagni (*), il quale pur non essendo giornalista, di teatro (soprattutto se "esistenziale") e storia patria un pochino se ne intende. Buona lettura. (C.G.)
L’ Italia® di Roberto Buffagni vs la Ruritalia di Alessandro Campi
di Roberto Buffagni
In questi giorni sto lavorando in teatro, e osservo i consueti orari di lavoro teatrali. Insomma, si comincia nel primo pomeriggio e si finisce verso le dieci di sera. Tra cena e chiacchiere, finisco per andare a letto tardi, ma per inveterata e paradossale abitudine continuo a svegliarmi alle prime luci. Faccio toilette, mi vesto, esco per le strade ancora deserte alla ricerca di un bar aperto, tiro in lungo la colazione e la lettura dei giornali, passeggio un po’, poi mi arrendo e rientro. Guardo l’orologio. Mancano sette ore alle due del pomeriggio, orario d’inizio delle prove. Pensando che nell’afosa controra, invece di schiacciare un pisolino con l’aria condizionata al massimo, mi toccherà di lavorare in una soffocante sala prove, sento montare una generica irritazione erga omnes: lo stato d’animo più appropriato per interessarsi alla cronaca politica italiana. Dunque accendo la radio per seguire Prima Pagina, la rassegna stampa di Radiotre, e di tanto in tanto, per ammazzare il tempo e sfogare un po’ il nervosismo, telefono alla redazione per intervenire.
La scorsa settimana, a condurre Prima Pagina c’era Alessandro Campi, politologo, docente universitario, editorialista del “Mattino”, già ai vertici della Fondazione culturale di Gianfranco Fini. Mio malgrado, mi aveva fatto una buona impressione. Dico mio malgrado, perché nello stato d’animo in cui ascoltavo la trasmissione avrei preferito poter inveire contro un conduttore sciocco e/o fazioso, tipo il Gianni Barbacetto che aveva preceduto Campi, un personaggio ideale per fantasiose variazioni sui temi “Povera Italia” e “Cortigiani vil razza dannata”. Invece Campi si dimostrava preparato, equilibrato, sintetico, anche abbastanza eloquente se si esclude il suo curioso vezzo di ripetere le ultime parole di quasi tutte le frasi. Quanto alle sue posizioni politiche, di una destra seria, moderata, democratica, prezzolin-weberiana, patriottica ma correttamente incravattata e liberale, di primo acchito le trovavo persuasive, condivisibili, persino encomiabili; poi, resomi conto che da esse ogni riferimento alla presente realtà politica e sociale italiana era scrupolosamente espunto, e sostituito dalla presupposta esistenza di un dignitoso paese anglo-europeo non meno immaginario dei Granducati delle operette Belle Époque, le avevo apprezzate per la loro impeccabile coerenza drammaturgica. Chi non ricorda la proverbiale Ruritania del britannico Anthony Hope, autore de Il prigioniero di Zenda, da cui furono tratte operette, commedie musicali, film? Bene, accettata la convenzione che l’azione si svolge in una immaginaria Ruritalia, lo spettatore di buon gusto sospende l’incredulità e non può fare a meno di condividere le valutazioni di Campi.
Venerdì scorso il tema centrale della rassegna stampa era la vicenda della trattativa Stato-Mafia, con le relative intercettazioni telefoniche di Nicola Mancino ex Ministro dell’Interno, Loris D’Ambrosio consulente giuridico della Presidenza della Repubblica, e del Presidente Napolitano. Come tutti sanno, alcuni giornali e commentatori, soprattutto Marco Travaglio su “Il fatto quotidiano”, accusano la Presidenza della Repubblica di avere esercitato pressioni sui magistrati che conducono le inchieste per evitare coinvolgimenti di importanti uomini politici; altri giornali e altri commentatori sostengono che a) non è vero che la Presidenza della Repubblica abbia esercitato le dette pressioni b) in ogni caso, accusare la più alta figura istituzionale italiana è in generale e sempre atto gravemente irresponsabile, ma ancor più e peggio in questo difficile momento di crisi economica e politica. Campi dà correttamente conto di entrambe le posizioni ma propende per la seconda, l’unica compatibile con la sua Ruritalia. Detto altrimenti: con la sua Italia, manierato Granducato da operetta.
Cogliendo al volo l’occasione di polemizzare, telefono a Campi per dire la mia. Me lo passano. Purtroppo, sia per i lacci e laccioli delle buone maniere, sia perché professionalmente traviato dalla convenzione drammaturgica stabilita da Campi (Ruritalia = serietà, moderazione, rispetto delle forme), invece di lanciarmi in una invettiva liberatoria contro Giorgio Napolitano espongo pacatamente la seguente opinione: “Fondate o no che siano le critiche a Napolitano per la vicenda in questione, il punto è questo. Finché la Presidenza della Repubblica rimane, come da dettato costituzionale, una figura di garanzia istituzionale al di sopra delle parti, è giusto combattere e zittire chiunque le rivolga accuse politiche, perché si rende colpevole, per così dire, di lesa maestà dello Stato. Ma se il Presidente della Repubblica si fa attore politico di primo piano, come Giorgio Napolitano quando insediò il governo Monti senza indire nuove elezioni e, ancor più, quando si volle regista della nostra partecipazione alla guerra contro la Libia, paese con il quale egli stesso aveva stipulato, appena due anni prima, un solenne trattato di amicizia; allora, il Presidente della Repubblica deve accettare le conseguenze del nuovo ruolo da lui scelto, ed esporsi alla critica politica, anche la più grave e severa.”
Nella sua replica Campi, che, più esperto del dibattito pubblico, ha più presenza di spirito, e soprattutto la Ruritalia l’ha inventata lui, mi frega subito, e mi ribatte che, “Certo, tutti hanno diritto di criticare il Presidente della Repubblica, ci mancherebbe: ma queste non sono critiche, sono accuse vere e proprie, e di una gravità eccezionale, che mette a rischio il tessuto istituzionale, etc.” E via che si volta pagina.
Trenta secondi per illuminare finalmente il popolo italiano, e li ho vanamente sciupati! Vorrà dire che ripiegherò su questa tribuna che Carlo Gambescia mi mette generosamente a disposizione, e dirò la mia per iscritto, così a) sono più bravo di Campi; b) nessuno mi può chiudere il microfono, al massimo smette di leggere; c) la convenzione drammaturgica e l’ambientazione della vicenda la scelgo io, e scelgo l’Italia di R. Buffagni + 59 milioni e rotti di italiani, non l’immaginaria e compunta Ruritalia di A. Campi. Per evitare incresciose controversie sui diritti d’autore, contestualmente registro e deposito il marchio Italia®.
Ora, nel merito della questione la mia è questa. Napolitano ha fatto, direttamente e indirettamente, pressione sui giudici per salvare il suo collega Mancino e soprattutto il ceto politico del quale lui e Mancino sono esponenti di primo piano? Ma certo che sì. In Italia®, non mi risulta che sia ufficio o anche solo abitudine del Presidente della Repubblica telefonare a singoli magistrati con cadenza settimanale, mensile, settennale: dunque, se Napolitano chiama dei magistrati coinvolti in una delicatissima inchiesta politica, anche qualora si limitasse a chiedergli che tempo fa da quelle parti, come è andata la pagella dei figli e cosa ha preparato di buono per il pranzo la loro signora, eserciterebbe una pesante, diretta, inequivocabile pressione su chiunque, tra di loro, non ignori beatamente come va il mondo. (Certo, in Ruritalia il Presidente della Repubblica presiede anche il Consiglio Superiore della Magistratura, e dunque se telefona ai magistrati non fa che comportarsi da padre premuroso, al massimo un po’ troppo apprensivo).
Sulla trattativa Stato-Mafia, poi, in Italia® si pensa, generalmente, quanto segue. Senza bisogno di ripescare dai libri di storia del liceo Giovanni Giolitti e i suoi sistematici accordi con i capobastone per garantirsi le necessarie maggioranze elettorali in Meridione, che indussero Gaetano Salvemini a definirlo plasticamente “ministro della malavita”, basterà ricordare la vicenda di Ciro Cirillo, assessore ai lavori pubblici della regione Campania che nel 1989 fu rapito dalle Brigate Rosse e liberato, dietro versamento di un cospicuo riscatto, grazie alla mediazione determinante della Nuova Camorra Organizzata di don Raffaele Cutolo; e confrontare la vicenda con le dichiarazioni plutarchiane divinizzanti la ragion di Stato rilasciate da quasi tutto il ceto politico italiano in occasione del rapimento di Aldo Moro. Dunque, in Italia® R. Buffagni e gli altri italiani non trasecolerebbero, qualora venisse provata anche in sede giudiziaria una trattativa Stato- Mafia, condotta allo scopo di salvare il posto e/o la pelle a politici di rilevante importanza per il corretto funzionamento del backstage politico-economico italiano, l’unico che conti davvero in Italia®; o meglio, essi trasecolerebbero soltanto per l’eventuale, inaudito sfociare in una sentenza di condanna giuridicamente ineccepibile di un siffatto procedimento giudiziario. (In Ruritalia, invece, a quanto disse ai radioascoltatori di Prima Pagina di sabato 23 giugno 2012 il suo inventore Campi, se un alto magistrato, intervistato da un giornalista, nega in toni ultimativi di avere ricevuto pressioni di sorta dal Presidente Napolitano, è facile, naturale, ragionevole e doveroso credergli subito senza il minimo dubbio o retropensiero).
Quanto poi alla questione più complessa e teoreticamente meno univoca, se sia giusto o meno in sé e per sé rivolgere pubbliche accuse infamanti a chi rivesta la più alta carica istituzionale dello Stato, in Italia® la si pensa in maniere diverse. Una minoranza propende decisamente per il Fiat justitia et pereat mundus. Usualmente, costoro si dividono nelle seguenti categorie: a) minori di anni 18; b) nemici politici accaniti dell’accusato. Un’altra minoranza propende per difenderlo a oltranza, ma all’analista essa non propone enigmi politici, morali o psicologici, essendo formata esclusivamente da coloro che rischiano di essere trascinati nella sua caduta. Un’altra minoranza, più consistente e altrettanto poco enigmatica, propende per difenderlo finché sia possibile farlo senza rischiare in proprio. Una maggioranza o zona grigia è incerta, perché da un canto ha paura del caos che potrebbe conseguire alla Endlösung morale di tutte, tuttissime le autorità politiche e istituzionali italiane; dall’altro, confusamente sente che se si può stendere il mantello di Noè sulle vergogne di un ceto politico del quale, nel complesso, ci si fida, diventa invece politicamente autolesionista e psichicamente devastante passare sopra alle infamie di un sistema esageratamente marcio, irriformabile, impotente e maligno insieme. ( nella Ruritalia di Campi, invece la convenzione drammaturgica esige che l’Italia® non esista, e dunque il problema non si pone).
Personalmente, la penso così. L’educazione cattolica mi ha vaccinato contro il moralismo. In Vaticano si è visto, si vede e si vedrà di peggio, e non per questo i Vangeli sono falsi, Dio non esiste, e tutti i preti sono pedofili imbroglioni. Ciò premesso, l’Italia® è interamente sita nell’aldiquà. Secondo il mio personale avviso, Giorgio Napolitano è direttamente e coscientemente responsabile di atti politicamente e moralmente ben più gravi di un insabbiamento. Dico Monti, dico Libia, e per me basta e avanza. Non sono un giurista, non so se Monti e Libia configurino anche fattispecie di reati, e francamente non me ne importa un gran che. Ricordo che sia l’operazione Monti, sia l’operazione Libia, hanno richiesto vaste campagne di manipolazione mediatica dell’opinione pubblica nelle quali s’è fatto larghissimo abuso di intercettazioni telefoniche, inchieste giudiziarie, e concetti giuridico-filosofici quali i “diritti umani”. Bene. Non so nell'immaginaria Ruritalia del professor Campi, ma qui in Italia® abbiamo un proverbio: “chi la fa, l’aspetti.”
Roberto Buffagni
(*) Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...
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venerdì, giugno 22, 2012
Riforma della moneta? Per andare dove?
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Ogni volta che la crisi economica incalza, si riaffaccia il mito della riforma monetaria: l'intuizione non è nostra ma di Keynes (Teoria generale) che di crisi se ne intendeva... Insomma, appena il capitalismo sembra andare in tilt gli economisti dilettanti - una corte dei miracoli oggi attivissima sul Web - iniziano a "vendere" sogni a occhi aperti. Per dirla con Joseph Conrad (e due...), autorità in materia (di sogni, anzi incubi...), « i sognatori» all’improvviso presi dal «bisogno di agire (…) abbassano la testa e si precipitano contro i muri con quella serietà sconcertante che può dare soltanto un’immaginazione disordinata» (Vittoria).
Definizione perfetta. E di quella volontà autodistruttiva che sembra animare, e da sempre, alcuni uomini, particolarmente sensibili al pericoloso fascino del Fiat justitia et pereat mundus. Cerchiamo allora di essere costruttivi: che cos’ è la moneta? Dal punto di vista economico è unità di misura, mezzo di scambio, di conservazione e trasmissione dei valori (misurati) nel tempo e nello spazio. Da quello sociologico è uno strumento, tra i tanti, di potere sociale e politico. Ossia è un’unità di misura, scambio, conservazione e trasmissione del potere sociale e politico.
Definizione perfetta. E di quella volontà autodistruttiva che sembra animare, e da sempre, alcuni uomini, particolarmente sensibili al pericoloso fascino del Fiat justitia et pereat mundus. Cerchiamo allora di essere costruttivi: che cos’ è la moneta? Dal punto di vista economico è unità di misura, mezzo di scambio, di conservazione e trasmissione dei valori (misurati) nel tempo e nello spazio. Da quello sociologico è uno strumento, tra i tanti, di potere sociale e politico. Ossia è un’unità di misura, scambio, conservazione e trasmissione del potere sociale e politico.
Quando perciò si parla di riforma della moneta la questione non va affrontata solo sotto l’aspetto economico. E per una semplice ragione: qualsiasi riforma anche quella teoricamente perfetta (ammesso che esista), implica una riforma del potere sociale e politico. Non esistono riforme monetarie socialmente e politicamente “neutrali”. E di conseguenza indolori, come invece cinguettano alcuni dottor Dulcamara del web. Fermo restando che il potere sociale e politico, anche dopo la riforma monetaria più radicale, tenderà per regolarità metapolitica a riformarsi, puntando su altre unità di misura, mezzi di scambio, eccetera.
Si pensi, per restare all'oggi, a come sia difficile comporre il conflitto tra monetaristi e keynesiani. E parliamo di una “guerricciola” interna al sistema economico esistente che concerne non tanto la riforma qualitativa della moneta quanto il suo controllo quantitativo. Ora, se il solo diminuire (monetaristi) o far crescere (keynesiani) l’indebitamento dello stato implica politiche economiche e fiscali capaci di provocare mutamenti redistributivi del potere sociale politico e quindi in certa misura conflitti sociali e politici, figurarsi quel che potrebbe causare il tentativo di introdurre una radicale riforma della moneta in chiave qualitativa. Altro che "guerricciola"...
Perciò il vero problema non è di tipo teorico: non concerne la possibilità concettuale di rinunciare a una o più funzioni economiche della moneta, bensì riguarda la necessità di interrogarsi preventivamente e onestamente sull’ attuale composizione e redistribuzione del potere sociale e politico, certamente imperfetta ma migliore di altre epoche storiche. Ecco il dato reale da cui partire. E non l' ipotetica società del non-denaro, del quasi-denaro, del denaro-non-denaro e altre fumisterie del genere. Perché creare false aspettative e disprezzo per la realtà che ci circonda, così faticosamente costruita, evocando società oniriche? Occorre invece senso della realtà, capacità di restare a guardia dei fatti: l'intellettuale in particolare deve rimanere vigile per aiutare le persone a riflettere sui devastanti conflitti politici e sociali che una riforma monetaria radicale potrebbe innescare. Insomma, mai scherzare con il fuoco delle idee, mai confondere i sogni con la realtà: quel che va evitato - ripetiamo - è di commettere, soprattutto a livello cognitivo, l’errore del sognatore: di precipitarsi «contro i muri con quella serietà sconcertante che può dare soltanto un’immaginazione disordinata». E per andare dove? Il potere, come insegnano storia e sociologia, tende sempre a riformarsi anche nelle società fondate sul baratto, composte di tribù pronte a scendere in guerra con altre tribù, appena le risorse da barattare si facevano scarse: società arcaiche, dove tra l’altro si viveva poco e male. E che dire dei più acculturati e civili moderni? Nella Russia post-1917 si auspicava non solo la riforma ma addirittura l’abolizione della moneta… Possibile che la parabola bolscevica da Lenin a Gorbaciov, dall'elogio « dei pagamenti non monetari» a quello della « piena convertibilità del rublo», non abbia insegnato nulla? Chi di moneta “riformisce”, pardon ferisce, di moneta perisce.
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giovedì, giugno 21, 2012
La rivista della settimana: “Antarès. Prospettive antimoderne” n. 1, 2011 (Il pensiero in cammino. Il camminare nelle sue valenze spirituali, filosofiche e metafisiche), pp. 48; “Antarès. Prospettive Antimoderne”, n. 2, 2012 (Un’altra modernità. Appunti per una critica metafisica del nostro tempo), pp. 68, rivista trimestrale gratuita pubblicata dalle Edizioni Bietti in versione cartacea e digitale: http://www.antaresrivista.it/index.html .
Può esistere una modernità senza progresso? Non è facile rispondere perché è come indagare sul futuro di un' automobile priva di ruote… Che farsene di una Ferrari con le quattro gomme fuori uso? Che attendersi da una modernità incapace di progredire? Del resto gli stessi apologeti della modernità, preoccupati quanto i denigratori, oggi preferiscono parlare di post-modernità, ossia di una realtà né moderna né antimoderna, assai simile a un inutile e malinconico deposito di vecchie automobili in attesa di demolizione.
Il nostro giro di parole ha un senso preciso, e spieghiamo subito quale: “Antarès” rivista diretta e pensata da Andrea Scarabelli e da un gruppo, altrettanto giovane, di redattori ( benché direttore responsabile sia Gianfranco de Turris, vecchia volpe cui va tutta la nostra stima...), sembra arrovellarsi intorno al complicato quesito di cui sopra. Non per nulla, e a proposito della nostra metafora automobilistica, uno dei fascicoli che abbiamo sotto gli occhi - il n. 1 per l'esattezza - propone il camminare come metafora di una modernità finalmente capace di apprezzare il gusto di andare a piedi… Del resto a cosa si fa cenno nel “Manifesto” pubblicato nello stesso fascicolo? A « un antimodernismo che non si risolva in una sterile critica del presente ma che sia in grado di fornire a questo ultimo strumenti che, invero, sono GIA’ in suo possesso. Dotare la modernità di una metafisica alla sua altezza: questa la celebre scommessa tra Faust e Mefistofele, della quale il presente progetto si sente erede». In sintesi: « Curare la modernità CON la modernità stessa. Questa è la scommessa intellettuale che anima le presenti ricerche».
Ottimo. Perciò, per non uscire di metafora, le «prospettive antimoderne», come recita il sottotitolo, sono tali ma solo nei riguardi di una modernità "motorizzata"... intenta a spostare le linee del traguardo sempre più avanti, rifiutando di interrogarsi sul senso della sua corsa.
Però, e qui torniamo alla questione iniziale, è possibile una modernità senza progresso "incorporato"? In che modo, per riprendere il fascinoso titolo della rivista, Antarès potrà dialogare con il rivale Ares? Basterà una nuova metafisica? O forse va attribuito un senso diverso al progresso, proprio per mantenerlo a galla nel mare magnum modernità. Detto altrimenti: serve di sicuro una nuova metafisica ma - ecco il punto - capace di inglobare un concetto "altro" di progresso. Quale però? Ad esempio, si potrebbe rileggere l'opera di Robert Nisbet, dove come mostra il ghiotto libro fresco di stampa di Spartaco Puppo (Robert Nisbet e il conservatorismo sociale, Mimesis), l'idea di progresso viene ricondotta - e depotenziata - nell'alveo di quella domanda di comunità, innata nell'uomo; domanda, la cui persistenza storica e sociologica rivela che il vero progresso non è rappresentato dal cambiamento in quanto tale, bensì da quei mutamenti in sintonia con il valore non negoziabile (perché intramontabile) della comunità. Ovviamente, Nisbet si riferisce alla comunità così come viene intesa nella cultura anglo-americana: una comunità liberale che non sia mera somma dei singoli individui, né puro surplus sovraindividuale, ma un insieme ordinato di pratiche e relazioni, rispettose delle libertà dei singoli, incluse quelle economiche. Semplificando: un olismo ben temperato, o comunque ritagliato su un equilibrio tra il tutto ( i doveri) e le parti (i diritti), sempre attento al rispetto delle opzioni individuali e delle scelte di minoranza. Ennesimo tentativo di quadratura del circolo, anche quello di Nisbet? Forse. Ma quale idea regolativa non lo è?
Del resto, piaccia o meno, senza un' idea di futuro (e di progresso) non c’è modernità, e senza modernità non c’è futuro (e progresso). Non è un gioco di parole: all' uomo moderno, preda di un grande smarrimento, va offerta una narrazione convincente e soprattutto integrale, capace di fondere insieme passato, presente, futuro. Quindi svolta metafisica, ma anche storica e sociologica. Di qui, l'impossibilità di rinunciare all'idea di progresso, non disgiunta da quella di comunità, nel senso però cui abbiamo accennato. Altrimenti, qual è il rischio? Quello di restare impantanati, come sta accadendo, nella post-modernità. Che, ripetiamo, è una modernità in attesa della sua “rottamazione”. Sempre che, ma su questo "Antarès" si è giustamente defilata, non si voglia riabbracciare la causa perduta del "passatismo": errore uguale e contrario al "presentismo". E la stessa cosa si potrebbe dire anche a proposito del "futurismo", soprattutto se inteso erroneamente come culto del futuro in quanto tale.
Del resto, piaccia o meno, senza un' idea di futuro (e di progresso) non c’è modernità, e senza modernità non c’è futuro (e progresso). Non è un gioco di parole: all' uomo moderno, preda di un grande smarrimento, va offerta una narrazione convincente e soprattutto integrale, capace di fondere insieme passato, presente, futuro. Quindi svolta metafisica, ma anche storica e sociologica. Di qui, l'impossibilità di rinunciare all'idea di progresso, non disgiunta da quella di comunità, nel senso però cui abbiamo accennato. Altrimenti, qual è il rischio? Quello di restare impantanati, come sta accadendo, nella post-modernità. Che, ripetiamo, è una modernità in attesa della sua “rottamazione”. Sempre che, ma su questo "Antarès" si è giustamente defilata, non si voglia riabbracciare la causa perduta del "passatismo": errore uguale e contrario al "presentismo". E la stessa cosa si potrebbe dire anche a proposito del "futurismo", soprattutto se inteso erroneamente come culto del futuro in quanto tale.
Comunque la si pensi, non possiamo non porgere i nostri auguri (e complimenti) ai giovani di "Antarès", anche per il solo fatto di aver così generosamente accettato l'ardua sfida. D'altronde, dove non c'è sfida, non c'è neppure "progresso" intellettuale...
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mercoledì, giugno 20, 2012
Proprietà? Meglio se “quiritaria"...
Su un settimanale molto diffuso è stata pubblicata un’intervista al prof. Antonio (Toni) Negri, il quale ha indicato il rimedio al disordine (del capitalismo e) della crisi finanziaria: “L’uscita dalla crisi capitalista, cioè il «comune» della democrazia, va costruita attraverso l’espropriazione della proprietà privata e la distruzione del potere pubblico, dello Stato”.
La proprietà è un furto? Dipende… Lasciamo però che il nodo venga sciolto dall’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*). E come? Galoppando a tutta velocità su una pista molto particolare: un paio millenni di pensiero politico e giuridico. E ovviamente con il suo inconfondibile stile. Buona lettura. (C.G.)
Proprietà? Meglio se “quiritaria"...
di Teodoro Klitsche de la Grange
Su un settimanale molto diffuso è stata pubblicata un’intervista al prof. Antonio (Toni) Negri, il quale ha indicato il rimedio al disordine (del capitalismo e) della crisi finanziaria: “L’uscita dalla crisi capitalista, cioè il «comune» della democrazia, va costruita attraverso l’espropriazione della proprietà privata e la distruzione del potere pubblico, dello Stato”.
Capisco, che, come scriveva Manzoni, all’idee capita di affezionarsi, anche a quelle sbagliate, ma, dopo il crollo (per implosione – fatto più unico che raro nella storia) del comunismo, sarebbe il caso di riflettere su certe “terapie” sconfitte dalla storia. Anche perché, se il capitalismo non è il massimo, ricorrendo a certi rimedi – rifiutati dai popoli che li hanno sperimentati – c’è il rischio di santificarlo.
Che la proprietà sia un furto è più che dubbio, ma che non possa prestarsi – o si presti assai meno di altri istituti – alle speculazioni finanziarie e alle loro conseguenze politiche, è sicuro.
Nella forma classica – che è quella del diritto romano – la proprietà infatti è legata alla res: al fondo, alla casa, alla forza-lavoro (gli schiavi), ai frutti, ai beni mobili e così via. Tante cose, ma tutte reali (res) e in quanto tali suscettibili di appropriazione limitata.
Mentre il capitale finanziario non opera (prevalentemente) con res, ma con titoli, cioè con documenti “rappresentativi” quasi sempre non di una res, ma di un diritto; peraltro sempre più caratterizzati dall’astrattezza e sempre più lontani dalla res (che, si noti – è la base etimologica di realtà): la stessa vecchia, cara cambiale, inventata dai banchieri italiani del medioevo (o dai Templari?) è un vero reperto archeologico commercial-finanziario, dato che, bene o male, si trasmette per girata e col possesso, che presuppone almeno di aver visto in faccia chi te la gira, ecc. ecc.; e perciò è una vera lumaca tra titoli che si trasmettono elettronicamente.
Più che Marx, aveva capito il futuro il visconte de Bonald, vecchio controrivoluzionario, il quale di fronte al “nuovo ordine” borghese scriveva “gli stessi uomini che chiedono a gran voce lo spezzettamento illimitato della proprietà immobiliare, favoriscono con tutti i mezzi la concentrazione senza freni della proprietà mobiliare o dei capitali. L’appropriazione di terre ha per forza termine. Quella del capitale mobiliare non ce l’ha, e lo stesso affarista può far commercio di tutto il mondo”.
E il visconte ne avvertiva il pericolo politico, e non solo economico. Se era una delle costanti dei regimi politici ispirati al “dispotismo orientale” (Wittfogel) favorire la divisione della proprietà, onde evitare concentrazioni di potere pericolose per quello politico, contro l’analoga tendenza del capitale commerciale (ora finanziario – ch’è peggio) la difesa è difficile, e i risultati – politicamente – devastanti; “gli arricchiti, divenuti padroni dello stato, comprano il potere a buon mercato da coloro cui vendono assai cari zucchero e caffè. I Paesi Bassi contavano i più ricchi uomini d’affari del mondo; nei piccoli cantoni Svizzeri non c’erano che pastori e frati. Quale di questi due paesi ha meglio difeso la propria indipendenza, onorandone gli ultimi momenti?”.
Quindi: checché ne pensi il prof. Negri, è la proprietà classica, “quiritaria”, limitata (nei fatti) a difendere, a un tempo, autonomia sociale e indipendenza politica. E, in misura non lontana da questa, altre forme di proprietà diverse e collettive – residuo di una delle quali sono i demani civici, inappropriabili.
Quanto alla sovranità, ai tempi di de Bonald era oggetto anche delle preoccupazioni di Fichte il quale, per difenderla (e con essa la libertà della nazione) proponeva di monopolizzare il commercio estero (e non solo); List consigliava ai governanti di consentire al libero scambio solo se non fosse di nocumento per lo sviluppo della ricchezza (industria) nazionale. Ma il pericolo (politicamente) più evidente era stato avvertito da de Bonald il quale avvertiva il condizionamento interno che concentrazioni di capitale mobiliare – qualunque ne fosse la nazionalità – potevano arrecare alla sovranità, acquisita così dagli “arricchiti”. Provate a sostituire gli “arricchiti” con i “mercati”, ed avrete, alla lettera, la rappresentazione della situazione odierna.
Perciò, se può concordarsi con molte preoccupazioni del prof. Negri, è sicuro che a portarci in questa situazione è non il regime “classico” della proprietà privata – della cui “abolizione” non c’è nulla di positivo da aspettarsi – ma di esserne, in concreto e nella situazione attuale, semmai lontani.
Teodoro Klitsche de la Grange
(*) Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).
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martedì, giugno 19, 2012
Vaghi cenni sull’universo? No. Anche se l’amico Carlo Pompei (*) oggi sembra divagare, in realtà, mena alcuni fendenti niente male. Il “metodo” Pompei, anche in forma di monologo, non delude mai. Buona lettura. (C.G.)
La vita nel teatro della vita
di Carlo Pompei
Sipario
Buongiorno,
non fatevi domande di cultura generale, non siamo in un quiz a premi, le risposte utili le abbiamo dentro, innate. Sappiamo già che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, ma mentiamo a noi stessi - prima che agli altri - quando abbiamo paura o quando ci fa comodo. Spieghiamo le vele.
È giusto che muoia una persona prematuramente? È ancora “meno giusto” che a morire sia un bambino? Una “zona grigia” si fa avanti: quella “del più e del meno”. Un’ingiustizia o “è” o “non è”: bianco o nero, mai grigio. Diritto e rovescio, alto e basso: non esistono vie di mezzo.
Le leve pseudo-morali, invece, si basano su strategie di convinzione subliminale (di massa) e premono, appunto, sul più e sul meno. L’esempio del bambino che muore di morte violenta serve a far capire il meccanismo: per coprire, far dimenticare o giustificare un fatto, non c’è niente di meglio che un avvenimento (venire dopo cronologicamente, ricordate?) più grave del precedente. Come se per far cessare il mal di testa ci si desse una martellata su un piede. È vero che un deflusso di sangue dal cervello potrebbe realmente far sparire l’emicrania, ma se non succede (venire dopo causale, non casuale), ci ritroveremo con due dolori, anziché uno soltanto. Nella migliore delle ipotesi, comunque, il bilancio è in pareggio, e dove non c’è guadagno…
Tutto questo lo diciamo per evidenziare che il mancato introito (gettito fiscale) nelle Casse dello Stato è stato subito archiviato dai media e dal governo come un aumento dell’evasione, quando, invece, si è verificato a causa della chiusura di migliaia di attività di produzione e commercio che, ovviamente, non pagano più le imposte. Chiedere “poco a chi ha tanto” e “tanto a chi ha poco” non è una mossa intelligente, ma soltanto una furbata dalla durata limitata e, soprattutto, dagli effetti disastrosi.
Questo perverso modo di procedere genera “escalation” spesso drammatiche. Le vendette, le rappresaglie, le faide affondano le proprie radici in “a-principi” che ognuno di noi rifiuta a priori, ma soltanto quando non ci interessano direttamente. Nell’animo umano è nascosto l’istinto bestiale coadiuvato dagli interessi materiali, vero humus fertile dell’aggressività.
Le condizioni ambientali sono importantissime affinché si compia un’ingiustizia o un accadimento abbia un corso diverso dal prevedibile. Un esempio: se un italiano subisce un tamponamento da un altro italiano all’estero, dopo un piccolo screzio, prevale il campanilismo e si assiste ad un abbraccio fraterno come accadrebbe tra vecchi amici che si incontrano dopo tanto tempo. Se la stessa scena dovesse ripetersi in Italia, l’epilogo sarebbe ben diverso. Pertanto si evincono due variabili fondamentali: il terreno di scontro e il senso di appartenenza. Venendo meno una delle due, si vanifica anche l’altra. Al proposito è stato commovente l’atteggiamento dei tifosi irlandesi alla fine della partita persa contro la Spagna nei campionati di calcio europei: cori di supporto e ringraziamento per l’impegno (vano) profuso e non contestazioni da tifoso frustrato, un esempio di nazionalismo sano non violento.
Con queste premesse non possiamo più permettere che la nostra nazione venga “gestita” da cialtroni che pretenderebbero di rappresentarla, ma che in realtà curano esclusivamente i propri interessi: la terra è del popolo che la abita, non delle banche, teniamo a ribadirlo.
A questo punto dovrebbe esserci un applauso, ma non tutti sono d’accordo: tra voi alcuni hanno le mascelle serrate, i denti digrignati, gli occhi di brace.
Chi voleva applaudire (e lo ha fatto) appartiene al popolo tartassato e sfruttato; chi ha le mascelle indolenzite e non voleva applaudire (ma lo ha fatto lo stesso per non essere riconosciuto e linciato) appartiene all’orda cialtronesca degli speculatori.
Ora, vi lasciamo in pace, in compagnia della vostra coscienza, unica molla che può far avvenire il salto di qualità della vita di ogni componente di una comunità degna di tale definizione.
Di nuovo buona giornata a tutti
Sipario
Carlo Pompei
(*) Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.
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lunedì, giugno 18, 2012
I risultati elettorali in Grecia e Francia (qualche riflessione sulla democrazia rappresentativa)
In Grecia hanno vinto i conservatori pro-Euro, in Francia nuovamente i socialisti, anch’essi favorevoli alla moneta unica, Ma riusciranno a governare? La maggioranza socialista di Hollande sembra solida, tuttavia già si accenna a possibili fratture interne in grado di indebolire il governo. Per contro, in Grecia, dove i conservatori hanno vinto per un pelo, i socialisti hanno già hanno alzato il prezzo per partecipare alla pur necessaria coalizione governativa. Inoltre, in Francia come in Grecia sono entrati in parlamento i neo-fascisti di Marie Le Pen e i neo-nazisti di Alba Dorata. Per non parlare del successo della sinistra radicale greca, connotata da una pericolosa anima populista, del resto assai simile a quella della sinistra ecologista e radicale francese.
Certo, questi risultati possono piacere o meno. Tuttavia - ecco il punto importante - grazie al nostro sistema di democrazia rappresentativa sono una fotografia della realtà: “rappresentano” simbolicamente un’ Europa incerta e divisa tra il passato (lo stato nazione) e il futuro (l’unità politica europea). Fotografia di cui dobbiamo prendere atto. E' vero, con le divisioni è difficile governare, però la forza e la debolezza della democrazia rappresentativa ( a prescindere dal sistema elettorale scelto), sono proprio qui: nella capacità, storicamente unica, di “rappresentare” tutte le forze politiche, addirittura anche quelle nemiche della democrazia. Pertanto ci troviamo davanti a un' eccellente forma di democrazia liberale: liberale perché tutela le minoranze, tutte le minoranze, anche, come si usa dire, con il solo “diritto di tribuna”: diritto, detto per inciso, sul quale nell'Europa libera si fa della facile ironia, trascurando il fatto che esistono nel mondo stati dove il dissenso si punisce con la prigione o con la fucilazione.
Una capacità di "rappresentare" che tuttavia rende difficile il compito dell’ esecutivo, anche dove viene rafforzato introducendo procedure costituzionali ed elettorali capaci di favorire la governabilità. Semplificando, diciamo che il principale problema della democrazia rappresentativa è costituito dal laborioso - per alcuni fin troppo - perseguimento della sintesi politica: quella sintesi che deve prima precedere e poi accompagnare la decisione politica: decisione inderogabile, pena la progressiva dissoluzione del sistema politico, anzi di qualsiasi sistema politico. Insomma, si tratta - impresa non sempre facile - di fare in modo che nella democrazia rappresentativa la logica della politica non si trasformi mai in politica della logica. O, detto altrimenti che al dibattito con sintesi non si sostituisca regolarmente il dibattito ad infinitum.
Una capacità di "rappresentare" che tuttavia rende difficile il compito dell’ esecutivo, anche dove viene rafforzato introducendo procedure costituzionali ed elettorali capaci di favorire la governabilità. Semplificando, diciamo che il principale problema della democrazia rappresentativa è costituito dal laborioso - per alcuni fin troppo - perseguimento della sintesi politica: quella sintesi che deve prima precedere e poi accompagnare la decisione politica: decisione inderogabile, pena la progressiva dissoluzione del sistema politico, anzi di qualsiasi sistema politico. Insomma, si tratta - impresa non sempre facile - di fare in modo che nella democrazia rappresentativa la logica della politica non si trasformi mai in politica della logica. O, detto altrimenti che al dibattito con sintesi non si sostituisca regolarmente il dibattito ad infinitum.
Ovviamente, esiste anche un altro problema - oggi molto sentito, forse troppo... - quello della qualità morale e professionale dei “rappresentanti”, o se si preferisce della classe politica. Una questione che rinvia ai meccanismi di rappresentanza e in particolare ai partiti che ne sono il veicolo. Tuttavia, pur con tutte le criticate carenze, i partiti restano uno strumento insostituibile. Del resto, la composizione - per valori, ideali, norme - dei partiti riflette quella del corpo sociale. E non sempre è detto che una società, in termini di valori, ideali, norme, sia migliore dei partiti politici che esprime. Insomma, che il "rappresentato" sia migliore del "rappresentante". Problema, in verità, irrisolvibile, anche con il tanto invocato ricorso alla democrazia diretta (ammesso e non concesso che funzioni...).
Concludendo, il sistema della democrazia rappresentativa resta pur con tutti i difetti, l’unica forma di democrazia empiricamente realizzabile. Credere nella democrazia “diretta” o in una democrazia “organica”, dove, come si legge, i partiti non sarebbero necessari, significa spalancare le porte alla tirannia demagogica , e non importa se della maggioranza o di un autocrate.
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venerdì, giugno 15, 2012
Alle radici della “rabbia anarchica”
Quali sono le radici sociologiche della “rabbia anarchica" (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/06/14/Terrorismo-rete-rabbia-anarchica-finita-_7038599.html )? Piccola premessa: nella moderna società industriale pensiero e agire rivoluzionario, fenomeni che ne hanno accompagnato lo sviluppo, si sono mossi lungo tre percorsi ideologici ( anarchismo, socialismo, marxismo), seguendo tre formule organizzative (rete terroristica, parlamentarizzazione, professionismo rivoluzionario).
Sul piano sociologico, l’ anarchismo si è sviluppato arrampicandosi rabbiosamente sulla roccia del terrorismo, il socialismo perseguendo, non senza dubbi, la faticosa strada della parlamentarizzazione, il marxismo intrecciando e scambiando, più o meno astutamente i sentieri del terrorismo, della parlamentarizzazione e del professionismo rivoluzionario. Di riflesso, lo sviluppo dell’ anarchismo, del socialismo e del marxismo, quali attori collettivi, ha seguito strade differenti, spesso conflittuali, a causa degli opposti giudizi “soggettivi”, o politici, sulla “forma partito” ( oltre che, ovviamente, sulla esistenza stessa della "forma stato") : osteggiata dagli anarchici, accettata da socialisti e marxisti, a loro volta, però fortemente divisi sul significato da attribuire alla parlamentarizzazione: fine (socialdemocratici) o mezzo (comunisti)? Cosicché sul piano storico “oggettivo” si è registrato un movimento pendolare: per tutto o buona parte dell’Ottocento il movimento anarchico è cresciuto a causa dell’assenza di partiti organizzati a sinistra, regredendo, e di molto, nel Novecento grazie allo sviluppo parlamentare dei grandi partiti socialdemocratici e comunisti.
A grandi linee, si può asserire che per quel che concerne l’Occidente, e in particolare l’Europa liberale, la parlamentarizzazione dei partiti socialisti e comunisti ha finora influito sullo sviluppo dei movimenti anarchici: quanto più è cresciuto il consenso politico-elettorale verso la sinistra parlamentare e riformista, tanto più è diminuito il consenso verso la sinistra extraparlamentare e radicale, nonché, in particolare, nei riguardi del terrorismo anarchico.
Si tratta di un meccanismo sociologico molto semplice. Perciò l' attuale “rabbia anarchica”, oltre che dipendere come abbiamo visto da una scelta organizzativa iniziale, pare essere “sociologicamente” figlia di una sinistra incapace di intercettare e parlamentarizzare il malessere sociale. Insomma, il pendolo sembra ritornare in direzione dell' anarchismo. E anche se può essere presto per dare giudizi definitivi, un fatto resta più che sicuro: la pura repressione rischia di non essere assolutamente sufficiente.
Certo, con una spesa sociale ridotta all’osso, non è facile trovare risposte sul “come” intercettare una “rabbia sociale" che potrebbe diffondersi. Tuttavia è bene rendersi conto di certi "pendolarismi" sociologici e dei pericoli, qualora essi vengano ignorati, in cui può incorrere la nostra democrazia.
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giovedì, giugno 14, 2012

Le riviste della settimana:“Éléments”, avril-juin 2012, n° 143,euro 5,50; “Krisis” (Monothéisme?/ Polythéisme?), n° 36, février 2012, euro 22,00; “Krisis” (Religion?), n° 37, avril 2012, euro 23,00 - http://www.revue-elements.com/ Da non perdere l’ultimo fascicolo di “Éléments” ( avril-juin 2012, n° 143, euro 5,50), per il denso focus su Jean- Jacques Rousseau. Pensatore atipico, come ricorda nel vivace editoriale Robert de Herte (Alain de Benoist): « Come Leo Strauss aveva giustamente rilevato, Rousseau appartiene alla seconda ondata della modernità (Machiavelli, rinvia alla prima, Nietzsche alla terza). Scrittore ineguagliabile, principale teorico del primato della politica, deciso avversario dei Lumi, tra le cui file viene ancora ostinatamente arruolato, Rousseau non fu solo un precursore del romanticismo o dell’ecologismo, ma va inserito tra gli autentici fondatori della psicologia moderna e della sociologia critica. Di qui l’impossibilità di etichettarlo (…). Rousseau rivoluzionario conservatore? È giunta l'ora di riaprire il dossier».
“Éléments”, ospita, tra gli altri, interessanti articoli sulle derive del pacifismo (Robin Turgis e Flora Montcorbier), sulla città post-moderna (Pierric Guittaut e Pierre Le Vigan) e su… Napoleone e Garibaldi (Yves Branca e Michel Marmin). Come sempre ricchissima la parte dedicata a recensioni e segnalazioni librarie.
Il Rousseau, teorico della religione civile, rinvia ai densi fascicoli di “Krisis” dedicati rispettivamente a Monothéisme?/ Polythéisme? ( n° 36, février 2012, euro 22,00 ) e Religion? ( n° 37, avril 2012, euro 23,00).
Del primo fascicolo (Monothéisme?/ Polythéisme? ) ricordiamo, tra gli altri, gli articoli di Jean Soler (Pourquoi le monothéisme?), Thibault Isabel (Dieu, l’Un et le Multiple. Réflexion sur les deux formes fondamentales de religion) e le interessanti interviste a François Flahault (La conception de l’homme et de la societé chez le chrétiens et chez le païens), Michel Maffesoli (Vers un nouveau polythéisme des valeurs), Philippe Simonnot (La vie économique des religions).
Del secondo fascicolo ( Religion?), vanno segnalati in particolare gli articoli in continuità con il fascicolo precedente. A cominciare da quelli di Thibault Isabel ( Plaidoyer contre l’intolérance laïque), Paul Masquelier (La religion comme facteur de développement historique. Retour sur la pensée de Jacob Burckhardt) e le interviste a Tariq Ramadan (Considérations sur l’Islam, la religion et la société moderne), Raphaël Liogier (La mondialisation du religieux) e Bernard Hort (Le bien, le mal et le monde. Réponses d’un auteur croyant à certaines attaques contre le christianisme).
Va rilevato che i due fascicoli si muovono teoricamente nell’alveo di un intelligente pluralismo cognitivo. Un’ apertura che ritroviamo sempre nei libri e nelle riviste dirette da Alain de Benoist. Il quale, è bene non dimenticarlo mai, resta innanzitutto uno studioso, un grande studioso. Le sue battaglie, un po' come quelle inizio Novecento di Georges Sorel (altra singolare figura di studioso e pensatore insieme), prima che politiche sono cognitive, o se si preferisce epistemologiche: questa è la “cifra” metapolitica, ma in realtà metodologica, per capire a fondo il pensiero debenoistiano. E, cosa non secondaria, per evitare di perdere tempo, rincorrendo i suoi cloni, per giunta lillipuziani. Di riflesso, nei due fascicoli non viene lasciato spazio a fondamentalismi di qualsiasi genere: laici, religiosi e... pagani. In certo senso, si prende la giusta distanza, sul piano epistemologico, da quella che forse rappresenta la parte teoricamente più ambigua del pensiero di Rousseau: l’idea di religione civile. E in che modo? Valutandone i pro e i contro. E qui lasciamo ai lettori il piacere di scoprire la qualità teorica della discussione a più voci, tipica di riviste come “Éléments" e "Krisis".
Concludendo, il politeismo, proprio perché inquadrato "debenoistianamente" sotto l’aspetto cognitivo, viene reinterpretato alla luce degli errori commessi non solo dai moderni, ma anche dagli antichi. Per Alain de Benoist nessuno è perfetto.
Concludendo, il politeismo, proprio perché inquadrato "debenoistianamente" sotto l’aspetto cognitivo, viene reinterpretato alla luce degli errori commessi non solo dai moderni, ma anche dagli antichi. Per Alain de Benoist nessuno è perfetto.
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mercoledì, giugno 13, 2012
Autunno della modernità?
Ne L’Autunno del Medio Evo, un' opera magnifica, scritta da Johan Huizinga (1872-1945), dove storia, sociologia e filosofia della cultura marciano vittoriosamente insieme, lo storico olandese tratteggia sommessamente, quasi en passant, tre fondamentali modalità umane per accostarsi all’ «idea di vita bella»: la prima, conduce fuori del mondo, lungo i sentieri della rinuncia; la seconda, porta al perfezionamento del mondo stesso; la terza guarda al « regno dei sogni». Scrive lo storico: “È la via più comoda, ma sulla quale la meta si mantiene sempre ugualmente lontana. Se la realtà terrena è così penosa e senza speranze, e la rinunzia al mondo così difficile coloriamo la vita di belle apparenze, viviamo in un paese di sogni e luminose fantasie, mitighiamo la realtà con l’estasi dell’ideale. Basta un semplice tema, un unico accordo perché risuoni la fuga rasserenante: basta uno sguardo gettato sulla felicità fiabesca in un passato più bello, sul suo eroismo e sulla sua virtù, oppure anche basta il giocondo raggio di sole della vita in mezzo alla natura, il piacere della natura. Su questi pochi temi, il tema eroico, quello della saggezza e quello bucolico, si è formata tutta la cultura letteraria dall’antichità in poi. Medioevo, Rinascimento, secolo decimottavo e decimonono, tutti insieme trovano poco più che nuove variazioni della vecchia canzone» (L’autunno del Medio Evo, Sansoni 1971, pp. 45-46).
E i secoli ventesimo e ventunesimo? Il libro di Huizinga uscì nel 1919, dopo il grande macello europeo. Ne seguì un altro, di macello, ben più grave e feroce. Dopo di che la «fuga rasserenante» travolse anche la cultura letteraria… Come del resto non poteva non essere, dopo due terribili guerre mondiali. Per andare dove? Nel Paese dei Balocchi... Paese, situato non sulla Luna ma sulla Terra: un Bengodi rasserenante e soprattutto a portata di mano, anzi di tasca, grazie ai miracolosi consumi crescenti di desideratissimi beni materiali.
Oggi invece sembrano riaffacciarsi gli ideali eroici e agresti… Intesi, anch’essi, non più come pura e semplice fuga nella letteratura: ai balocchi consumistici taluni sembrano preferire la spada, talaltri il vincastro, altri ancora le due cose insieme. Autunno della modernità? E per andare dove? Verso uno strampalato, ma probabilmente non innocuo, Medio Evo post-moderno?
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martedì, giugno 12, 2012
La crisi economica tra craze e tentazioni dirigiste
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Che cosa vogliono le Borse? O meglio le società di investimento che vi sono dietro? Fare profitti, comprando e vendendo di tutto. E a danno - esclusi i propri investitori - di tutto e tutti. E più la situazione si fa instabile, più crescono i profitti speculativi. Qualcosa di molto difficile da controllare. Come abbiamo scritto in un post precedente ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/search?q=craze+ ) siamo davanti a un fenomeno a metà strada tra sociologia, psicologia sociale e antropologia. Ma come si dice, repetita juvant.
A cosa ci riferiamo? Al craze (mania, smania, voga). Si parla di un atteggiamento di tipo emulativo e aggregante. Semplificando, il craze può essere paragonato al timore di perdere il treno sul quale tutti stanno invece salendo... Treno che potrebbe passare una sola volta ... nella vita... Perché perderlo allora? Il concetto risale a Neil J. Smelser, sociologo americano, autore di un dotto studio uscito circa mezzo secolo fa (Theory of Collective Behavior, trad. it. Vallecchi, 1968, pref. di Francesco Alberoni). Il craze, fenomeno collettivo che secondo Smelser è possibile rilevare anche in altri campi della vita sociale (bandwagon politico, revival religioso, moda), rimanda come sfondo culturale alla credenza, piaccia o meno, nella possibilità di arricchirsi. Perciò, attenzione, lo ritroviamo in due precisi momenti: prima - in termini positivi - alla base di un boom speculativo, dopo - con segno negativo - nella successiva fase di fuga dagli investimenti, per non perdere quel "treno", per restare in metafora, che ora invece va in direzione opposta. Ma cediamo la parola a Smelser: “L’ansietà sorge dall’incertezza sugli esiti degli investimenti abituali delle ricchezze e dall’incertezza sui modi per valorizzare gli investimenti. Questa incertezza, comunque, non porta al panico finché c’è del capitale con cui risolvere il problema. Questa combinazione unica di incertezza, più una quantità di capitale, produce la credenza generalizzata che le incertezze possano essere superate con l’uso di adeguati correttivi” (trad. it. cit., p. 364).
La frase chiave per collegare il craze alla crisi in corso è “finché c’è capitale con cui risolvere il problema”. Un capitale garantito - attualmente - dai bassi tassi di interesse e dal rifinanziamento pubblico delle banche. E qui si pensi all’ intervento Ue in favore delle banche spagnole.
Quale alternativa? Far fallire le banche e di conseguenza tagliare la liquidità e quindi la stessa possibilità di finanziamento della speculazione. A che prezzo però? Di provocare una recessione ancora più grave di quella in atto. Un vicolo se non cieco, molto molto stretto... Dal quale, secondo alcuni, si potrebbe uscire, nazionalizzando le banche e introducendo misure dirigistiche. Però il dirigismo imporrebbe il passaggio a un’economia chiusa. E qui sorge un altro quesito: dirigismo autarchico, d'accordo, ma a quale livello? Nazionale, continentale, mondiale? A livello nazionale sarebbe possibile, ma con risultati disastrosi per il tenore di vita. A livello continentale, forse, ma sotto l’egida dello strapotere politico-economico di stati-guida e con costi sociali non indifferenti. A livello mondiale, infine, dirigismo e autarchia, implicherebbero il ritorno a guerre fredde, sempre suscettibili di trasformarsi in guerre calde...
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lunedì, giugno 11, 2012
Di rado gli osservatori discutono seriamente del governo "tecnico" targato professor Monti (nella foto al suo completo). E soprattutto dal punto di vista della scienza politica: ci si perde, come capita di leggere, nell’analisi puramente giornalistica di dettagli privi di valore, o peggio di particolari, magari reinventati alla luce di fantasie cospirative. Consigliamo perciò ai nostri lettori, anche per scoprire le ragioni del suo flop, di approfittare del post di oggi, scritto con la consueta verve analitica dall’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*). Buona lettura. (C.G.)
Il flop del governo tecnico: colpa di Monti o di una classe dirigente in declino?
di Teodoro Klitsche de la Grange
Diciamo la verità: per aumentare le tasse sulla casa e la benzina bastava un qualsiasi governo doroteo e non certo l’osannato (dalla stampa) governo di geni (e tali perché tecnici). Il fatto pone tuttavia una serie di quesiti, su quali è bene tornare ancora volta e in termini di sapere storico e politico; quesiti che giriamo al lettore.
Primo: il governo Monti ha evidenti sponsor esteri, da cui (e verso cui) manifesta dipendenza. Ma questa è una distinzione quantitativa (rispetto ai governi della Repubblica) più che qualitativa: nel senso che tutti i governi italiani l’hanno avuta, dal 1944 in poi. E che avvertiva Orlando (Vittorio Emanuele) quando alla Costituente tacciava di “cupidigia di servilità” (verso lo straniero) il governo (e la classe politica) di allora. Quello di Monti ne dipende (dall’estero) ancora di più e non lo nasconde anzi, a tratti, lo rivendica e sembra farne merito e motivo d’orgoglio. Ma la causa non ne è forse la recente storia del dopoguerra, la costituzione vigente e una classe politica consapevole di avere avuto il potere dai vincitori del secondo conflitto mondiale? E quindi il prof. Monti è solo l’effetto ultimo ed evidente di una “sovranità limitata” imposta da (quasi) settant’anni per cui è difficile criticare (solo) l’ultimo arrivato.
Secondo: le “trovate” del governo, (tipo aumento delle accise, IMU, ecc. ecc.) rivelano meno fantasia che coraggio. Ma anche qua, siamo proprio sicuri che abbiamo soltanto una classe politica di basso profilo, dedita più alla carriera che al servizio dell’interesse generale? O la menda va rivolta all’intera classe dirigente, cioè a tutti coloro che detengono una “posizione di potere sociale” (pubblica o privata che sia)?
Anni fa in un libro di buon successo si additava come “casta” la classe politica. Che molto di vero ci fosse, è chiaro: perché di caste in Italia ve ne sono tante. Ovvero tante “oligarchie”, poco (o punto) accessibili e quindi chiuse, autoreferenziali e riproducentesi per cooptazione. Il che, a giudizio di Pareto, tende a limitare la circolazione delle élites e quindi a farle decadere (e con loro la società). Che nell’università italiana non si trovino da decenni i Gentile, i Fermi, i Santi Romano; che nell’industria la razza dei Giovanni Agnelli (senior, s’intende) e dei Valletta, dei Mattei sia rimasta senza eredi (almeno di quel livello) è evidente. E così si potrebbe continuare per il sindacato, le istituzioni finanziarie (pubbliche e private), la letteratura e lo spettacolo. Non mi ricordo che nessuno abbia notato, come, negli ultimi anni, i più prestigiosi premi internazionali conferiti ad italiani erano a due attori comici, il che significa che ciò in cui eccellono gli italiani contemporanei è, secondo l’opinione degli stranieri, la comicità. Non per nulla un altro comico si è candidato, per ora a fare il capo dell’opposizione, subito dopo il Presidente della Repubblica.
Non si può pretendere che da una classe dirigente in declino, Monti traesse altro che quello che ha; piuttosto credere che trovasse qualcosa di meglio è una delle aspettative coltivate da una stampa prona e incensante, il cui contraccolpo il governo sta subendo.
La realtà è che il merito ascritto a Monti & Co. è proprio quello che, agli occhi di ogni democratico, sincero e smaliziato, è il difetto più evidente: di non essere stato eletto e legittimato (e quindi influenzato) dal popolo; che è pregio agli occhi dei “poteri forti”. Tant’è che, quando Berlusconi era tornato al governo, i mezzi d’informazione da quelli condizionati (quasi tutti) hanno cominciato a interrogarsi, indagare, demonizzare il “populismo”. In realtà sotto quel termine nascondevano il loro timore per il popolo e un governo da questo plebiscitato. Hanno fatto tesoro di parte del giudizio di Montesquieu che il popolo ha centomila braccia (e potrebbe usarle per prendere a bastonate i governanti); e dimenticato subito il seguito (del pensiero di Montesquieu) che il popolo ha grande capacità di scelta di coloro cui affida parte della propria autorità.
Ma non è dato vedere come possa esserci una democrazia senza popolo e senza scelte di questo: credere a ciò è come ritenere possibile una teocrazia senza preti, o un’aristocrazia senza nobili. Un bisticcio di parole per occultare la realtà. Ma a lungo andare un governo “tecnico” in uno Stato democratico è debole perché gli manca una parte essenziale del circuito politico (capo-seguito, ovvero comando-obbedienza).
In uno Stato la forza di un governo è data – almeno per metà – dal consenso del popolo, e in uno democratico ancora di più, onde alla fine un governo non legittimato finisce per essere quello che poi è: privo del (principale) elemento di forza, è un governo debole, anche se avesse i pregi ascrittigli dagli organi d’informazione. Proprio quello che vogliono i “poteri forti”. Poteri, secondo le ultime dichiarazioni del professor Monti, che ora però sarebbero sul punto di affondarlo... Ma questa è un’altra storia.
Teodoro Klitsche de la Grange
(*) Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).
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venerdì, giugno 08, 2012
Gianfranco Fini? Un perfetto analfabeta politico
Gianfranco Fini, annunciando l’Assemblea dei Mille, dove verrà decisa la linea politica di Futuro e Libertà, ha rivendicato « il merito di aver fatto cadere Berlusconi». Ora, il “tradimento” in politica - perché di questo si è trattato per l’ex delfino di Almirante - ha una sua giustificazione in termini di scienza politica quando è legato alla lotta per conquistare più potere: lotta che ovviamente viene nobilitata dal “traditore” di turno ricorrendo a motivazioni di tipo idealistico (bene comune, salvezza della nazione, e così via).
In realtà, dal punto divista della scienza politica, il plusvalore politico di un “tradimento” è commisurato alla quantità di potere differenziale (in termini di aumentata capacità di influire sul sistema delle scelte politiche), che una determinata forza politica riesce a conseguire con qualsiasi mezzo, incluso, per l'appunto, il "tradimento" dell'alleato (mezzi, ovviamente rapportati, di volta in volta, al tipo regime in cui essa opera). Sotto questo profilo, finora la politica del partito guidato da Fini, dopo la momentanea euforia del dicembre 2011, si è tradotta in un insuccesso: Fli è isolato politicamente, diviso al suo interno tra una destra e una sinistra e privo di qualsiasi potere di influenza sulle decisioni politiche.
Quale era l’ alternativa? Probabilmente, quella di restare all’interno del Pdl, puntando sulla graduale conquista dall’interno del partito fondato da Berlusconi: sarebbe bastato esercitare, con intelligenza, quella pazienza che distingue i veri leader.
Questo nostro approccio può risultare “antipatico”, perché ignora le questioni ideali, dettate dall'etica dei princìpi. Ma su questo aspetto siamo d’accordo con Giuseppe Prezzolini, il quale sosteneva che « esiste l’uomo di Stato cristiano, nella sua coscienza, ma non esiste uno Stato cristiano» (Cristo e/o Machiavelli, Longanesi 1971, p. 43, corsivo nel testo). Ossia, sul piano individuale, si può sposare la più diversa religione (l’uomo di stato cristiano) - e aggiungiamo, “morale” - dopo di che però bisogna fare i conti con l'etica dei mezzi, fondata sul rispetto delle regolarità della politica, tra le quali c’è la ricorrente volontà egemonica, tipica degli uomini, di impadronirsi del potere, usando, di volta in volta, le tecniche della "volpe" o del "leone": rispettivamente l'inganno o la forza. Regolarità, insomma, che impongono scelte opposte a quelle religiose e morali (non esiste perciò uno Stato cristiano, o per capirsi morale). Ovviamente, sono esistiti leader politici che hanno cercato di fondare stati cristiani o morali, ma con pessimi risultati, come mostrano le guerre europee di religione e i totalitarismi confessionali (in senso morale-ideologico) novecenteschi.
Il vero leader politico, soppesando le varie alternative, deve invece puntare sul giusto equilibrio tra lotta per il potere e valutazione degli effetti sociologici di ricaduta delle lotte politiche sulla stabilità del sistema economico e sociale. Insomma, oltre un certo limite è meglio non spingersi, pena la dissoluzione del sistema. Si tratta di un equilibrio non facile, sempre storico, perché legato alle doti o qualità degli uomini al comando, alla quantità di risorse economiche impiegabili, alla natura degli eventi e al ruolo del caso e della fortuna.
Perciò, per concludere su Fini, ci troviamo davanti a un perfetto analfabeta politico: un caso da manuale. Per ora, l’ex delfino di Almirante, nonostante la lunga militanza, ha mostrato di non capire nulla delle regolarità della politica, oltre a brillare, naturalmente, per la sua doppiezza morale. Ma il rispetto delle norme morali, come detto, in politica conta fino a un certo punto. Pertanto, mettendola brutalmente, se l’imperativo è "vendersi" per conquistare più potere, diciamo che Fini si è "venduto" per il famigerato piatto di lenticchie.
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giovedì, giugno 07, 2012
Il libro della settimana: Giuseppe D’Alessandro, Bestiario giuridico 1, Angelo Colla Editore, pp. 152, euro 9,90 - www.angelocollaeditore.it .
«Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?». Un degno quesito dantesco, che si è posto anche Giuseppe D’Alessandro, avvocato cassazionista, che esercita da trent’anni la professione forense sulla sponda sicula dello Stretto. Purgatorio anche quello? Mah… Comunque sia, la domanda, si è concretizzata in un gustoso libro: Bestiario giuridico 1 (Angelo Colla Editore). Un volumetto, rinfrescante come una granatina siciliana al limone. E perché no? Pure «câ briosci» della sedimentata e saporosa cultura giuridica dell’avvocato D’Alessandro. Un libretto, dicevamo, dedicato alle « leggi che fanno ridere e sentenze che fanno piangere dal ridere »… Per inciso è in libreria, anche il seguito, Bestiario giuridico 2, stesso editore, dove ci si occupa dei « mille modi con cui gli italiani si insultano e finiscono in tribunale». Ovviamente, una (seconda) lettura da non perdere.
Ma veniamo a Bestiario giuridico 1 . D’Alessandro ha saggiamente scelto la strada del castigat ridendo mores. Benché mostri di subito di (ri)conoscere una verità su cui c’è poco da scherzare. Quale? Che « entrare nel girone infernale della Giustizia italiana costituisce un tale dramma che chi ne fa esperienza non lo scorderà tanto facilmente» .
A suo avviso, due sarebbero le cause di una giustizia elefantiaca e spesso ingiusta: la pessima formulazione di leggi e sentenze, nonché l’incontinenza legislativa… Quante sono le leggi in Italia? Secondo l’autore « nessuno è in grado di saperlo, nemmeno in maniera approssimata. Chi dice 250.000, chi 350.000. Nel sito governativo www.semplificazionenormativa.it si afferma che le leggi pubblicate sarebbero addirittura 430.000 ».
Inoltre, la prima causa qualitativa - quella dell’italiano approssimativo - si salda, e in maniera perversa, al «problema quantitativo». D’Alessandro pone giustamente l’accento sulla fitta selva di modifiche, a ogni livello, che di regola prolifera in maniera metastatica intorno a un qualsivoglia articolo di legge, magari all’inizio stringato. Ad esempio, scrive, «uno degli articoli più martoriati (…) è il 34 del codice di procedura penale che si occupa dei casi di incompatibilità del giudice a trattare un processo, dopo che in qualche modo gli sia “passato tra le mani”». Si tratta perciò di un articolo che «meriterebbe l’Oscar delle modifiche », dal momento che «il testo originario dell’art. 34 c.p.p. conteneva 159 parole, il testo modificato dal legislatore ne contiene 340, cioè più del doppio; il testo vigente, comprendente le 18 pronunce di incostituzionalità, ne contiene ben 2470, quasi 22 volte in più del testo originario” » . Insomma, proprio come diceva il saggio Hegel: il Diavolo è sempre nel dettaglio. Il problema però, nel caso della giustizia italiana, è quello di trovarlo il dettaglio…
Dicevamo, castigat ridendo mores. La casistica è veramente ricca e disposta per titoli molto invitanti: si va dal «Sesso e dintorni» al «Sesso senza sesso » fino alle «Liti bagatellari » (titolo, in verità, non proprio invitante …), ossia le liti di scarso rilievo, che però in sede giudiziaria si protraggono per decenni.
Una chicca da «Sesso e dintorni»: la coscia di una signora sembra essere più erotica del sedere… Infatti, se da un lato si condanna un dentista (sentenza 14 dicembre 2001), per il toccamento «subdolo e seppure fugace» della coscia di una paziente, per l’altro, la Corte di Cassazione( Sentenza 25 gennaio 2006 n. 7639) ritiene « il “toccamento dei glutei” non configurare il delitto di violenza sessuale, ma trattarsi di semplice molestia punita ai sensi dell’art. 660 del codice penale (cioè con un’ammenda o, in alternativa, con una pena detentiva molto modesta ».
Nei due capitoli finali si discute di «Linguaggio e diritto» e del «Giudice che giudica se stesso». In quest’ultimo capitolo scopriamo che «a volte, i magistrati italiani piuttosto che litigare preferiscono divertirsi tra di loro con cene, gite e scampagnate. Alcuni si sollazzano anche in modi diciamo, eccentrici, come quei due liguri, sottoposti ad accertamento per aver fatto tiro al bersaglio, con la rivoltella, sui faldoni dei fascicoli archiviati. Forse - si chiede scherzosamente l’autore - volevano essere sicuri che quelle pratiche fossero davvero morte e sepolte, in caso contrario, meritavano il colpo di grazia ».
Morale conclusiva? Di grande magnanimità, da antico Principe del Foro: «Alla fine della nostra navigazione, rileva D’Alessandro, fra le leggi strane, sentenze assurde e formule incomprensibili, giova tirare le conclusioni. Tutto male? Tutto da buttare? Giustizia allo sfascio? No, non è proprio così. Nel corso del libro si è ripetuto più volte che la giustizia è lo specchio della realtà, né più né meno. È una considerazione che conviene ribadire in chiusura. La società italiana ha grandi pregi, grandi potenzialità e immense risorse, fatte soprattutto da uomini che quotidianamente si spendono nel loro lavoro per mandare avanti uno Stato che è tra i più civili e progrediti (…). Ogni tanto qualcosa non funziona e qualcuno si prende la briga di raccontarla, come abbiamo fatto noi. Senza cattiveria e malignità, al solo scopo di far riflettere il lettore e magari anche di sollevargli il morale quando, coinvolto in prima persona in vicende giudiziarie tende a credere di essere il solo a patire le “pene dell’inferno”» .
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mercoledì, giugno 06, 2012
“Divi” in politica?
Che cosa pensare della caccia in atto a presentatori, scrittori-presentatori, attori, eccetera, da candidare alle prossime politiche? Insomma, del “divo” da dare in pasto agli elettori…
Diciamo che il Pci, tradizionalmente attento ai rapporti con la cultura nel senso più ampio, anche quella popolare (quindi cinematografica), usava candidare, non solo scrittori, ma anche attori, soprattutto negli Settanta del Novecento: si pensi a Volonté e alla Gravina, interpreti di spessore molto impegnati politicamente, non sempre però premiati dagli elettori. La Dc invece tentò invano di convincere Alberto Sordi, che pure in qualche modo con i suoi film fiancheggiava la Balena Bianca. Tendenza poi diventata sistematica con Berlusconi, il magnate mediatico per eccellenza. È di oggi la notizia della possibile candidatura di Gerry Scotti a capo di una lista civica filo-Pdl, smentita però dall’interessato. Mentre è di qualche giorno fa la smentita, sul fronte opposto, della coppia, televisivamente vicente, Fazio-Saviano
Non desideriamo però farla troppo lunga. È sbagliato candidare presentatori, attori, eccetera? Nella società dello spettacolo, o se si preferisce della politica-spettacolo, fondata sull'interazione tra media e istituzioni politiche democratiche, piaccia o meno, è una necessità: il "divo" porta voti.
Il problema è un altro e concerne la qualità e maturità dei partiti: se la candidatura del “divo” serve solo a colmare l’assenza di idee e programmi, siamo davanti alla classica scelta di ripiego. Se invece, parliamo di un possibile e autentico “plusvalore” professionale da “donare” a partiti comunque all’altezza dei compiti, allora non può che trattarsi di una scelta intelligente. A patto però di non riempire i parlamenti di divi e divetti…
In realtà, la caccia al nome famoso è una specie di barometro politico: quanto più i partiti sono in crisi e privi di credibilità, tanto più cercano di recuperare, senza "affaticarsi" troppo, puntando strumentalmente su apporti esterni. E qui il discorso andrebbe allargato alla questione della cosiddetta “chiamata dei tecnici” al governo. Ma questa è un’ altra storia.
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martedì, giugno 05, 2012
Marco Tarchi e l'impoliticità delle "Nuove Sintesi"
Il fascicolo di “Diorama letterario”, fresco di stampa, intitolato Ripensando (al)La Nuova Destra (Gennaio-Febbraio 2012, n. 307), fa pensare a un fortino di giacche blu assediato dagli indiani. Con una variante però: che i pellirosse si sono silenziosamente ritirati da un pezzo per cacciare il bufalo, mentre i soldati assediati, pochi e ignari, continuano ad aspettare, armi spianate, l’attacco finale dell' indiano metafisico.
Fuor di metafora: per la Nuova Destra italiana, creatura di Marco Tarchi (nella foto) e pochi altri, cresciuta però all'ombra del geniale Alain de Benoist, il tempo, per un verso, sembra non essere mai passato: capitalismo, liberalismo, Stati Uniti sono tuttora i bersagli principali. Ma questi nemici, basta sfogliare i giornali, sembrano ora occupati altrove e poco interessati al confronto micro-ideologico... Quel che invece, per altro verso, sembra finito in soffitta è l’approccio realista alla politica che un tempo accomunava in chiave cognitiva, prima ancora che culturale, le giacche blu della Nuova Destra. A cominciare da Marco Tarchi che oggi, tra l’altro, di professione fa il politologo. E chi esercita la nobile arte di Machiavelli, non può non conoscere la triste fine dei profeti isolati e disarmati. Perché, per uomini che provengono da destra, insistere sul valore della democrazia diretta, dell’economia solidaristica e di un antiamericanismo viscerale quanto velleitario, significa starsene rintanati nel fortino dell’irrealtà cognitiva, aspettando uno scontro finale che rischia di non arrivare mai. O che, se e quando dovesse giungere, non potrà che assumere le ferrigne forme del politico e non quelle di un irenico mondo, infiocchettato con i nastrini color arcobaleno dell'estinzione della politica... Esageriamo? No, perché questa, purtroppo, sembra essere la direzione verso cui si è incamminata, e da un pezzo, la cultura delle “Nuove Sintesi”. Che a differenza del "Vecchie Sintesi" terzaviiste della prima metà del Novecento, sembra credere nel miraggio di un futuro mondo pacificato, dove le varie comunità politiche potranno vivere frugalmente, all’insegna della democrazia diretta e del mutuo rispetto… In certo senso, la cultura delle "Nuove Sintesi" è cognitivamente wilsoniana: se conflitto ci sarà, sarà l’ultimo perché metterà fine a tutti conflitti… Il trionfo dell'impoliticità. E, probabilmente, della possibilità, come accadde (anche) per colpa del wilsonismo, di nuovi e feroci conflitti... Ai quali, fin da oggi, si dovrebbe invece guardare con occhio realista proprio per allontanare ogni futuro pericolo. Tarchi, per contro, sembra aspirare alla pacifica caccia al bufalo, anch’esso metafisico, nelle Praterie Celesti del Grande Spirito…
Diciamo che nel tempo la Nuova Destra, oltre a perdere ideologicamente - il che resta un bene - quell’accettazione della violenza per la violenza, tipica di certa destra neo-fascista e fascista, ha perduto - il che invece rimane un male - ogni interesse cognitivo per quella metapolitica che, come abbiamo scritto altrove, rinvia allo studio e all' applicazione, in chiave realista, delle costanti o regolarità che segnano il divenire storico e sociologico della politica.
Detto altrimenti: se le “Nuove Sintesi” dell’ex Nuova Destra, sono uguali, per irrealismo (meta-)politico, alle, diciamo così, “Nuove Sintesi” dell’ex “Nuova Sinistra”, perché dovremmo concedere a Marco Tarchi il credito che invece neghiamo a Marco Revelli? Forse per nostre antiche simpatie amicali nei suoi riguardi ? Ma è sufficiente la simpatia per continuare a credere in un progetto ormai cognitivamente “impolitico” ?
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